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mercoledì 23 agosto 2017

Guerre dimenticate - Yemen, raid della coalizione saudita su Sana’a: uccise decine di civili

DIRE
Decine di civili sono stati uccisi il 23 agosto in bombardamenti aerei condotti dalla coalizione a guida saudita su Sana’a, la capitale dello Yemen: lo riferiscono fonti di stampa e responsabili di organizzazioni umanitarie.


Secondo Hussein Al Tawil, capo della Mezzaluna Rossa in città, almeno 35 persone hanno perso la vita in un bombardamento nel sobborgo settentrionale di Arhab.

Altre fonti, vicine alle milizie sciite che controllano la città, hanno fornito bilanci ancora più gravi.

Secondo l’agenzia di stampa ‘Saba’, in particolare, i raid hanno provocato almeno 71 morti e feriti.

Le milizie sciite, appartenenti al movimento Houthi, si oppongono a un governo sostenuto dai sauditi che controlla dal 2015 solo le regioni meridionali dello Yemen.

USA - Missouri - Pena di morte - Stop a esecuzione di Marcellus Williams. Dubbi dal test DNA

Rai News
Il governatore repubblicano del Missouri, Eric Greitens, ha fermato l'esecuzione della pena di morte per il condannato Marcellus Williams, dopo che risultati del test del Dna hanno sollevato dubbi sulla sua colpevolezza. 

Marcellus Williams
Williams è stato condannato per aver ucciso a coltellate la ex giornalista Lisha Gayle durante una rapina nel 1998.

L'esecuzione della massima pena era fissata per ieri sera. I legali di Williams avevano prodotto prove legate a un test del Dna sull'arma del delitto non associabili al condannato.

Roma, rifugiati in strada. Padre Zerai: "Casi vulnerabili, serve una soluzione"

Redattore Sociale
Seconda notte in strada per gli sgomberati di via Curtatone: circa 200, di cui 50 donne, hanno dormito all’addiaccio. Una delegazione ha incontrato in Campidoglio il gabinetto del sindaco insieme al sacerdote eritreo. Lo sdegno di Unhcr, Sant’Egidio,Unicef : “Sono persone che hanno bisogno di protezione”.


Roma - Tadesse si tira su con la stampella e si tocca la schiena: per la seconda notte ha dormito per terra nei giardini di piazza Indipendenza. “Non so quanto potrò andare avanti ancora – dice -. Ho subito tre operazioni, ho sei ferri solo in questa gamba, il dolore alla schiena non mi dà pace. Sono invalido al 70 per cento dentro almeno avevo un letto, qui non è possibile stare”. Tadesse, mi mostra il permesso di soggiorno, dove c’è scritto che ha ottenuto l’asilo politico. Viene dall’Etiopia, ed è una delle persone sgomberate dal palazzo di via Curtatone, a piazza Indipendenza, nel cuore di Roma, sabato scorso. 

Ora, insieme ad altre 150 persone, ogni notte dorme in strada, di fronte al palazzo che negli ultimi 4 anni è stata la sua casa. I rifugiati etiopi ed eritrei hanno infatti deciso di non lasciare piazza Indipendenza con la speranza di poter rientrare nel palazzo della ex Federconsorzi, dove attualmente ci sono altre 100 persone (70 adulti e 35 bambini): solo alle famiglie con minori, infatti, è stato concesso di rientrare temporaneamente nello stabile.

Padre Zerai in Campidoglio per chiedere all’amministrazione di attivarsi: “Sgombero senza piano B”. Questa mattina una delegazione formata da tre ragazzi eritrei e da padre Mussie Zerai, sacerdote eritreo, presidente dell’agenzia Habescia, si è recata in Comune per chiedere all’amministrazione di trovare una soluzione per le persone in strada. L’assessora Laura Baldassare e la sindaca, Virginia Raggi, non c’erano. “Abbiamo incontrato una rappresentanza del gabinetto del sindaco e lo staff dell'assessorato alla Persona, Scuola e Comunità solidale – spiega a Redattore sociale il sacerdote eritreo -. Ci hanno dato disponibilità a venire oggi pomeriggio a piazza Indipendenza, per fare un censimento dei casi più vulnerabili: famiglie, minori, ma anche anziani e persone con problemi di salute. Ci sono diversi invalidi”. Secondo padre Zerai è escluso che le persone possano rientrare nell’edificio, costantemente presidiato da polizia e vigilantes privati. “Stiamo cercando anche di farci dare un appuntamento dalla prefetta di Roma. Si tratta di persone che hanno l’asilo politico o addirittura la carta di soggiorno, persone cioè già fuoriuscite dai percorsi di accoglienza, che non possono essere ora ospitati di nuovo nei centri per migranti o negli Sprar – continua Zerai -. Per questo non credo che il Comune potrà fare granché, andrebbe attivata la protezione civile nazionale per tamponare almeno l’emergenza di questi giorni. Questo lo può fare solo ministero o il governo stesso”. Dopo l'incontro il Comune di Roma, in una nota, ha fatto sapere che verrà avviato un "tavolo di confronto permanente per individuare le soluzioni più adeguate per le persone che occupavano l'immobile situato in via Curtatone, garantendo assoluta priorità alle fragilità: famiglie con minori, anziani non autosufficienti e disabili".

