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domenica 6 agosto 2017

Tenerli in Libia è come tenerli in un inferno

La Stampa
«Le nostre navi continueranno a raccogliere i migranti. Sarebbe auspicabile anche quelli ospitati da imbarcazioni bloccate dalla guardia costiera libica. Perché riportarli in Libia, in questo momento, vuol dire riportarli all’inferno». L’impegno umanitario in questo momento complesso è, per il viceministro agli Esteri Mario Giro, la stella polare dell’intervento italiano.
Un semplice respingimento ancora oggi non è possibile.
«I migranti finirebbero in centri di detenzione nelle mani delle milizie, che ne approfittano per fare i loro commerci e questo non raggiungerebbe nemmeno l’obiettivo di alleggerire la situazione, c’è molta gente che vive su questi traffici. Per ora non è stato possibile avere dei campi normali in Libia, sotto il controllo delle istituzioni internazionali, è un obiettivo da raggiungere».

Dopo la sfida di uno dei vice del premier Sarraj, anche il governo riconosciuto della Libia sembra ora diviso sulla nostra missione navale...
«Quello che è importante è quel che pensa la parte più forte, le milizie di Misurata e di Tripoli stessa, sappiamo ci sono diverse sensibilità anche nel governo di Tripoli».

C’è chi dice: non sarà un errore il nostro asse privilegiato con Sarraj? Macron, in maniera per alcuni più avveduta, ha invitato a Parigi sia il premier riconosciuto, sia Haftar, li ha voluti entrambi.
«Non esiste un asse privilegiato, dialoghiamo con tutti e non abbiamo la pretesa di rimanere da soli. Non vogliamo dettare la linea ma partecipare a una soluzione che coinvolga tutti, gli altri paesi europei, l’Egitto, La Turchia, i Paesi del Golfo, La Russia, gli Usa. Sappiamo che è un percorso lungo. Ma dopo che una decisione sostanzialmente unilaterale, quella della Francia e della Gran Bretagna del 2011, ha prodotto l’attuale disastro, non ci sembra il caso di proseguire su quella strada».

La questione Ong. Al di là delle inchieste, c’è chi si chiede se, nei fatti, delle organizzazioni molto affini ideologicamente al mondo no global debbano decidere della politica immigratoria di un Paese.
«Noi siamo sottoposti a una situazione che si è creata negli anni di vuoto dopo Mare Nostrum, nel 2014 e nel 2015, in cui è arrivato l’intervento delle Ong. Sulle inchieste, aspettiamo i risultati. Il codice Minniti serve intanto a ristabilire una fiducia reciproca tra tutte le parti in causa. Può esserci dietro alcune Ong un’ideologia no border, una sorta di estremismo umanitario, ma va compreso, di fronte alla tragedia che sta avvenendo. Preferisco un estremismo umanitario ad altri tipi di estremismi».

La collaborazione con le organizzazioni continuerà?
«Su questo tema non bisogna scaldarsi troppo. Ci vuole un atteggiamento pragmatico che riconosca come le Ong siano una componente imprescindibile del diritto internazionale umanitario».

Intervista a cura di Marco Menduni

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