Pagine

venerdì 22 settembre 2017

Yemen, Camera dei Deputati respinge ipotesi di embargo di armi verso l'Arabia Saudita

La Repubblica
Eppure era stato chiesto esplicitamente un provvedimento restrittivo dal Parlamento Europeo, oltre agli appelli di diverse organizzazioni della società civile. L’Arabia Saudita è alla guida della coalizione che sta alimentando un conflitto e una crisi umanitaria di estrema gravità. Con il voto di ieri non si è nemmeno stabilito di interrompere la spedizione delle bombe italiane



Ieri pomeriggio, la Camera dei Deputati ha respinto l'ipotesi di embargo relativo alla fornitura di bombe italiane verso l’Arabia Saudita e la conseguente partecipazione, seppur indiretta, dell’Italia a una guerra senza autorizzazione né mandato internazionale come quella in atto nello Yemen. Immediata è stata la reazione critica di tre organizzazioni umanitarie come Amnesty International, Rete Disarmo e Oxfam, che invece chiedevano che venissero presi provvedimenti riguardo l'esportazione di bombe nel Paese più povero del Medio Oriente, dilaniato da una guerra interna che dura dal marzo del 2015.

Le origini della guerra e il ruolo dell'Italia. Il conflitto civile cominciato esattamente il 19 marzo di due anni fa è esposo fra due fazioni che reclamano entrambe il diritto di governare il Paese, sostenute (e fomentate) dai loro rispettivi alleati esterni che sono, rispettivamente l'Iran per gli Huthi, d'ispirazione sciita, che si contrappongono alle forze leali al governo di Abd Rabbuh Mansur Hadi, con sede ad Aden, d'ispirazione sunnita, aiutate e protette dall'Arabia Saudita, con il favore statunitense. Le forze degli Huthi controllano la capitale Sana'a e sono alleate con le forze fedeli all'ex presidente Ali Abdullah Saleh. Anche al-Qaeda ha fatto la sua comparsa nella Penisola Arabica (AQAP) assieme agli affiliati yemeniti dello Stato Islamico (IS) che hanno eseguito attacchi, riuscendo a controllare la parte centrale del Paese e la costa. L’Italia invia da Cagliari armi fabbricate negli stabilimenti sardi della RWM Spa, di proprietà della tedesca Rheinmetall. Intanto, oltre due anni di guerra hanno causato 3 milioni di profughi e 18,8 milioni di persone (2/3 di yemeniti) dipendono dagli aiuti umanitari, perché prive di acqua, cibo, e di un tetto.
[...]

“Le bombe italiane pesano sulle coscienze”. “È incredibile come la maggioranza parlamentare, continui a essere sorda alla situazione dello Yemen, ignorando le nostre richieste di uno stop dell’invio di armi verso le parti in conflitto - dichiara Francesco Vignarca, Portavoce di Rete Disarmo - Certamente la situazione è ormai troppo complicata e sarà di difficile soluzione, ma ciò è anche colpa delle bombe italiane che da mesi vengono spedite alla volta dell’Arabia Saudita. Un macigno sulle coscienze della politica italiana”.

Marta Rizzo

I figli dei migranti, "piccoli mediatori culturali tra famiglia e società"

Redattore Sociale
Siracusa - Quali sono i benefici per i bambini che, già in primissima età, riescono ad apprendere in maniera significativa una seconda lingua, allo stesso livello della prima? 


"L'apprendimento proficuo della seconda lingua da parte del bambino - conclude Provenzano - in molti casi fa avere al bambino anche il ruolo di una sorte di ponte tale da favorire il miglioramento dei processi di integrazione della stessa famiglia con il resto della società. I bambini diventano in questo modo dei 'mediatori culturali' tra la famiglia e la società che li ospita". 

A spiegarlo è Antonella Provenzano, nel suo intervento di questa mattina a Canicattini Bagni (Sr) nel corso del festival Fin da piccoli organizzato dal Centro per la Salute del Bambino onlus insieme all'associazione "Leggimi una storia" e Passwork con il patrocinio del comune e di Nati per leggere Sicilia. 

giovedì 21 settembre 2017

Sant'Egidio: Aiutiamo i profughi rohingya rifugiati in Bangladesh

www.santegidio.org
La Comunità di Sant'Egidio avvia una campagna di raccolta fondi per inviare aiuti nei campi profughi del Bangladesh in collaborazione con la Chiesa locale.


L'esodo drammatico della minoranza rohingya dalla Birmania sta provocando una vera catastrofe umanitaria. Nelle ultime settimane circa 410 mila profughi si sono riversati nei campi profughi del Bangladesh, appena oltre il confine con la regione birmana del Rakhine, da dove provengono i rohingya.

La Chiesa cattolica del Bangladesh sta cercando di aiutare come è poossibile ma la situazione è davvero drammatica ed è necessario un coinvolgimento di tutti per inviare aiuti alimentari e generi di prima necessità.

Abbiamo aperto una sottoscrizione per rispondere immediatamente all'emergenza. Il sito comunicherà gli aggiornamenti dell'implementazione del progetto.

Cresce nel mondo il numero dei Paesi che perseguitano gli attivisti per i diritti umani

Globalist
Il rapporto del Consiglio dei diritti dell'Uomo dell'Onu rivela che 29 Paesi sono colpevoli di pressioni, minacce e violenze. Tra essi anche nove
componenti lo stesso organismo.


Cresce il numero dei Paesi in cui i diritti dei militanti per i diritti umani sono oggetto di repressione e violenza. Secondo l'ultimo rapporto del Consiglio dei diritti dell'Uomo delle Nazioni Unite, questi Paesi sono ormai 29 e nove di essi fanno parte di questo organismo dell'Onu. Si tratta di Burundi, Egitto, Ruanda, Cuba, Venezuela, Cina, India, Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti.

"Questa è una cosa grottesca e totalmente in contrasto con la Carta e allo spirito delle Nazioni Unite, in particolare del Consiglio, che le persone siano punite, sottoposte a intimidazioni o sanzionate per cooperare con il Consiglio dei diritti umani ", ha dichiarato Andrew Gilmour, sottosegretario generale del Consiglio dei diritti dell'uomo delle Nazioni Unite.


Nel rapporto sono state prese in esame le situazioni di Algeria, Bahrain, Birmania, Eritrea, Honduras, Iran, Israele, Mauritania, Messico, Marocco, Oman, Pakistan, Sri Lanka, Repubblica del Sud Sudan, Sudan, Tagikistan, Tailandia, Turchia, Turkmenistan e Uzbekistan.

Nel rapporto, però, alcune vicende non sono state volutamente approfondite, per proteggere la vittima.

Uno dei casi citati riguarda una attivista del Bahrain, Ebtesam Abdoulhusain Alsaegh Ali, che ha testimoniato davanti al Consiglio sulle violazioni dei diritti umani nel suo Paese e, una volta rientrata nel regno del Golfo, è stata arrestata, picchiata e violentata. 

Altre vittime hanno perso i loro posti di lavoro, hanno avuto perquisiti case o uffici, hanno ricevuto il divieto di lasciare il Paese o hanno avuto la loro attività economica congelata.
Alcuni dei Paesi messi sotto accusa nel rapporto hanno giustificato le loro attività repressive con l'allarme terrorismo o per difendersi da attività di spionaggio. 

Andrew Gilmour, a conclusione della sua esposizione, ha voluito fare un paragone: "bisogna guardare a questi individui (gli attivisti, ndr) come quei canarini che cantano con coraggio nelle miniere di carbone, prima di essere messi a tacere dalla repressione tossica contro la popolazione, i diritti e la dignità, e come un avvertimento lanciato a tutti. "

Ilo: 40 milioni di nuovi schiavi nel mondo, 152 milioni di minori da 5 a 17 anni lavorano

Blog Diritti Umani - Human Rights
Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu' moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo




Quaranta milioni di persone sono intrappolate in forme di schiavitu’ moderna e 152 milioni di bambini tra i 5 e 17 anni sono vittime di lavoro minorile nel mondo, afferma uno studio reso noto oggi dall’Organizzazione internazionale del lavoro (Ilo) Dei 40 milioni di persone costrette a forme di schiavitu’ moderna nel 2016, circa 25 milioni sono vittime di lavoro forzato e 15 milioni di matrimoni forzati, precisa un comunicato.