Padre Zerai, da sempre al fianco dei connazionali in Italia ricorda che l’occupazione di via Curtatone è nata a ottobre 2013, subito dopo la strage di Lampedusa dove persero la vita 368 persone. “Questa occupazione rappresenta il fallimento del sistema accoglienza: da una parte lo Stato si assume la responsabilità di proteggere queste persone, dall’altra le lascia in mezzo alla strada. Invece di preparare un percorso di inserimento per questi rifugiati, che sulla carta sono stati dichiarati bisognosi di accoglienza e protezione, vengono lasciano soli. Sappiamo che l’ordine è arrivato dalla prefettura, ma non si può sgomberare senza un piano B. Ci sono famiglie con bambini che vanno a scuola, non possono essere sradicati dal loro territorio”.

Anche l’Alto commissariato Onu per i rifugiati sta monitorando la situazione dal giorno dello sgombero. “La notte ci sono circa 200 persone che dormono in strada, di cui 50 donne – sottolinea Barbara Molinario -. Quello che ci preoccupa non è solo l'assenza di un'alternativa ma anche la mancanza totale di informazione: alcuni non hanno idea di cosa stia succedendo. Noi siamo in contatto diretto con i funzionari delle prefettura e con il Comune, nessuno ci ha parlato di possibili soluzioni alternative”. L’Unhcr in una nota ha espresso “profonda preoccupazione” per la situazione dei rifugiati a Roma, come aveva già fatto dopo il recente sgombero di via Vannina. “Questa situazione si aggiunge a un quadro già problematico – si legge -. sono centinaia le persone in fuga da guerre e persecuzioni, in transito nella città di Roma, attualmente costrette a dormire per terra in assenza di strutture di accoglienza adeguate”. “Mi aspettavo di vedere qui l’assessora Laura Baldassare – sottolinea il prortavoce dell’Unicef Andrea Iacomini, che stamattina si è recato di persona a piazza Indipendenza per capire la situazione di donne e bambini – Non ci basta sapere che siano stati fatti rientrare nello stabile, vogliamo poter capire com’è la situazione lì dentro. Come l’assessora Baldassare ben sa questi minori vanno protetti e gli va assicurato un alloggio adeguato, un piano di accoglienza definito. Sappiamo che hanno provato a separare i nuclei familiari, ma per noi mamma, papà e bambini devono stare insieme”.

Seconda notte in strada “diversi casi vulnerabili”. Intanto ieri sera tra le 150 e le 200 persone hanno passato la seconda notte all’addiaccio. Tra loro anche anziani e persone con probemi di salute. Come Simon, amputato alla gamba destra: “Ho perso l’arto dopo una malattia – racconta – ho problemi seri di postura e forti dolori. Ma non avendo alternativa dormo qui. Mi hanno fatto rientrare solo per prendere le mie cose”. Mentre parliamo una signora anziana si avvicina al cordone di sicurezza “Vi prego fatemi rientrare dentro a dormire” chiede. Il poliziotto gentilmente le dice “non posso, lo farei ma l’ordine è di far rientrare solo famiglie con bambini”. Intanto chi è all’interno butta giù cuscini, lenzuola e materassi per permettere a chi è fuori di dormire meglio. Francesca Danese, ex assessora alle politiche sociali, assicura che il Forum del Terzo settore si sta attivando per cercare soluzioni alternative. Alcuni cittadini hanno messo a disposizione anche la loro abitazione: “ci stanno chiamando in tanti per chiedere come possono essere utili”.

