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mercoledì 23 agosto 2017

Roma, rifugiati in strada. Padre Zerai: "Casi vulnerabili, serve una soluzione"

Redattore Sociale
Seconda notte in strada per gli sgomberati di via Curtatone: circa 200, di cui 50 donne, hanno dormito all’addiaccio. Una delegazione ha incontrato in Campidoglio il gabinetto del sindaco insieme al sacerdote eritreo. Lo sdegno di Unhcr, Sant’Egidio,Unicef : “Sono persone che hanno bisogno di protezione”.


Roma - Tadesse si tira su con la stampella e si tocca la schiena: per la seconda notte ha dormito per terra nei giardini di piazza Indipendenza. “Non so quanto potrò andare avanti ancora – dice -. Ho subito tre operazioni, ho sei ferri solo in questa gamba, il dolore alla schiena non mi dà pace. Sono invalido al 70 per cento dentro almeno avevo un letto, qui non è possibile stare”. Tadesse, mi mostra il permesso di soggiorno, dove c’è scritto che ha ottenuto l’asilo politico. Viene dall’Etiopia, ed è una delle persone sgomberate dal palazzo di via Curtatone, a piazza Indipendenza, nel cuore di Roma, sabato scorso. 

Ora, insieme ad altre 150 persone, ogni notte dorme in strada, di fronte al palazzo che negli ultimi 4 anni è stata la sua casa. I rifugiati etiopi ed eritrei hanno infatti deciso di non lasciare piazza Indipendenza con la speranza di poter rientrare nel palazzo della ex Federconsorzi, dove attualmente ci sono altre 100 persone (70 adulti e 35 bambini): solo alle famiglie con minori, infatti, è stato concesso di rientrare temporaneamente nello stabile.

Padre Zerai in Campidoglio per chiedere all’amministrazione di attivarsi: “Sgombero senza piano B”. Questa mattina una delegazione formata da tre ragazzi eritrei e da padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo, presidente dell’agenzia Habescia, si è recata in Comune per chiedere all’amministrazione di trovare una soluzione per le persone in strada. L’assessora Laura Baldassare e la sindaca, Virginia Raggi, non c’erano. “Abbiamo incontrato una rappresentanza del gabinetto del sindaco e lo staff dell'assessorato alla Persona, Scuola e Comunità solidale – spiega a Redattore sociale il sacerdote eritreo -. Ci hanno dato disponibilità a venire oggi pomeriggio a piazza Indipendenza, per fare un censimento dei casi più vulnerabili: famiglie, minori, ma anche anziani e persone con problemi di salute. Ci sono diversi invalidi”. Secondo padre Zerai è escluso che le persone possano rientrare nell’edificio, costantemente presidiato da polizia e vigilantes privati. “Stiamo cercando anche di farci dare un appuntamento dalla prefetta di Roma. Si tratta di persone che hanno l’asilo politico o addirittura la carta di soggiorno, persone cioè già fuoriuscite dai percorsi di accoglienza, che non possono essere ora ospitati di nuovo nei centri per migranti o negli Sprar – continua Zerai -. Per questo non credo che il Comune potrà fare granché, andrebbe attivata la protezione civile nazionale per tamponare almeno l’emergenza di questi giorni. Questo lo può fare solo ministero o il governo stesso”. Dopo l'incontro il Comune di Roma, in una nota, ha fatto sapere che verrà avviato un "tavolo di confronto permanente per individuare le soluzioni più adeguate per le persone che occupavano l'immobile situato in via Curtatone, garantendo assoluta priorità alle fragilità: famiglie con minori, anziani non autosufficienti e disabili".

Padre Zerai, da sempre al fianco dei connazionali in Italia ricorda che l’occupazione di via Curtatone è nata a ottobre 2013, subito dopo la strage di Lampedusa dove persero la vita 368 persone. “Questa occupazione rappresenta il fallimento del sistema accoglienza: da una parte lo Stato si assume la responsabilità di proteggere queste persone, dall’altra le lascia in mezzo alla strada. Invece di preparare un percorso di inserimento per questi rifugiati, che sulla carta sono stati dichiarati bisognosi di accoglienza e protezione, vengono lasciano soli. Sappiamo che l’ordine è arrivato dalla prefettura, ma non si può sgomberare senza un piano B. Ci sono famiglie con bambini che vanno a scuola, non possono essere sradicati dal loro territorio”.