Lo studio, realizzato dall’Ilo in collaborazione con la Fondazione Walk Free e l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), evidenzia che donne e ragazze sono le prime vittime delle forme di schiavitu’ moderna: sono infatti quasi 29 milioni (71% del totale) e rappresentano il 99% delle vittime del lavoro forzato nell’industria del sesso e l’84% delle persone vittima di un matrimonio forzato.

Piu’ di un terzo di tutte le vittime di matrimonio forzato erano minori – quasi tutte bambine – al momento del matrimonio. Il lavoro minorile rimane concentrato soprattutto nell’agricoltura (70,9 % del totale), seguono i servizi (17,1 %) e l’industria (11,9 %). 

Per il Direttore Generale dell’Ilo Guy Ryder e’ necessaria un’intensificazione degli sforzi “per combattere questi drammi” e “queste nuove stime globali possono contribuire a elaborare e sviluppare interventi per prevenire sia il lavoro forzato che il lavoro minorile “, ha aggiunto. Andrew Forrest AO, presidente della Fondazione Walk Free, ha denunciato “la tolleranza sconvolgente che permette che questo sfruttamento continui”.

mercoledì 20 settembre 2017

Arabia Saudita - Riyadh arresta Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid attivisti per i diritti umani

Asia News
Erano in attesa di appello per precedenti condanne. Ong accusano: cercano di schiacciare il movimento per diritti umani. Dall’inizio del mese, le autorità hanno fermato 30 figure religiose e intellettuali.


Riyadh - La polizia saudita ha arrestato due attivisti per i diritti umani. Si tratta di Abdulaziz al-Shubaily e Issa al-Hamid, membri fondatori dell’Associazione saudita per i diritti civili e politici (Acpra). A denunciare il fermo è l’Ong Amnesty International (Ai), che accusa il regno saudita di voler “schiacciare il movimento per i diritti umani nel Paese”.

Entrambi gli attivisti erano in attesa di appello per precedenti condanne. All’inizio del 2017, Shubaily era stato condannato a otto anni di prigione per “minaccia all’ordine pubblico”. A quanto riporta Ai, fra i reati di cui è accusato vi è quello di aver fornito informazioni a organizzazioni straniere, utilizzate in rapporti sulle violazioni dei diritti umani in Arabia Saudita.

Hamid era stato processato l’aprile dello scorso anno dalla Corte speciale penale (Scc), una corte segreta anti-terrorismo, secondo Ai spesso utilizzata per condannare a lunghi periodi di reclusione i difensori dei diritti umani e altri dissidenti pacifici . La lunga lista di accuse include “incitamento alla violazione dell’ordine pubblico” e “insulto alla magistratura”, e riguarda dichiarazioni e articoli pubblicati dall’attivista su diversi argomenti, fra cui il diritto a manifestare e le violazioni dei diritti umani perpetrate dal ministero degli interni.

Al presente, Riyadh non ha ancora rilasciato commenti né confermato gli arresti.

La direttrice delle campagne di Ai per il Medio Oriente, Samah Hadid, ha dichiarato: “È momento buio per la libertà di espressione in Arabia Saudita… questi due arresti confermano il nostro timore che la nuova leadership guidata da Mohammed bin Salman sia determinata a schiacciare il movimento per i diritti umani nel Regno”.

Acpra, fondata nel 2009, è stata costretta a chiudere nel 2013. Dopo quella data, tutti gli 11 fondatori sono stati imprigionati.

Dall’inizio del mese, le autorità saudite hanno arrestato circa 30 religiosi, intellettuali e studiosi, più di 20 dei quali fermati la scorsa settimana. Gli arresti hanno attirato le critiche anche dell’Ong Human Rights Watch, secondo cui l’atteggiamento saudita è una “coordinata repressione del dissenso”.

Siria: Save the Children, “730mila bambini rifugiati non andranno a scuola. Più esposti a matrimoni precoci e a lavoro minorile”

SIR
“Circa 730mila bambini siriani rifugiati nei Paesi limitrofi, quasi la metà di tutti coloro in età scolare, quest’anno non andranno a scuola e risulteranno quindi ancora più vulnerabili ed esposti ai matrimoni precoci e a forme di lavoro minorile, un numero che è aumentato di un terzo rispetto all’anno scorso”. 


È l’allarme lanciato oggi da Save the Children, alla vigilia dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite che si apre domani a New York e nella settimana in cui, nei Paesi mediorientali, è previsto il normale rientro degli alunni tra i banchi di scuola. 

“Il numero di bambini rifugiati siriani tagliati fuori dall’educazione – si legge in una nota – è passato dal 34% del totale di coloro in età scolare registrato alla fine del 2016 al 43% odierno, mentre negli ultimi 12 mesi i bambini rifugiati siriani in Libano, Giordania e Turchia hanno perso più di 133 milioni di giorni di scuola”. 

Secondo l’organizzazione umanitaria, a livello globale “più della metà dei bambini rifugiati sono tagliati fuori dall’educazione e i giorni di scuola persi da 3,5 milioni di bambini rifugiati negli ultimi 12 mesi ammontano collettivamente a quasi 700 milioni”.

“Quando i bambini non vanno a scuola, sono più vulnerabili a forme di sfruttamento e abusi”, sottolinea Helle Thorning-Schmidt, direttore generale di Save the Children international, per la quale “l’educazione è in grado di restituire a questi bambini il loro futuro e può contribuire a proteggerli”. 

Lo scorso anno – denuncia Thorning-Schmidt – “i leader mondiali si sono impegnati a fare molto di più per i bambini rifugiati e far sì che ognuno di loro possa tornare a scuola entro pochi mesi da quando è stato costretto ad abbandonare la propria casa. Tuttavia l’azione va ancora troppo a rilento”. 

“Questa settimana – prosegue – la comunità internazionale deve fare dei passi in avanti e dare seguito alle promesse fatte ai bambini rifugiati. Altrimenti, milioni di bambini rifugiati nel mondo, davanti alla prospettiva di un altro anno privati dell’educazione, continueranno a vedere scomparire il loro futuro”.

Mar Nero, situazione assurda per 12 migranti bloccati sul traghetto danese

Redattore Sociale
Dodici uomini, algerini e marocchini, volevano andare dalla Turchia alla Romania. Ma per errore si sono diretti verso l’Ucraina, su un traghetto passeggeri. Ora, sono prigionieri nella nave, a largo delle coste turche, perché sia Ankara che Kiev rifiutano di accoglierli.

Il Seaways di Kaunas, gestito dalla ditta DFDS danese,
naviga sul Bosforo sulla sua strada verso il Mar Nero. Fotografia: Yoruk Isik / Reuters
Dodici migranti, provenienti dall'Africa settentrionale (Algeria e Marocco) da un mese e mezzo sono bloccati su un traghetto passeggeri danese, tra le coste della Turchia e quelle dell’Ucraina. Entrambi i paesi, infatti, rifiutano di accoglierli. A raccontare l’assurda storia è il Guardian.

Secondo le ricostruzioni, gli uomini volevano arrivare in Romania, imbarcandosi dalla Turchia. Ma hanno sbagliato traghetto, e si sono diretti verso l’Ucraina. Dopo il rifiuto del paese ad accettarli sono rimasti prigionieri all’interno del traghetto, bloccati all’interno di quattro cabine. Secondo la Dfds, la ditta danese proprietaria della nave Seaways, infatti, “ci sono stati episodi di violenza e aggressione” e non ci sarebbe alternativa a tenerli chiusi dentro. La Dfds ha assunto anche alcune guardie turche, e ha invitato le autorità delle Nazioni Unite a bordo per verificare la nazionalità degli uomini, di cui almeno sei sono considerati marocchini e quattro algerini.