Sdegno unanime delle associazioni. Diverse associazioni, dal Centro Astalli ad Amnesty International hanno condannato lo sgombero del palazzo. La Comunità di Sant’Egidio chiede urgentemente di trovare una soluzione: “Si tratta di centinaia di rifugiati, tra cui molte famiglie con bambini e anziani, che si trovano all’improvviso senza un tetto. Occorre che le autorità nazionali e cittadine trovino al più presto una risposta alla situazione che si è venuta a creare, anche con soluzioni diversificate”. Sant’Egidio ricorda che non si tratta di “irregolari”, “le persone sgomberate, in gran parte etiopi ed eritrei, hanno già ottenuto, quasi tutti, il riconoscimento di rifugiati e non pochi già lavorano, come quella donna che ha chiesto di poter tornare nel palazzo per recuperare le medicine che servivano alla signora che assiste come badante durante il giorno. Si trovino quindi soluzioni appropriate nel rispetto delle persone e per il bene della Capitale che non ha bisogno certamente di situazioni conflittuali ma inclusive, per tutti i cittadini, sia italiani che stranieri". “Da anni, insieme agli altri enti di tutela che operano in città, segnaliamo che è importante agire per risolvere queste situazioni di marginalità e per prevenirne di nuove - aggiunge padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli – . Tuttavia intervenire senza avere pianificato soluzioni adeguate e dignitose per le persone coinvolte non risolve le difficoltà, aumenta la tensione e suggerisce un’impropria associazione tra disagio sociale e allarme terrorismo“. Anche il viceministro agli Affari esteri Mario Giro ha condannato con fermezza lo sgombero su Twitter definendolo “Indegno di un paese civile. Provoca insicurezza ai migranti e ai romani”. 

Eleonora Camilli

martedì 22 agosto 2017

Molti bambini yazidi prigionieri dell'Isis a Tel Afar. L'appello: salvateli

Globalist
Cominciata l'offensiva per liberare la città dal califfato, La deputata yazida Vian Dakhil: molti sottoposti a lavaggio del cervello e costretti a convertirsi


Le torture e le sofferenze per molti yazidi non sono finite: una deputata della minoranza yazida in Iraq, Vian Dakhil, ha fatto appello alle forze irachene che da conducono un'offensiva contro l'Isis a Tel Afar perché pongano particolare attenzione nell'identificare e liberare i membri della comunità sequestrati dallo Stato islamico, specialmente bambini, affermando che probabilmente molti di loro sono ancora tenuti prigionieri proprio a Tel Afar.
L'appello è stato lanciato dopo che una fonte militare ha detto che ieri due ragazze Yazide sono state liberate in un villaggio strappato all'Isis. 

Molti Yazidi furono massacrati e migliaia sequestrati nell'agosto del 2014 dall'Isis, quando gli uomini del 'Califfato' conquistarono la regione di Sinjar, 120 chilometri a ovest di Mosul. Le donne e le ragazze furono in gran parte ridotte a schiave sessuali. 

Secondo fonti della comunità, da allora circa 3.000 Yazidi sono stati liberati. Ma Vian Dakhil afferma che di altri 3.000 non si hanno ancora notizie, e molti potrebbero essere tenuti prigionieri proprio a Tel Afar. 

"Facciamo appello ai comandanti militari iracheni - ha detto la deputata - di cercarli soprattutto tra le famiglie di sfollati che fuggono da Tel Afar. Siamo preoccupati soprattutto per i bambini che sono stati sottoposti ad un lavaggio del cervello e costretti a convertirsi all'Islam e ai quali è stata cambiato il nome".

Antisemitismo - Un ebreo su tre pensa di lasciare la Gran Bretagna

Corriere della Sera
Sono stati 767 gli episodi di anti-semitismo in Gran Bretagna nei primi sei mesi del 2017. Un numero record di attacchi, molestie e abusi, un terzo in più dell’anno prima, che dà la misura del clima in cui vivono gli ebrei britannici. 


La conseguenza è che quasi un terzo degli ebrei inglesi ha pensato negli ultimi due anni di lasciare il Regno Unito secondo quanto ha rivelato un rapporto pubblicato domenica 20 agosto dall’ong dei diritti umani Campaign Against Antisemitism, ripreso da Jta (Jewish Telegrapich Agency), che dal 2015 ha condotto interviste con oltre 10mila ebrei britannici.

“L’antisemitismo sta avendo un impatto crescente sulle vite degli ebrei britannici, l’odio e la rabbia nei loro confronti si sta allargando” ha spiegato all’Independent David Delew presidente del Community Security Trust che monitora gli attacchi antisemiti in Gran Bretagna.