Anche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati sta monitorando la situazione dal giorno dello sgombero. “La notte ci sono circa 200 persone che dormono in strada, di cui 50 donne – sottolinea Barbara Molinario -. Quello che ci preoccupa non è solo l'assenza di un'alternativa ma anche la mancanza totale di informazione: alcuni non hanno idea di cosa stia succedendo. Noi siamo in contatto diretto con i funzionari delle prefettura e con il Comune, nessuno ci ha parlato di possibili soluzioni alternative”. L’Unhcr in una nota ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione dei rifugiati a Roma, come aveva già fatto dopo il recente sgombero di via Vannina. “Questa situazione si aggiunge a un quadro già problematico – si legge -. sono centinaia le persone in fuga da guerre e persecuzioni, in transito nella città di Roma, attualmente costrette a dormire per terra in assenza di strutture di accoglienza adeguate”. “Mi aspettavo di vedere qui l’assessora Laura Baldassare – sottolinea il prortavoce dell’Unicef Andrea Iacomini, che stamattina si è recato di persona a piazza Indipendenza per capire la situazione di donne e bambini – Non ci basta sapere che siano stati fatti rientrare nello stabile, vogliamo poter capire com’è la situazione lì dentro. Come l’assessora Baldassare ben sa questi minori vanno protetti e gli va assicurato un alloggio adeguato, un piano di accoglienza definito. Sappiamo che hanno provato a separare i nuclei familiari, ma per noi mamma, papà e bambini devono stare insieme”.

Seconda notte in strada “diversi casi vulnerabili”. Intanto ieri sera tra le 150 e le 200 persone hanno passato la seconda notte all’addiaccio. Tra loro anche anziani e persone con probemi di salute. Come Simon, amputato alla gamba destra: “Ho perso l’arto dopo una malattia – racconta – ho problemi seri di postura e forti dolori. Ma non avendo alternativa dormo qui. Mi hanno fatto rientrare solo per prendere le mie cose”. Mentre parliamo una signora anziana si avvicina al cordone di sicurezza “Vi prego fatemi rientrare dentro a dormire” chiede. Il poliziotto gentilmente le dice “non posso, lo farei ma l’ordine è di far rientrare solo famiglie con bambini”. Intanto chi è all’interno butta giù cuscini, lenzuola e materassi per permettere a chi è fuori di dormire meglio. Francesca Danese, ex assessora alle politiche sociali, assicura che il Forum del Terzo settore si sta attivando per cercare soluzioni alternative. Alcuni cittadini hanno messo a disposizione anche la loro abitazione: “ci stanno chiamando in tanti per chiedere come possono essere utili”.

Sdegno unanime delle associazioni. Diverse associazioni, dal Centro Astalli ad Amnesty International hanno condannato lo sgombero del palazzo. La Comunità di Sant’Egidio chiede urgentemente di trovare una soluzione: “Si tratta di centinaia di rifugiati, tra cui molte famiglie con bambini e anziani, che si trovano all’improvviso senza un tetto. Occorre che le autorità nazionali e cittadine trovino al più presto una risposta alla situazione che si è venuta a creare, anche con soluzioni diversificate”. Sant’Egidio ricorda che non si tratta di “irregolari”, “le persone sgomberate, in gran parte etiopi ed eritrei, hanno già ottenuto, quasi tutti, il riconoscimento di rifugiati e non pochi già lavorano, come quella donna che ha chiesto di poter tornare nel palazzo per recuperare le medicine che servivano alla signora che assiste come badante durante il giorno. Si trovino quindi soluzioni appropriate nel rispetto delle persone e per il bene della Capitale che non ha bisogno certamente di situazioni conflittuali ma inclusive, per tutti i cittadini, sia italiani che stranieri". “Da anni, insieme agli altri enti di tutela che operano in città, segnaliamo che è importante agire per risolvere queste situazioni di marginalità e per prevenirne di nuove - aggiunge padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli – . Tuttavia intervenire senza avere pianificato soluzioni adeguate e dignitose per le persone coinvolte non risolve le difficoltà, aumenta la tensione e suggerisce un’impropria associazione tra disagio sociale e allarme terrorismo“. Anche il viceministro agli Affari esteri Mario Giro ha condannato con fermezza lo sgombero su Twitter definendolo “Indegno di un paese civile. Provoca insicurezza ai migranti e ai romani”. 

Eleonora Camilli

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