Per la società danese la soluzione migliore sarebbe che l'Ucraina o la Turchia accettassero di prendere i migranti, identificarli ed eventualmente rimandarli indietro, se irregolari. "Non siamo noi a dover gestire tutto questo", sottolinea un portavoce di Dfds. "Se ne devono occupare le autorità di frontiera, non una compagnia di trasporti". Nel frattempo il ministero degli Esteri danese ha aperto negoziati con Ankara, Kiev e, siccome il traghetto sta navigando sotto la bandiera lituana, anche con Vilnius, per tentare di trovare una soluzione. (ec)

martedì 19 settembre 2017

'A cry for Mindanao': l'appello della delegazione filippina a Roma a riaprire il processo di pace

www.santegidio.org
Il giorno seguente la chiusura del Meeting Internazionale di Münster-Osnabrück sono iniziati a Roma i Colloqui informali di pace per Mindanao, tra i leaders cristiani e musulmani, provenienti dall'isola del sud delle Filippine, invitati dalla Comunità di Sant'Egidio. 


I rappresentanti religiosi, riuniti presso la sede della Comunità a Trastevere, hanno partecipato dal 13 al 15 settembre ad un dialogo intenso e fruttuoso, affrontando con speranza la critica situazione della loro regione e della martoriata città di Marawi. 

Dal dibattito animato da una volontà di concreta collaborazione è nato un Appello di Pace che è stato firmato a Sant'Egidio il 15 settembre scorso. Una nuova "Strada di Pace" nello spirito di Assisi è stata aperta a Mindanao.

La notizia della liberazione di padre Teresito Sobanob, rapito lo scorso maggio dai gruppi estremisti della guerriglia, per il quale la Comunità aveva pregato la sera del 14 settembre a Santa Maria in Trastevere, insieme al card. 

Quevedo, al vescovo di Marawi, mons. Edwin de la Pena e all'intera delegazione filippina, è stata un segno di speranza e di incoraggiamento, quadi un primo frutto dell'appello e della preghiera di tanti.

Per i Rohingya rifugiati in Bangladesh condizioni di vita sub-umane

Globalist
Chi non viene ucciso nel Myanmar e riesce ad arrivare nel Bangladesh deve vivere in condizioni sub-umane.

Sono saliti a 415mila i Rohingya musulmani arrivati in Bangladesh fuggendo dalle violenze scoppiate nel nordovest della Birmania lo scorso 25 agosto. È questo il bilancio aggiornato fornito dall'ufficio dell'Onu in Bangladesh. Si tratta di 3mila persone in più rispetto a quelle registrate ieri.
La fuga in massa dei Rohingya verso il Bangladesh è cominciata lo scorso 25 agosto, dopo l'attacco di un gruppo di insorti di questa comunità nello Stato di Rakhine, nel nordovest della Birmania, contro posti di polizia, ai quali l'esercito birmano ha risposto - secondo il racconto dei rifugiati - in modo molto duro. 

Stando ai dati ufficiali birmani, il bilancio è di circa 400 morti, ma testimoni e organizzazioni per la tutela dei diritti umani parlano di spari indiscriminati contro la popolazione e roghi di interi villaggi, come pure di altre violazioni dei diritti umani.

Ma per chi riesce a scappare il problema è come sopravvivere: nei campi rifugiati del Bangladesh le condizioni sono terribili e inumane. Perfino bere un sorso d'acqua senza rischiare il colera è un'impresa.

C'è bisogno di aiuti. C'è bisogno di pace. C'è bisogno di portare umanità là dove si è smarrita.

Ambiente - Il lato nero del cioccolato. "Così stanno morendo le foreste dell'Africa"

La Repubblica
La denuncia dell'ong Mighty Earth: 80% delle foreste scomparse in Costa d'Avorio. E molto del cacao che mangiamo è "illegale".


Download Report Mighty Earth >>>
Mentre noi ci gustiamo la nostra barretta di cioccolato migliaia di ettari di foreste africane sono già scomparsi uccidendo animali ed interi ecosistemi. Alberi appartenenti a parchi nazionali e zone che dovevano essere protette sono diventate vittime della deforestazione per lasciar spazio all'industria del cacao. 

La denuncia, multipla, che punta il dito contro la complicità del governo ivoriano e le disattenzioni delle principali aziende produttrici di cacao internazionali, arriva da un dettagliato report dell'organizzazione non governativa Mighty Earth (.pdf). 

Per l'ong l'80% delle foreste della Costa d'Avorio, principale esportatrice di fave di cacao dato che è da lì che arriva il 40% del cioccolato al mondo, sono scomparse negli ultimi 50 anni. Non basta: il cioccolato che giunge sulle nostre tavole è spesso "illegale", dato che parte delle fave proviene da aree che dovevano essere protette ma, grazie a un sistema di corruzione e favoritismi, viene mischiato alle partite legali di fave.

Nel report vengono citate decine di aziende, dalla Mars alla Nestlè, la Lindt, Olam, Cargill, Barry Callebaut o l'italiana Ferrero che, come ha specificato il Guardian, testata che ha diffuso i dati in anteprima, non negano il problema spiegando di esserne a conoscenza e si dicono impegnate a fare di tutto per mettere fine alla deforestazione delle riserve.

Foreste un tempo rigogliose di ogni tipo di alberi e biodiversità, come quelle di Goin Debé, Scio, Haut-Sassandra, Tai, i parchi di Mont Peko e Marahoué, oggi stanno pian piano scomparendo e vengono bruciate per lasciare spazio alle fave: muoiono così decine di animali, gli scimpanzé sono costretti a vivere in piccoli fazzoletti di terra o gli elefanti diminuiscono drasticamente.

"Le autorità ivoriane sono talvolta complici o inefficaci" ha dichiarato l'Ong. Rick Scobey, presidente della World Cocoa Foundation, non ha negato il fatto dicendo che "questo è un problema conosciuto da anni. All’inizio dell’anno, 35 aziende del settore hanno deciso di unire le loro forze per lanciare una nuova partnership con il governo ivoriano e terminare la deforestazione in Ghana e Costa d’Avorio".

Intanto negli ultimi mesi il prezzo del cacao sul mercato è sceso del 30% e il prezzo minimo garantito ai produttori è passato da 1.100 a 700 franchi Cfa (1,17 dollari) anche se la domanda di cioccolato resta alta. Nella catena, i commercianti di cacao che vendono ai grandi marchi si rivolgono sempre più a coltivatori illegali che crescono le piante in aree protette, le stesse dove la foresta pluviale si è appunto ridotta dell'80% dal 1960 ad oggi. Il prodotto illegale si mescola così, durante il processo di fornitura, con le fave di cacao lecite, rendendo difficile la tracciabilità.

Di questo passo però, ricorda il report, la Costa d'Avorio (ma anche il Ghana soffre) sta perdendo le sue foreste a un tasso velocissimo: oggi meno del 4% del paese è coperto da foreste pluviali mentre un tempo lo era almeno il 25%. Per Mighty Earth se non si metterà fine a tutto ciò entro il 2030 non rimarrà più traccia delle foreste.

All'interno dei parchi i coltivatori illegali, nonostante le parole e l'impegno di esecutivo e aziende, continuano a bruciare alberi per favorire la crescita delle piante di cacao dato che hanno bisogno di molto sole per crescere. Il governo dice di voler combattere questa pratica e essere impegnato nella conservazione dei parchi ma, secondo Ong e testate internazionali che monitorano il problema, in concreto non fa molto. Negli anni, alcuni attivisti e associazioni che si sono avvicinate alla filiera del cacao nell'Africa Occidentale sono stati minacciati o allontanati e nel 2004 il giornalista Guy-André Kieffer, che lavorava su una storia di cioccolato e corruzione, è scomparso, probabilmente ucciso.

In questo contesto, dove tra l'altro molti dei lavoratori delle piantagioni non hanno nemmeno i soldi per permettersi una barretta di cioccolato, una data molto attesa da parte delle ong è quella di novembre: allora, al vertice sul clima di Bonn, l'argomento dovrebbe essere all'ordine del giorno. A inizio anno il Principe Carlo convocò amministratori delegati e dirigenti di 34 aziende del settore proprio per esortarle ad agire sulla deforestazione: allora, la promessa fu quella di un piano concreto da proporre durante l'incontro in Germania. La speranza, usando i termini del cioccolato, è che stavolta prevalga davvero la linea dolce dell'impegno e non quella amara dell'indifferenza.


Giacomo Talignani

lunedì 18 settembre 2017

Troppi i muri che dividono i popoli: erano 15 nel 1989, oggi sono 63

Osservatore Romano
Aumentano le barriere che dividono i popoli: erano 15 nel 1989, anno della caduta del Muro di Berlino, oggi sono diventate 63.