Tra il 2016 e il 2017 sono state intervistate 7,156 persone, il 37% ha risposto inoltre di aver nascosto in pubblico «segni» che li avrebbe fatti individuare come ebrei. Solo il 59% degli intervistati si sente a suo agio in Gran Bretagna e il 17% addirittura pensa di non essere benvenuto. Il 39% del campione ha detto di credere che la giustizia persegua gli autori di attacchi antisemiti. Per il 75% degli intervistati i recenti eventi politici hanno avuto come risultato un’accresciuta ostilità nei confronti degli ebrei. L’80% crede inoltre che il partito laburista abbia persone antisemite al suo interno.

Monica Ricci Sargentini

Venezuela. Mons. Sequera: a Puerto Ayacucho uccisi 37 detenuti, massacro pianificato

agensir.it
"Queste persone sono state massacrate in modo pianificato": lo ha detto mons. Jonny Eduardo Reyes Sequera, vicario apostolico di Puerto Ayacucho (Venezuela), commentando il massacro di mercoledì scorso nel dove sono morte 37 persone durante l'intervento di un'unità antisommossa della polizia venezuelana nel carcere di Puerto Ayacucho, capitale dello stato di Amazonas, nel sud del Paese.


La stampa locale aveva informato che prima dell'intervento armato, un gruppo di detenuti aveva preso il controllo del carcere. "Qui parliamo di una tragedia grave, perché sono vite umane, perché quando si pagano gruppi armati per andare ad ammazzare la gente, è una cosa pianificata", ha ribadito Mons. Reyes, incontrando ieri la stampa locale, come riferito dall'agenzia Fides: "Non si tratta di polli o gatti, sono persone, e neppure sappiamo se sono solo 37. Sentiamo da tutti i telegiornali ciò che è accaduto a Barcellona, ma in Venezuela? Cosa succede veramente qui?".

lunedì 21 agosto 2017

Arrestato in Spagna Dogan Akhanli su mandato di cattura turco, scrittore critico verso Erdogan

Corriere della Sera
Lo scrittore turco-tedesco Dogan Akhanli, è stato arrestato il 19 agosto in Spagna, nella città di Granada, dopo che le autorità turche avevano emesso un ordine di cattura internazionale nei suoi confronti. 


Dogan Akhanli
Ora, per ottenere l'estradizione, la Turchia dovrà dimostrare la effettiva esistenza di un procedimento nei confronti di Akhanli, supportata da indizi di colpevolezza a carico dello scrittore, trasferitosi nella città tedesca di Colonia nel 1995.

L'avvocato dello scrittore, Ilias Uyar, ha spiegato allo Spiegel che il suo assistito è vittima di "una caccia alle streghe che prende di mira chiunque sia critico del governo turco". Il ministero degli Esteri tedesco è in contatto con le autorità spagnole e ha chiesto che l'estradizione non abbia luogo.
Nei giorni scorsi il presidente Recep Tayyip Erdogan aveva invitato i turchi residenti in Germania a non votare per la Cdu, l'Spd o i verdi perché animati da sentimenti anti turchi. L'arresto di Akhanli è stato commentato dal leader dei socialdemocratici Martin Schulz: "Questo è uno sviluppo drammatico - ha detto - che fa parte della reazione paranoica al golpe fallito. 

Ora Erdogan dà la caccia ai nostri cittadini nei Paesi della Ue". Akhanli è fuggito dalla Turchia nel 1991 dopo essere stato detenuto per svariati anni a causa delle sue attività di opposizione e per aver diretto un giornale di sinistra.

Monica Ricci Sargentini

Boston 40mila persone pacifiche costringono il corteo dell'ultradestra a fuggire

Il Fatto Quotidiano
Circa 40mila persone hanno sfilato, sabato 19 agosto, a Boston per manifestare contro il raduno di uno sparuto gruppo di ultradestra, costretto poi ad abbandonare frettolosamente il suo ”Free Speech rally” e a evacuare a bordo di furgoni della polizia. 

Gli attivisti del gruppo avevano preso pubblicamente le distanze dai neo-nazisti, dai suprematisti bianchi e da altri movimenti di estrema destra che hanno fomentato la violenza a Charlottsvillema i contro manifestanti li hanno sommersi di cori e slogan anti razzisti costringendoli a battere in ritirata. 

Ci sono stati anche alcuni tafferugli con la polizia, sfociati in almeno otto arresti. Si tratta del primo ‘duello’ tra estremisti di destra e anti razzisti dopo i tragici fatti di Charlottsville e le polemiche scatenate dall’equiparazione fatta da Trump fra le due fazioni, che hanno riaperto in America la mai sanata ferita del razzismo.