Nel 2015 sono stati avviati i lavori di 17 recinzioni, altre 4 nel 2016. Tanto che circa un terzo dei paesi del mondo ha oggi qualche forma di recinzione che divide i popoli. 

Sono alcuni dei dati contenuti nel dossier di Caritas italiana intitolato «All’ombra del muro». 

Lo studio prende in esame in particolare il muro tra Israele e Palestina, che condiziona ogni giorno la vita di 4,81 milioni di persone. In questa prospettiva, il dossier riporta anche l’esperienza dei gemellaggi avviati fra Caritas Gerusalemme, parrocchie locali e Caritas diocesane italiane. Iniziativa che ha l’intento di «costruire relazioni che siano segno di speranza e strumento per alleviare la povertà».
L’espandersi delle barriere ha toccato anche l’Europa, con 13 nuovi muri a partire dal 2013 per contenere i flussi migratori della rotta balcanica. 

Lo scorso anno sono stati costruiti anche i 175 chilometri tra Ungheria e Serbia, voluti dal governo magiaro di Viktor Orbán. Nel frattempo, viene evidenziato, anche il bilancio di Frontex, l’agenzia europea per il controllo dei confini, è quasi triplicato dal 2014 a oggi (da 97 milioni di euro a 281).
In America il muro più famoso è quello tra Stati Uniti e Messico ma ce n’è anche uno meno conosciuto tra Messico e Guatemala. «Il confine tra Messico e Stati Uniti — si legge nel dossier — è il più trafficato al mondo, con 350 milioni di attraversamenti legali ogni anno, e uno dei più sorvegliati. Dal 2005 a oggi gli Stati Uniti hanno speso 132 miliardi di dollari per rafforzarne la sicurezza. Eppure il confine è così lungo che è impossibile sorvegliarlo in maniera efficace».

Fao, fame nel mondo in aumento per guerre e clima, 815 mln di affamati

Ansa
La fame nel mondo torna a crescere dopo aver segnato un costante declino da oltre 10 anni nel 2016 ha colpito 815 milioni di persone, ovvero l'11% della popolazione globale. 
Un bambino sudanese con la ciotola per il cibo in un' immagine d' archivio © ANSA/ANSA
Lo dice il rapporto "The State of Food Security and Nutrition in the World 2017" a cura delle agenzie dell'Onu Fao, Ifad e Wfp, rilevando che i 38 milioni di affamati in più sul 2015 "si devono in gran parte alla proliferazione di conflitti violenti e agli shock climatici". Si segnalano inoltre varie forme di malnutrizione che riguardano milioni di bimbi.

Circa 155 milioni di bambini di età inferiore ai cinque anni sono sottosviluppati - sottolinea ancora il rapporto Sofi a cui quest'anno hanno collaborato per la prima volta anche Oms e Unicef -, mentre 52 milioni soffrono di deperimento cronico. 

Circa 41 milioni di bambini sono invece in sovrappeso. Preoccupano inoltre, secondo il rapporto, l'anemia delle donne e l'obesità degli adulti. Queste tendenze sono una conseguenza non solo dei conflitti e del cambiamento climatico, ma anche dei grandi mutamenti nelle abitudini alimentari e dei rallentamenti economici. 

Il rapporto è la prima valutazione globale dell'Onu sulla sicurezza alimentare e sulla nutrizione rilasciata dopo l'adozione dell'Agenda per lo sviluppo sostenibile 2030, che mira a porre fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 come priorità politica a livello internazionale.

"Nel corso degli ultimi dieci anni - si legge nella prefazione del rapporto - i conflitti sono aumentati drasticamente e sono diventati più complessi e di difficile risoluzione. Questo è un campanello d'allarme che non possiamo permetterci di ignorare: non porremo fine alla fame e a tutte le forme di malnutrizione entro il 2030 se non affrontiamo tutti i fattori che minano la sicurezza alimentare e l'alimentazione". Degli 815 milioni di persone che soffrono la fame - evidenzia il rapporto - 489 milioni vivono in paesi colpiti da conflitti e la prevalenza della fame nei Paesi colpiti dal conflitto è di 1,4 - 4,4 punti percentuali superiore a quella di altri Paesi.

Agli inizi del 2017 - rileva ancora il rapporto - per diversi mesi la carestia ha colpito alcune parti del Sud Sudan e c'è il rischio che possa riapparire nel Paese e in altre zone colpite da conflitti, vale a dire nel nordest della Nigeria, in Somalia e nello Yemen. Anche regioni più pacifiche, ma colpite da siccità o da inondazioni legate in parte al fenomeno meteorologico di El Niño, così come dal rallentamento economico globale, hanno visto deteriorarsi la sicurezza alimentare e la nutrizione.

La California sfida Trump: sarà uno 'Stato santuario'. Proteggerà gli immigrati irregolari.

Ansa
Con un atto che ha tutto il sapore della sfida al presidente Donald Trump e al suo giro di vite contro i clandestini, il parlamento della California ha approvato una legge per diventare uno 'Stato santuario' per gli immigrati, come in passato hanno gia' fatto molte citta' americane. 


Manca solo la firma del governatore Jerry Brown, ma si prevede che la mettera'. In California, lo stato piu' ricco e piu' popoloso degli Usa, si stima che ci siano circa 2,7 milioni di irregolari.

Il voto arriva all'indomani della decisione di un giudice federale di sospendere temporaneamente il provvedimento con cui il dipartimento di Giustizia intende bloccare i fondi alle citta' santuario che non collaborano sul fronte della lotta all'immigrazione clandestina.

La legge californiana proteggera' gli immigrati senza documenti dalla possibile espulsione proibendo alle forze dell'ordine locali, inclusa la polizia scolastica e i dipartimenti della sicurezza, di cooperare con la polizia federale per l'immigrazione. 

Vietato chiedere anche lo status migratorio di una persona. Contraria l'associazione statale degli sceriffi, secondo cui limitare la capacita' delle agenzie di pubblica sicurezza di cooperare con la polizia per l'immigrazione mettera' a rischio le comunita'.

domenica 17 settembre 2017

Ius Culturae, credere nell'Italia e nei suoi figli. Diamo una legge a presente e futuro

Avvenire
Chi e perché vuol mettere paura agli italiani? Chi e perché prova in tutti i modi a istillarci l’idea che la nostra civiltà non sia più buona né “contagiosa”? Chi e perché vuol farci vivere nella chiusura e nella grettezza, in modo da non generare più figli, né dai nostri lombi né grazie alla nostra cultura e al nostro spirito? Chi vuol convincerci che la cittadinanza sia un immeritato stato di grazia, ereditato come una cosa, e non una conquista e riconquista, fatta di diritti e doveri onorevoli e onorati? La lista potrebbe essere lunga. 


Ma qui, oggi, comincia e finisce con coloro che avversano la nuova legge sulla cittadinanza, già votata alla Camera e ferma al Senato. E dibattono non per migliorarne questa o quella previsione, ma per impedire del tutto la normativa sullo ius culturae e sullo ius soli temperato (nessuno, cioè, diventerebbe mai italiano per il solo fatto di nascere nel Bel Paese…). Una battaglia condotta, purtroppo, per calcolo politicante, con manifestazioni di aperta xenofobia e rimettendo in circolo pregiudizi colmi di vergognoso e sempre meno celato razzismo.

Eppure quanti sono nati in Italia o in Italia sono arrivati da bambini e pensano e parlano italiano, coloro che crescono e studiano qui, condividendo la nostra cultura e le nostre regole di cittadinanza, assimilando i nostri costumi, e appartengono a famiglie di origine straniera ma residenti in questo nostro Paese con permesso permanente o di lungo periodo (e, dunque, sono figli di persone che qui lavorano, pagano tasse e contributi, e non hanno guai con la giustizia) non sono candidati all’italianità, sono già italiani. 

Non si tratta di concedere nulla, e tantomeno di regalare qualcosa. Si tratta di riconoscere per legge una realtà, vera, importante e buona. Si tratta di rendersi conto che mantenere in una sorta di limbo un bel pezzo della generazione dei nostri figli è un atto di cecità e di ingiustizia. E che farlo per presunto calcolo politico-elettorale è una piccineria umana, una miseria morale e, insieme, una scelta pratica imprevidente e imprudente.

Lungo questa estate 2017, dopo l’editoriale del 17 luglio scorso intitolato «Questa legge s’ha da fare», dedicato appunto allo ius culturae, questo giornale ha dato il via a una campagna informativa semplice e rigorosa. Mentre tanti politici – e purtroppo anche non pochi (dis)informatori – hanno continuato a diffondere slogan e favole cattive contro i nuovi italiani, noi invece abbiamo dato loro volto, pubblicando ogni giorno per due mesi quelle che, in dialogo con alcuni lettori, ho definito «parole di carne e sangue, di anima e di cuore, di sudore e di intelligenza». Non pure opinioni, ma storie di vita. E cioè attese e speranze, fatiche e impacci, traguardi e ricominciamenti di giovani che sono italiani non per tradizione, ma per formazione, per adesione, per maturata convinzione. Persone con radici familiari, culturali e religiose in Asia, in America, in Africa o in altre porzioni d’Europa eppure partecipi della nostra cultura, perché la vivono e le vivono dentro. Non sono tutti uguali, non tutto è sempre lineare nelle loro vicende, non sono perfetti, ma sono persone perbene come, fino a prova contraria, ogni altro figlio di questa terra e della civiltà dell’incontro che la fa speciale da secoli, anche grazie alla sua sinora aperta e salda identità cristiana.

Sono loro, guardateli, su questa prima pagina piena di facce pulite e vere. Sono loro, anche se qualcuno quelle facce continua a scarabocchiarle e distorcerle per trasformarle in quelle di orchi e mostri e terroristi (che esistono anche nella realtà, ma non sono tutta la realtà). E sono proprio loro a essere tenuti nel limbo di una non riconosciuta cittadinanza – cioè di un non pieno e giusto equilibrio tra diritti e doveri nel far parte di una comunità civile dentro la misura delle sue leggi. Guardateli bene, sono loro. E, nonostante qualcuno – mentendo – gridi il contrario, non sono affatto i migranti dell’ultimo approdo dal mare sulle nostre coste, uomini e donne che portano un’altra croce e ben diverse domande di solidarietà e di giustizia.

Guardateli ancora, sono loro quelli e quelle a cui si vorrebbe dire, e già si dice: “No, tu non sei dei nostri, non ti conosco e non voglio riconoscerti”. Oppure e, per certi versi, è quasi peggio: “Sei dei nostri, è vero; ma non è l’ora di dichiararlo, perché più della tua vita mi interessano le percezioni di altri che di te non si fidano per via della tua pelle, per il Paese dei tuoi genitori o nonni, per la tua maniera di pregare…”. Atteggiamenti e propagande sprezzanti che umiliano la loro italianità, e il legittimo sentimento di appartenenza che ne discende, e che sembrano “strillati” apposta per generare in vecchi e nuovi italiani quei reciproci sentimenti di esclusione e di estraneità che portano a speculari ri-sentimenti. Sguardi cattivi e atti di respingimento e marginalizzazione non generano altro che sofferenza e ostilità, picconano ogni patto civile, minano la solidarietà. Un’imprevidenza incredibile, un’imprudenza grave.

Eppure i nuovi italiani sono e restano parte integrante di una generazione di giovani concittadini che non possiamo permetterci di perdere e disperdere. Sono parte integrante di un patrimonio di umanità, una ricchezza d’Italia. Dipende da noi, anche con una legge giusta e finalmente tempestiva, farli essere e sentire continuatori e interpreti del nostro grande passato e protagonisti del presente e del futuro comuni. Insieme.

Filippine - Fr. Chito liberato dopo quattro mesi ostaggio dei terroristi

Blog Diritti Umani - Human Rights
Manila - Dopo essere stato ostaggio dei militari terroristi per quasi quattro mesi, p. Teresito Chito Suganob è finalmente libero.
Fr. Teresito "Chito" Suganob chiede aiuto in un video
 pubblicato online una settimana dopo il suo sequestro
Le forze di sicurezza governative hanno liberato il sacerdote con un altro ostaggio vicino a una moschea a Bato a Marawi City, la sera di sabato 16 settembre.

Lo ha dichiarato a CBCPNews il consigliere presidenziale sul processo di pace Jesus Dureza.

Il signor Dureza non avrebbe rilasciato altri dettagli perché le operazioni militari stanno continuando con la speranza di salvare altri ostaggi.

Suganob insieme ad un certo numero di civili sono stati rapiti da un gruppo di terroristi islamici il 23 maggio quando hanno lanciato un attacco alla città di Marawi e alla cattedrale di Santa Maria.

Il vescovo Edwin de la Pena di Marawi, sono attualmente a Roma per partecipare ad una conferenza con il cardinale Orlando Quevedo di Cotabato e non è stato possibile raggiungerli per commentare l'accaduto.

L'arcivescovo Martin Jumoad di Ozamiz ha lodato il rilascio degli ostaggi, affermando che la loro "liberazione è il risultato della nostra fede nella preghiera".

"Molti pregano per la sua libertà. Tante messe sono celebrate per quella intenzione ", ha detto Jumoad. "Il potere della preghiera è ancora una volta mostrato come testimone della nostra solida fede in Dio".

Fonte:cbcpnews

Migranti - Riccardi: "Nel 2015 sono arrivati in Italia 153mila profughi, il 9% in meno del 2014, ma se ne è parlato l’80% in più e sui tg il 200% in più."

SIR
“Non dare la cittadinanza vuol dire non integrare, e quindi favorire la marginalizzazione”. Ne è convinto Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, che intervenendo ieri al “Cortile di Francesco” ha parlato anche del dibattito sullo “ius soli”, precisando che il ddl in discussione parla in realtà di “ius culturae”. 


In un’Italia in cui i cittadini “sono spaesati e domina la paura di fronte a migrazioni e terrorismo”, per non cadere preda degli “imprenditori della paura” occorre innanzitutto “superare la sproporzione tra parole e realtà”, ha affermato lo storico elencando i dati:
 “Nel 2015 sono arrivati in Italia 153mila profughi, il 9% in meno del 2014, ma se ne è parlato l’80% in più e sui tg il 200% in più. Negli ultimi due mesi del 2017 gli sbarchi sono calati del 79%, ma la paura per i migranti è cresciuta fino ad arrivare al 46%. Le parole della paura aumentano, ma gli sbarchi diminuiscono”.
 “Dobbiamo imparare a parlarne in modo emozionale e a non strumentalizzare o lasciarci strumentalizzare”, la proposta di Riccardi, che ai giornalisti ha affidato alcuni imperativi di manzoniana memoria: “osservare, ascoltare, paragonare, pensare prima di parlare”. 

Sulla questione dei migranti, ha osservato lo storico, “in Italia manca la preparazione e mancano le reti: oggi il cittadino globale non ha più reti, è solo di fronte al mondo, il che vuol dire il più delle volte solo davanti alla tv”. “Bisogna creare un processo di ripensamento positivo sulle migrazioni”, l’invito di Riccardi, secondo il quale “occorre investire sulla cultura degli italiani perché sappiano leggere quello che accade. Le radici del populismo si battono attrezzandosi sul mondo globale”.

sabato 16 settembre 2017

Ambiente - I nativi del Perú, avvelenati dai metalli e abbandonati dallo stato

Corriere della Sera
Amnesty International ha accusato il governo del Perú di essersi dimenticato della salute di centinaia di nativi.

Il rapporto dell’organizzazione per i diritti umani, intitolato “Uno stato tossico”, denuncia l’assenza di cure mediche adeguate in favore delle comunità native di Cuninico ed Espinar, rispettivamente nella regione amazzonica e andina, le cui uniche fonti d’acqua sono contaminate da metalli tossici dannosi per la salute umana.




Dal 2014 l’acqua del fiume che scorre nella comunità di Cuninico (nella foto), ha iniziato ad avere uno strano odore. Le donne hanno raccontato di avere crampi allo stomaco, bruciore alle vie urinarie, irritazioni cutanee e aborti. I loro figli presentano molti sintomi analoghi e a scuola non riescono a rimanere concentrati.