Sant'Egidio, preoccupazione per i rifugiati sgomberati a Roma

La Stampa
Centinaia di famiglie con bambini mandati via dal palazzo ex Federconsorzi di piazza Indipendenza. La Comunità: «Si trovino soluzioni che non interrompano un percorso di integrazione»


La Comunità di Sant’Egidio esprime la sua preoccupazione per la sorte dei rifugiati sgomberati dal palazzo ex Federconsorzi di piazza Indipendenza, a Roma. Si tratta infatti di centinaia di rifugiati, tra cui molte famiglie con bambini e anziani, che si trovano all’improvviso senza un tetto. 

«Occorre che le autorità nazionali e cittadine trovino al più presto una risposta alla situazione che si è venuta a creare, anche con soluzioni diversificate», si legge in una nota della Comunità.
«È urgente, in particolare per due motivi. Prima di tutto perché lasciare per strada centinaia di immigrati non fa altro che aumentare nella Capitale il numero di quanti – e non sono pochi - non hanno un riparo notturno o vivono in alloggi di fortuna. In secondo luogo perché, pur nel rispetto della legalità, non è consigliabile interrompere percorsi di integrazione che erano già in corso».
Occorre ricordare, afferma Sant'Egidio, 
«che le persone sgomberate, in gran parte etiopi ed eritrei, non sono “irregolari”. Hanno già ottenuto, quasi tutti, il riconoscimento di rifugiati e non pochi già lavorano, come quella donna che ha chiesto di poter tornare nel palazzo per recuperare le medicine che servivano alla signora che assiste come badante durante il giorno».
L'appello è affinché 
«si trovino quindi soluzioni appropriate nel rispetto delle persone e per il bene della Capitale che non ha bisogno certamente di situazioni conflittuali ma inclusive, per tutti i cittadini, sia italiani che stranieri».
Per approfondimenti: www.santegidio.org

domenica 20 agosto 2017

Sant'Egidio con i ragazzi di strada di Goma che fuggono dalle milizie: ''Non vogliamo essere bambini soldato''

Vivono ai bordi delle strade, cercano cibo e un riparo, alcuni raccolgono la spazzatura nella speranza di trovare qualcosa di utile, altri girano la città chiedendo l'elemosina. Sono i bambini di strada di Goma, in Congo. 


Giovani provenienti dalle campagne del nord Kivu, fuggiti dagli scontri armati sempre più frequenti e soprattutto da chi vuole arruolarli con la forza nelle milizie per farne bambini soldato. Hanno paura della guerra, fuggono in cerca di pace.

Quello dei bambini di strada è un dramma che si ripete da molti anni e che in diverse città del Congo va peggiorando. Ne è testimone la Comunità di Sant'Egidio di Goma, che da anni svolge un servizio dedicato proprio a loro: tutte le settimane i volontari della Comunità coinvolgono negozianti e diversi cittadini per raccogliere e preparare il cibo per i bambini. 

Il loro numero aumenta, le età vanno dai 4 ai 18 anni, tra loro ci sono anche bambine. Hanno bisogno di protezione, e per loro la Comunità è impegnata anche nella ricerca di ospitalità, di una casa, di un luogo sicuro dove vivere.

L'amicizia con i bambini di strada è iniziata con Floribert Bwana Chui, giovane di Sant'Egidio impegnato nel servizio ai più piccoli, fino al giorno in cui è stato ucciso per non essersi piegato a un tentativo di corruzione. A dieci anni dalla sua morte, la Comunità di Goma continua con passione l'opera di Floribert per i poveri e la pace.

Migranti, l'intervista. Rocca (Croce Rossa): ci saranno più migranti morti. E scafisti più ricchi

Avvenire
All'Onu l’incontro tra il segretario generale Guterres e l’italiano, vicepresidente della Mezza Luna Rossa internazionale. «Preoccupati per criminalizzazione Ong, ma l’Italia è stata lasciata sola»


«Voglio esprimere la mia solidarietà totale e la mia grande ammirazione per l’operato dei volontari della Croce Rossa Italiana in favore dei migranti». Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres ha accolto così a New York Francesco Rocca, vicepresidente della Federazione della Croce Rossa e della Mezza Luna Rossa internazionale, oltre che presidente della Croce Rossa Italiana. Rocca è arrivato nel Palazzo di Vetro anche per descrivere quale sia la situazione dei migranti nel Mediterraneo.

Cosa ha detto a Guterres?
Ho voluto esprimere tutta la nostra preoccupazione per quello che sta accadendo, in particolare dopo l’appropriazione da parte della Guardia costiera libica di 70 miglia marittime (la cosiddetta zona di ricerca e soccorso stabilita al tempo di Gheddafi, ndr), dove sono comprese anche le acque internazionali. In pratica le navi delle Ong e la guardia costiera italiana non possono più intervenire in uno dei luoghi in cui si verifica il più grande numero di tragedie con il risultato che ci saranno più morti e aumenterà costo dei viaggi.

Questa decisione, con il tacito consenso di Bruxelles, quali appigli giuridici trova?
Nessuno. Migliaia di persone verranno riportate in una zona di guerra contro ogni regola del diritto internazionale. Questo non va dimenticato. I migranti che giungono attraverso la Libia, anche se non sono cittadini di quel Paese, sono comunque persone che scappano da una zona di guerra e il diritto internazionale impone di occuparsi di loro nella condizione di esseri umani che si lasciano alle spalle una zona di conflitto.

Però c’è il caso della Turchia, a cui di fatto è stato appaltato a suon di miliardi di euro il controllo delle frontiere esterne e l’assistenza dei profughi siriani.
Difatti quello è un precedente che abbiamo più volte condannato.
Perché sono stati calpestati i diritti umani e le norme internazionali. Che i siriani siano profughi di guerra non c’è alcun dubbio, e i Paesi europei hanno sottoscritto tutte le convenzioni internazionali in materia di protezione umanitaria.


Croce Rossa e organizzazioni non governative sono passate dall’essere definite eroiche al venire accusate di fare l’occhiolino agli scafisti. Al Palazzo di Vetro come viene percepita questa inversione anche culturale?
Uno degli aspetti affrontati con Guterres è stato proprio il processo di criminalizzazione delle organizzazioni umanitarie, che si occupano solo di salvare vite umane. La preoccupazione per questa operazione culturale e politica è stata condivisa, così come mi sono sentito in dovere di ribadire, e su questo Guterres si è mostrato d’accordo, che queste scelte e questo clima si devono anche alle mancanze dell’Unione Europea, che ha di fatto abbandonato l’Italia.
Cosa potrà fare l’Onu e in che modo la Croce Rossa e la Mezza Luna Rossa posso intervenire?
Il segretario generale mi ha ribadito il suo impegno per la Libia, affinché sia assicurata la presenza umanitaria. Guterres si sta spendendo per l’accesso nei centri di detenzione dove i migranti vengono rinchiusi e per garantire il rispetto dei diritti fondamentali. Ovviamente non sarà semplice, ma ci aspettiamo che le Nazioni Unite e la Comunità internazionale si mobilitino. Non si possono abbandonare migliaia di persone in luoghi in cui molto spesso non sono garantiti neanche i minimi standard umanitari.

Tanzania: stregoneria e barbarie. Nel 2017 avvenute 155 uccisioni

In Terris
Linciate da una folla inferocita e poi date alle fiamme. È quanto accaduto a cinque donne accusate di essere streghe in Tanzania, nel villaggio di Undomo, nella regione centro-settentrionale di Tabora.



Centinaia di donne al rogo
Il fenomeno è in aumento: organizzazioni internazionali rilevano che in Tanzania negli ultimi anni la “caccia alle streghe” è costata la vita a centinaia di persone. In particolare la locale Legal and Human Rights Centre (Lhrc) spiega che nei primi sette mesi del 2017 sono state 155 le vittime di uccisioni collegate alla stregoneria. Proprio la regione di Tabora ha il primato con 23 donne massacrate perché considerate delle streghe.

L’accusa nei loro confronti in genere è di avere gli occhi troppo chiari o di cagionare disgrazie in quanto portatrici di sfortuna. A pagarla cara sovente sono anche i familiari di queste donne: figli piccoli e intere famiglie sono state sterminate. Di recente tre componenti di una stessa famiglia sono stati massacrati a colpi di machete nel villaggio di Mfinga perché sospettati di praticare la magia.
L’elenco degli orrori
Lhrc ha prodotto un dossier con un lungo elenco di orrori causati dalla superstizione e dalla mancanza di legalità. La stregoneria è uno spauracchio spesso agitato pretestualmente per compiere linciaggi, ma quello delle credenze a culti tribali è un problema concreto in Tanzania.