Uno studio eseguito quell’anno dall’Autorità regionale per la salute (Diresa) ha rivelato che i livelli di alluminio e di idrocarburi da petrolio nelle acque di Cuninico eccedevano quelli ammessi per il consumo umano.

Due anni dopo, nel 2016, uno studio del ministero della Sanità peruviano ha reso noto che più della metà dei residenti della comunità aveva livelli anormali di mercurio nel sangue e che livelli allarmanti di cadmio e piombo erano stati rinvenuti anche nei bambini. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, l’esposizione al mercurio e al piombo può causare gravi problemi di salute e danni irreversibili allo sviluppo fetale.

La risposta dello stato peruviano è stata ampiamente inadeguata. Nonostante nel 2017 il governo abbia proclamato lo stato d’emergenza per la salute pubblica, non è stato preso alcun provvedimento per fornire cure mediche alle comunità colpite e rimediare alla contaminazione delle acque.

Le comunità sono costrette a raccogliere l’acqua piovana per il consumo domestico e a bere quella contaminata del fiume quando le piogge sono insufficienti. L’ambulatorio medico più vicino a Cuninico è a un’ora e mezza di distanza se si percorre con un’imbarcazione veloce e non ha in servizio specialisti in grado di curare persone esposte a metalli tossici.

Nella provincia di Espinar, situata nella regione andina, la situazione è analoga.

Studi condotti dalle autorità statali hanno rilevato che alcune comunità sono state collettivamente esposte a metalli pesanti e ad altre sostanze chimiche e che le loro uniche fonti d’acqua sono contaminate.

Le donne della comunità di Espinar lamentano costanti mal di testa, dolori allo stomaco, diarrea, bruciore agli occhi, difficoltà respiratorie e problemi ai reni.

Già nel 2010 uno studio realizzato dal Centro nazionale per la salute nel lavoro e la tutela della salute ambientale aveva rilevato che quasi tutti i membri delle comunità che erano stati sottoposti a esami avevano presenza di piombo, cadmio, mercurio o arsenico nel sangue. La prolungata esposizione a questi metalli tossici è causa conclamata di una serie di problemi cronici di salute tra cui perdita di memoria, infertilità, perdita della vista, diabete, disfunzioni epatiche e renali e cancro.

Lo stato peruviano è venuto ampiamente meno al suo obbligo di proteggere le comunità native di Cuninico ed Espinar e garantire il loro diritto alla salute. Ora deve rimediare, assicurando che queste comunità abbiano accesso ad acqua pulita e individuando e rimuovendo le cause della contaminazione.


Riccardo Noury

Spose bambine, “in Italia migliaia di minori a rischio”

Redattore Sociale
All’indomani del caso di Firenze, il commento di Tiziana Dal Pra, presidente dell’associazione emiliana Trama di Terre: “Fenomeno in Italia è diffuso soprattutto tra le comunità straniere del Bangladesh, dell’India e del Pakistan”. Ma in molte si ribellano e chiedono aiuto.


“In Italia ci sono migliaia di bambine che rischiano di essere date in sposa a uomini che non amano”. E’ quanto afferma Tiziana Dal Pra, presidente dell’associazione emiliana Trama di Terre, che ospita ragazzine vittime di matrimoni forzati. Una riflessione che arriva all’indomani del nuovo caso di sposa bambina di Firenze, vendita per 15 mila euro e segregata in casa per alcuni anni dal padre.

Secondo Dal Pra, “il fenomeno in Italia è diffuso soprattutto tra le comunità straniere del Bangladesh, dell’India e del Pakistan, oltre che in alcune famiglie di etnia rom. Bisogna avere il coraggio di essere chiari e di dirlo con trasparenza”.

Un problema culturale, che spesso viene a scontrarsi con differenti modelli culturali quando queste ragazzine hanno la possibilità di andare a scuola e conoscere un nuovo mondo. “Le bambine entrano in contatto con altri modelli culturali e comprendono l’atrocità del matrimonio forzato”. E così, aggiunge la presidente di Trame di Terre, “chiedono aiuto tramite i servizi sociali, i bidelli, gli amici, i professori, internet”. Proprio come la bambina di Firenze, che ha chiesto aiuto tramite una chat a un ragazzo siciliano, che poi ha dato l’allarme facendo partire l’indagine.

Per affrontare la situazione, dice Dal Pra, “bisogna partire dalla prevenzione a partire dal mondo delle scuole, dove il tema dovrebbe essere affrontato con maggior efficacia su tutti i livelli”. Inoltre, conclude, “è importante introdurre anche in Italia il reato sui matrimoni forzati e applicare la Convenzione di Istanbul che impone misure penali per contrastare questa pratica”.

Le donne liberate dall'Isis e dal niqab

Globalist
Gli uomini del Califfato resistono a Deir Ezzor. Qualcuno è riuscito a fuggire e a mettersi in salvo dai curdo siriani



La scena non è insolita. Certamente c'è una buona parte di popolazione che il velo integrale lo ha scelto per convinzione religiosa. Ma tante donne sono state costrette dallo Stato Islamico a coprirsi del tutto e punizioni severe sono state comminate a quelle donne che non rispettavano fino alla virgola le rigide disposizioni della locale polizia religiosa.Così per tante donne la liberazione dall'Isis ha coinciso con la liberazione dal niqab.


E' quello che è accaduto a questa donna fuggita da Deir Ezzor e arrivata fino alle linee delle Forze Siriane democratiche (quelle guidate dai battaglioni di protezione femminile delle curdo-siriane) che una volta al sicuro si è tolta il niqab e lo ha calpestato per sottolineare il suo grande disprezzo.


Via il niqab come imposizione. Per un futuro di libertà e di diritti per tutti, a cominciare dalle donne. Ora è un sogno e chissà se finita la guerra chi la lottato per la libertà riuscirà a costruire un futuro democratico e non finire nelle mani di altri tiranni.

venerdì 15 settembre 2017

Amnesty International - Ciad: brutale giro di vite contro gli attivisti per i diritti umani

Amnesty International
In Ciad, a causa dell’aumentato uso di leggi repressivo e dell’impiego dei servizi segreti, chi esprime critiche nei confronti del governo è ridotto al silenzio. 

A denunciarlo il lavoro dei ricercatori di Amnesty International dal titolo “Tra repressione e recessione. Il prezzo crescente del dissenso in Ciad“ che documenta i crescenti rischi cui vanno incontro i difensori dei diritti umani, i movimenti di base, i sindacalisti e i giornalisti a causa delle limitazioni ai diritti alla libertà di espressione, associazione e manifestazione pacifica registrati nel paese centrafricano.

Invece di riconoscere l’importanza dell’azione, del tutto legittima, degli attivisti che con coraggio sfidano le ingiustizie e svolgono attività pacifiche per migliorare la situazione dei diritti umani, il governo del Ciad è stato particolarmente sollecito nell’adottare leggi e regolamenti per impedire il diritto a manifestare, sorvegliare gli attivisti e prenderli di mira con intimidazioni, minacce e aggressioni“, ha denunciato nella nota ufficiale di presentazione del rapporto Alioune Tine, direttore di Amnesty International per l’Africa occidentale e centrale.

Le forze di sicurezza e i servizi segreti stanno attuando una brutale repressione che, negli ultimi due anni, ha fatto sì che criticare il governo sia diventato sempre più pericoloso. Ora minacciano di riportare il paese indietro al periodo nero di repressione“, ha aggiunto Tine.

Turchia: scontri e arresti per i due prof Nuriye Gulmen e Semih Ozakca eroi dell'opposizione

Euro News
Sono da sei mesi in sciopero della fame, la loro storia ha fatto il giro del mondo e anche per loro, non c‘è stata pietà. Un tribunale di Ankara, questo giovedì ha stabilito che Nuriye Gulmen, docente universitaria, e Semih Ozakca, insegnante di scuola primaria, resteranno agli arresti. 
Nuriye Gulmen, docente universitaria, e Semih Ozakca, insegnante di scuola primaria
Durante l’udienza proteste fuori dall’aula, scontri, feriti e 20 arresti.

I due sono diventati un simbolo della resistenza alla repressione di Stato firmata Erdogan, quella che ha fatto sì che in Turchia venissero licenziati o sospesi 150mila dipendenti pubblici, dal fallito colpo di Stato dell’estate 2016. Esra Ozakca, la moglie di Semih ha raccontato che: “Due giorni fa anche i loro avvocati sono finiti agli arresti, sono ancora sotto la custodia della polizia” – aggiunge che è stata fatta irruzione nell’aula per constatare se ci fosse una ghigliottina.

Il Muslimban ritorna: la Corte suprema dà il via libera temporaneo a Trump

Il Manifesto
American Psycho. Accettato il ricorso del governo. La Casa bianca ne approfitta e annuncia nuovi tagli al numero di rifugiati accolti nel paese. Il Dipartimento di giustizia ha scagionato i sei agenti di Baltimora coinvolti nella morte di Freddie Gray, il giovane ucciso nel 2015: le prove sarebbero insufficienti.


Continua la battaglia di Trump per il Muslimban, il provvedimento che impedisce l’ingresso begli Usa a cittadini di sei nazioni prevalentemente musulmane: martedì la Corte suprema ha temporaneamente concesso all’amministrazione Trump la facoltà di impedire a circa 24.000 rifugiati di entrare negli Stati uniti, fino al 10 ottobre prossimo, quando la Corte sentirà le parti coinvolte nella disputa legale.
Questa decisione sospende una parte della sentenza della settimana scorsa della Corte d’Appello del nono circuito di San Francisco, in base alla quale un tribunale delle Hawaii aveva deciso che il Muslimban non poteva essere applicato ai rifugiati che sono parte del programma Usa di ammissione o che hanno ricevuto rassicurazioni formali da parte di agenzie di ricollocamento.
Trump vorrebbe che il divieto durasse 3 mesi per i cittadini dei sei paesi nel mirino (Siria, Libia, Iran, Somalia, Sudan, Yemen) e 4 mesi per i rifugiati. Così facendo, sostiene Trump, il paese avrebbe tempo per valutare le procedure di controllo e impedire l’ingresso a possibili terroristi.

Per Trump, pur essendo temporanea è comunque una vittoria; l’ultimo intervento fatto dalla Corte Suprema, in vista dell’appuntamento del 10 ottobre, è il terzo dallo scorso 26 giugno quando il massimo organo giudiziario americano aveva dichiarato che il travel ban, annunciato con un contestatissimo ordine esecutivo il 6 marzo, poteva entrare in vigore ma non includere chi ha relazioni in «bona fide» con persone o organizzazioni Usa.

Leggi l'articolo completo >>>

giovedì 14 settembre 2017

Iraq. Nelle galere di Raqqa: "Ho 13 anni, combattevo per Isis". Non è un carnefice è una vittima

Corriere della Sera 
Il terribile racconto nel reportage in onda il 14 settembre su La7. "Ho avuto un addestramento militare e religioso". 


Cappuccio nero in testa che gli copre la faccia, sandali ai piedi. È seduto su un lettino ricoperto da un telo su cui, ironia della sorte, si legge Unhcr (l'agenzia Onu per i rifugiati). 

Si chiama Mohammad, ha 13 anni, si toglie il cappuccio, capelli scuri, cicatrice sulla fronte, combattente dell'Isis, ora prigioniero dei curdi siriani a Raqqa, capitale dello Stato islamico devastata dalla guerra. 

"Sognavo di diventare un grande combattente, ora passo 23 ore su 24 in cella - racconta Mohammad, figlio di un militante Isis. Ho lasciato la scuola per arruolarmi, ho avuto un addestramento religioso e militare". Ha imparato a memoria il Corano e a manovrare il fucile. "Hai visto quel video dove dei bambini come te sparano alla nuca dei prigionieri inginocchiati davanti a loro?", gli chiede Formigli. E lui, sguardo spento, risponde: "Sì, non potrei fare altrettanto. Il mio solo desiderio è rivedere la mia famiglia".


Questa è una delle tante storie raccolte da Formigli nell'inferno di Raqqa. C'è anche quella di un combattente italiano che, volto oscurato, descrive la sua avventura tra le macerie di una civiltà distrutta, palazzi sventrati, migliaia di mosche sui cadaveri in decomposizione. "Vengono negati i diritti umani fondamentali - dice il conduttore - non ho incontrato osservatori internazionali, c'è clima da occhio per occhio dente per dente: un bambino di 13 anni non è un carnefice, è una vittima".


Urla un guerrigliero: "Il califfato va annientato a qualunque costo!". E il costo dei civili morti è altissimo: "Non si può sapere quanti - spiega Formigli. Molti sono presi in ostaggio dai terroristi, altri si nascondono nelle case spianate dalle bombe americane. L'odore di morte è fortissimo e non riesco a togliermelo di dosso". Non solo guerre a "Piazzapulita", anche politica interna, "sì, però non si possono affrontare i fatti interni senza guardare all'esterno. La nostra politica è influenzata da questioni internazionali, come i migranti: noi non ci preoccupiamo del loro destino in Libia, ma solo che non sbarchino sulle nostre coste".

Usa, esecuzione choc in Ohio: condannato colpito da dispnea dopo iniezione letale

Il Messaggero
Nuova, problematica esecuzione a morte in Usa: Gary Otte, 45 anni, accusato di aver ucciso due persone in una rapina a Cleveland nel 1992, è morto nel carcere di Lucasville, Ohio, dopo una iniezione letale che secondo il suo avvocato avrebbe creato ripetuti innalzamenti e abbassamenti dello stomaco: un fenomeno noto come 'air hunger' (fame d'aria), o dispnea, ossia difficoltà respiratorie. 


Il legale ha pensato ad errori nell'iniezione e tentato di avvisare il giudice per fermare l'esecuzione ma non ha fatto in tempo.

VIDEO Unicef - Bambini 'sperduti': l'orrore degli orfani della guerra e della fame

Globalist
Il celebre fotografo e regista Rankin, si è unito all'Unicef per realizzare un video di 60 secondi sul dramma dei "bambini sperduti".


Il celebre fotografo e regista Rankin, si è unito all'Unicef per realizzare un video di 60 secondi sul dramma dei "bambini sperduti" a causa di guerra, povertà e disastri, con particolare attenzione a quelli separati dalle famiglie una volta diventati rifugiati. Il video, che vuole spingere a una riflessione, invita le persone a guardare oltre le etichette di rifugiato e migrante e considerare ogni bambino come un bambino, prima di tutto, a prescindere dalla sua provenienza. Il video, accompagnato dall'intensa canzone dei Bastille, "Four Walls", ritrae bambini rifugiati e migranti mentre guardano dei filmati di bambini in pericolo in tutto il mondo. Molti dei bambini che hanno realizzato il video sono essi stessi rifugiati scappati dagli orrori della guerra e che ora stanno tentando di ricostruirsi una vita. Lo scopo del video è quello di sfidare gli stereotipi e i pregiudizi sui rifugiati, offrendo ai bambini una possibilita' per dire che hanno le stesse speranze, paure e sogni di ogni altro bambino.



"Amo girare con i bambini (sono così espressivi, non trattengono nulla) - ha dichiarato Rankin -. Io sono un papà, riesco a capire i bambini, ma di tanto in tanto, mentre giravamo il video, mi hanno colpito le esperienze che alcuni di loro hanno vissuto. Volevamo partecipassero alla realizzazione del video tre bambini siriani che però non hanno potuto farlo. Il giorno prima dell'inizio delle riprese, il papà ha saputo che suo fratello era stato ucciso in un bombardamento ad Aleppo. Questi bambini hanno ancora parenti in pericolo in Siria. Mi hanno detto che a loro mancano le proprie famiglie e che si preoccupano ogni giorno per loro. Non dovremmo etichettare e giudicare questi bambini, perché ciò di cui hanno realmente bisogno è amore, sicurezza e calore. 'Rifugiato che cosa può significare per un bambino? Un bambino è un bambino ed è tutto quel che conta".
Nel mondo, circa 50 milioni di bambini vivono fuori dal proprio paese di nascita o sono sfollati all'interno dei loro paesi, almeno 28 milioni di questi bambini hanno abbandonato le proprie case a causa di guerre e conflitti. Il numero di bambini rifugiati e migranti che viaggiano da soli ha raggiunto un numero record, aumentando di circa 5 volte rispetto al 2010. Almeno 300.000 bambini separati e non accompagnati sono stati registrati in circa 80 paesi tra il 2015 e il 2016, rispetto ai 66.000 nel 2010 - 2011. (DIRE)

mercoledì 13 settembre 2017

Bosnia Erzegovina, ancora nessuna giustizia per le 20.000 donne stuprate durante la guerra

La Repubblica
L'ultima speranza per le sopravvissute alle violenze sessuali nel corso del conflitto degli anni '90. Il rapporto diffuso oggi da Amnesty International, "Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà....", nel quale l'organizzazione per i diritti umani denuncia le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ostacoli per ottenere sostegno e risarcimenti legali.