Qualche esempio? Nel giugno scorso a Magu, un distretto a sud del lago Vittoria, un uomo è stato arrestato dalla polizia per aver assassinato il figlio di sei anni in un rituale di stregoneria. Ed ancora: in aprile, durante un rito per ottenere ricchezza, una madre, con la complicità di un santone, ha sacrificato il figlio di soli otto mesi. Poi ci sono i casi come quello avvenuto a Maswa, nel nord del Paese, dove un uomo è stato aggredito a colpi di machete da tre persone perché ritenuto colpevole di aver stregato i loro figli.
Le vere ragioni della mattanza
L’agenzia Reuters riporta il parere di Athanasio Kweyunga, coordinatore di Maperece, un’Ong che aiuta gli anziani della regione di Mwanza. Secondo lui la vera ragione degli attacchi sarebbe da ricercare nell’avidità umana. “Le accusano di essere delle streghe, ma in realtà i motivi sono altri”, spiega.

Dietro gli omicidi si nascondono infatti mere questioni di brama sui terreni. In Tanzania le vedove non possono ereditare la terra dei loro mariti, hanno il diritto di viverci fino alla loro morte quando la proprietà passerà ai parenti maschi. E questo – afferma Kweyunga – può generare tensioni. “Ecco perché alcune donne anziane sono uccise dai loro stessi figli”, ha rimarcato Helen Kijo-Bisimba, la direttrice di il Legal and Human Rights Centre.
Giustizia fai-da-te

C’è poi un altro movente a far da sfondo a questa rediviva “caccia alle streghe” nel Paese africano: il desiderio di farsi giustizia da soli. La latitanza delle autorità fa sì che in Tanzania nel 2017 siano state 655 le vittime di linciaggi ed esecuzioni sommarie, un dato triplicato rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
Politica e credenze superstiziose
Ad avviso della direttrice di Lhrc l’aumento del fenomeno è da ricercare anche nelle restrizioni alle libertà seguite all’ordine del presidente John Magufuli di vietare le attività politiche fino al 2020

Secondo il dossier, la maggior parte degli omicidi è avvenuta a Dar es Salaam, il principale polo economico e il primo porto del Paese, e nella regione di Mbeya, negli altopiani meridionali, dove sono più radicate le credenze superstiziose.
Caccia agli albini
Chi paga un alto tributo alla superstizione in Tanzania sono gli albini, persone colpite da un’anomalia congenita che genera la totale o parziale deficienza di pigmentazione melaninica tale da rendere la pelle chiarissima. Secondo alcune credenze, le ossa e gli arti degli albini sono adatti a realizzare macabri rituali magici o per preparare filtri e pozioni che, si ritiene, portino fortuna e salute. Così il mercato nero pullula di parti del corpo di queste persone: tra il 2000 e il 2015 nel Paese africano sono state assassinate 75 persone a causa della superstizione legata ai poteri magici del loro corpo. Queste le cifre ufficiali, ma si teme che possano essere anche di più.
Impunità
I gruppi per i diritti umani che operano in Tanzania denunciano l’impunità nei confronti di chi compie questi efferati omicidi. “Questi fatti devono essere condannati con fermezza” ha rimarcato Bisimba. “Abbiamo bisogno di educare chi, basandosi su credenze fuori dal tempo, pensa che le donne siano delle streghe”, ha concluso.

Quello della stregoneria e delle violenze annesse è un fenomeno molto diffuso in tutta l’Africa sub-sahariana. La Tanzania non è un caso isolato. Di questo Paese si conoscono alcuni dati grazie all’impegno di locali organizzazioni. Altrove la situazione è altrettanto drammatica, ma spesso non è possibile accedere ad altrettanto dettagliate informazioni.

Giacomo De Sena

sabato 19 agosto 2017

Uganda – Sono un milione i rifugiati dal Sud Sudan

Ansa
Ha raggiunto il milione il numero dei rifugiati del Sudan meridionale in Uganda, secondo un rapporto delle Nazioni Unite diffuso oggi, una pietra miliare per quella che e’ divenuta la crisi di rifugiati a crescita piu’ veloce.


L’Acnur, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati, ha comunicato che una media di 1.800 cittadini provenienti dal Sud Sudan sono arrivati ogni giorno in Uganda negli ultimi 12 mesi. 

Un altro milione o piu’ di persone del Sudan meridionale hanno trovato riparo in Sudan, Etiopia, Kenya, Congo e Repubblica Centrafricana.