Un quarto di secolo dopo l'inizio del conflitto, oltre 20.000 sopravvissute alla violenza sessuale nella guerra della Bosnia ed Erzegovina si vedono ancora negare la giustizia. Lo ha dichiarato oggi Amnesty International, pubblicando il rapporto "Abbiamo bisogno di sostegno, non di pietà. L'ultima speranza di giustizia per le sopravvissute agli stupri di guerra", nel quale l'organizzazione per i diritti umani denuncia le devastanti conseguenze fisiche e psicologiche di quei crimini e gli ingiustificabili ostacoli che le donne devono affrontare per ottenere il sostegno necessario e i risarcimenti legali cui hanno diritto.

La fatica di rimettere assieme i pezzi delle loro vite. "Oltre due decenni dopo la guerra, decine di migliaia di donne in Bosnia stanno ancora rimettendo insieme i pezzi delle loro vite distrutte potendo contare ben poco sul sostegno medico, psicologico ed economico di cui hanno disperatamente bisogno", ha dichiarato Gauri van Gulik, vicedirettrice di Amnesty International per l'Europa. "Via via che passano gli anni, passa anche la speranza di ottenere giustizia o ricevere il sostegno cui hanno diritto. Queste donne non riescono a dimenticare ciò che è accaduto e noi, a nostra volta, non dovremmo dimenticarlo", ha aggiunto van Gulik.

Molte vennero ridotte in schiavitù. Secondo il rapporto, frutto di ricerche condotte nel corso di due anni, una serie di ostacoli sistemici e l'assenza di volontà politica hanno condannato una generazione di sopravvissute agli stupri del 1992-1995 a una vita di stenti e penuria. Durante il conflitto migliaia di donne e ragazze vennero stuprate e sottoposte ad altre forme di violenza sessuale da soldati e appartenenti a gruppi paramilitari. Molte vennero ridotte in schiavitù, torturate e persino messe incinte a forza nei cosiddetti "campi degli stupri". Elma era al quarto mese di gravidanza quando venne portata in uno di quei campi e sottoposta ogni giorno a stupri di gruppo. "Erano ragazzi del posto, avevano tutti il passamontagna. A turno mi chiedevano se fossi in grado di riconoscere chi mi stava sopra", ha raccontato ad Amnesty International. Elma ha perso il bambino e ha riportato danni permanenti alla spina dorsale. Disoccupata, a distanza di quasi 25 anni non ha ricevuto alcun significativo aiuto finanziario da parte dello stato e ha disperato bisogno di cure mediche e assistenza psicologica.

Egitto - Confermato l'arresto dell'avvocato della famiglia Regeni, Metwally Hegazy

La Repubblica
Accuse dall'Egitto: voleva sovvertire il governo Al Sisi.



L'avvocato egiziano Ibrahim Metwally Hegazy, uno dei componenti dell'associazione che cura la difesa di Giulio Regeni in Egitto, è apparso davanti al magistrato della sicurezza in stato di arresto. 


L'uomo era stato fermato domenica sera mentre saliva su un volo per Ginevra dove era stato invitato dalle Nazioni Unite per raccontare dell'ultimo report presentato dalla sua associazione Ecrf (Egyprian Commission for right and freedom) sulle sparizioni forzate in Egitto. L'uomo è accusato, da quanto fa sapere la Ercf, di vari reati tra cui l'aver collaborato con entità straniere per sovvertire l'ordine costituzionale in Egitto e aver creato gruppi di persone per sovvertire il governo di Al Sisi (probabilmente il riferimento è alla sparizione delle famiglie degli scomparsi in Egitto di cui Metwally faceva parte). Metwally era il padre di un ragazzo sparito nel nulla due anni fa.
[...]

Di Giuliano Foschini

Yemen, liberato missionario salesiano Tom Uzhunnalil sequestrato il 4 marzo 2016

Vatican InsiderL’annuncio del vicario apostolico dell’Arabia Paul Hinder. Il religioso da Muscat, nel sultanato dell’Oman, è in viaggio verso Roma. Era stato rapito il 4 marzo 2016 ad Aden nell’attacco della strage delle Missionarie della Carità.


È libero padre Tom Uzhunnalil, il salesiano indiano rapito nel marzo 2016 nel tragico assalto jihadista alla casa delle Missionarie della Carità di Aden, costato la vita a quattro religiose e altre dodici persone. È libero e da Muscat, nel sultanato dell’Oman - il paese attraverso la cui mediazione è avvenuta la sua liberazione -, è già in viaggio verso Roma, dove per qualche giorno sarà ospite della famiglia salesiana, prima di ripartire per il Kerala, la regione dell’India di cui è originario.

Ad annunciare la liberazione era stato nella tarda mattinata con un comunicato il Vicariato Apostolico dell’Arabia Meridionale, sotto la cui giurisdizione si trova lo Yemen. «Il vescovo Paul Hinder - si legge nella breve nota - è lieto di annunciare che il salesiano padre Tom Uzhunnalil, che era stato rapito nella casa delle Missionarie della carità ad Aden il 4 marzo 2016, è stato liberato oggi. Si trova ora in mani sicure. Il vescovo – continua il comunicato – ringrazia tutti coloro che sono stati coinvolti negli sforzi per la liberazione e tutti quelli che nel mondo hanno pregato senza sosta perché padre Tom tornasse a casa sano e salvo». Contemporaneamente la notizia era stata data con un tweet anche dalla ministra degli esteri indiana, Sushma Swaraj, che proprio pochi giorni fa incontrando una delegazione dei vescovi indiani si era già sbilanciata dicendo che la liberazione ormai era vicina.

Da Muscat il quotidiano locale Oman Observer ha diffuso anche una fotografia di padre Tom, vestito con un abito tradizionale locale. Nei suoi comunicati ufficiali l’Oman ha rivendicato il ruolo di mediazione giocato nella vicenda dal suo sultano, Qaboos bin Said, «in collaborazione con le diverse parti in Yemen». Un ruolo che anche il Vaticano ha voluto sottolineare in un comunicato ufficiale: «La Santa Sede - si legge nella nota - ringrazia vivamente quanti si sono adoperati per il suo ritrovamento, in particolare, sua maestà il sultano dell’Oman e le autorità competenti del sultanato».

Da parte sua Il vicario del rettor maggiore dei salesiani, don Francesco Cereda, ha fatto sapere che padre Tom «è in arrivo a Roma, dove si tratterà alcuni giorni in una comunità salesiana per accertamenti e cure mediche».
«Esprimiamo profonda gratitudine a Dio per la felice conclusione di questa vicenda - ha commentato all’agenzia Fides il segretario generale della Conferenza episcopale indiana, il vescovo Thedore Mascarenhas - Bisogna poi ringraziare l’azione del governo indiano, che ha messo in campo ogni sforzo per la liberazione di padre Uzhunnalil. E bisogna ringraziare anche l’impegno personale di Papa Francesco, che ha speso tutta la sua influenza». Secondo monsignor Mascarenhas padre Tom, prima di raggiungere l’India, potrebbe fare tappa in Vaticano.

Grande soddisfazione per la notizia della liberazione è stata espressa all’agenzia AsiaNews anche da suor Mary Prema, la superiora delle Missionarie della Carità, con le quali padre Tom svolgeva il suo ministero ad Aden. « Sono sopraffatta dalla gioia per questa bella notizia - ha commentato - e rendo lode a Dio per la sua misericordia. Non abbiamo mai abbandonato la speranza che un giorno padre Tom sarebbe stato rilasciato. La sua fotografia è rimasta fissa sulla tomba di Madre Teresa. Le sorelle, i poveri e la gente hanno pregato ogni giorni per la sua liberazione».

Giorgio Bernardelli