Hong Kong, condannati tre leader della “rivolta degli ombrelli”

La Stampa
L’Alta Corte ha ribaltato il verdetto di primo grado per gli attivisti anti cinesi pro democrazia
Joshua Wong e Nathan Law
L’Alta Corte di Hong Kong ha ribaltato il verdetto di primo grado condannando al carcere Joshua Wong e Nathan Law, nonché di Alex Chow, tra i promotori del «movimento degli ombrelli», la protesta pro-democrazia del 2014 andata in scena nell’ex colonia britannica.

Wong è stato condannato a sei mesi di prigione, Law a 8 e Chow a 7: per tutti e tre c’è anche la pena accessoria a non potersi candidare a cariche politiche per cinque anni, fino al 2022.

«Ci vediamo presto - ha twittato Wong subito dopo la nuova sentenza - incarcerandoci non metteranno a tacere di desiderio degli abitanti di Hong Kong di avere il suffragio universale. Noi siamo più forti, più determinati e vinceremo. Potranno imprigionare i nostri corpi - ha concluso - ma non le nostre menti».

Secondo esponenti delle organizzazioni pro democrazia di Hong Kong, la decisione dei giudici è un’ulteriore indicazione che Pechino intende stringere la morsa del suo controllo sull’ex colonia britannica, dal 1997 regione semi-autonoma della Cina.

Generazione identitaria, i razzisti delle cause perse

Famiglia Cristiana
di Andrea Palladino e Andrea Tornago
Generazione identitaria, l'organizzazione dell'estrema destra europea in navigazione nel Mediterraneo, si sente in missione per l'Europa contro le Ong che salvano vite umane. In questo sporco lavoro di rifiuto dei migranti, millanta di avere l'appoggio della Guardia costiera libica. Che però, in realtà, nel ponte di Ferragosto ha invitato la C-Star ad abbandonare le acque territoriali della Libia. E la nave "nera" degli xenofobi se n'è andata...

Si sentono in missione per conto dell'Europa. Tallonano giorno e notte le navi impegnate nei salvataggi in mare, intimando loro – senza nessuna autorità – di allontanarsi dalla Sar zone, l'area di ricerca e salvataggio. E ora si offrono in aiuto alla peggior guardia costiera del Mediterraneo, quella libica, accusata dalla stessa ONU di accordi con i trafficanti di uomini.

Generazione identitaria, l'organizzazione dell'estrema destra europea in navigazione nel Mediterraneo, è in piena azione. Sventolano, con una certa esultanza, l'alleanza con la Libia (immaginiamo quella di al-Sarraj), raccontata così sul profilo Facebook ufficiale: «Oggi pomeriggio, mentre sorvegliavamo da ore la Golfo Azzurro, nave della ONG Open Arms, siamo entrati in contatto con una pattuglia della guardia costiera libica. Il suo capitano conosceva la nostra azione e l'ha appoggiata, abbiamo dunque collaborato. La pattuglia ha dato ordine alla Golfo Azzurro di abbandonare la zona il prima possibile: 'partite e non fate più ritorno'. Ora stiamo seguendo la Golfo Azzurro per assicurarci che obbedisca all'ordine che le è stato impartito». 

Insomma, si sentono abili e arruolati e annunciano: «Con la marina libica noi...». Missione compiuta? Forse le cose non stanno proprio così.

Ponte di Ferragosto, in pieno mar mediterraneo. La nave di Generazione identitaria vaga alla ricerca dell'obiettivo. Due le unità delle Ong rimaste in zona SAR, sulla rotta della C Star, per continuare a salvare vite umane, la Golfo Azzurro, di Open arms, e la Aquarius, di Sos Meditarranèe, che entrano nel mirino della C Star. I tracciati lasciati sulle carte nautiche appaiono come serpentine, con il vascello della destra europea che segue, affianca, fa pressione.

Sull'orizzonte appaiono le motovedette della Guarda costiera libica, anche lei alla caccia di Ong da allontanare, forte dell'appoggio – non solo politico – del Governo italiano. Sui loro radar appare anche il battello, vecchiotto e un po' malandato della C Star, arrivato da Gibuti, pieno di ragazzotti in camicia azzurra, con la bandiera della Mongolia accanto al vessillo “Defend Europe”.

- C Star, qui è la Guardia Costiera libica, mi sentite? Gracchia la radio sui canali aperti delle comunicazioni in mare.

- Guardia Costiera libica, qui è la C Star, vi sentiamo forte e chiaro! Rispondono, con un tono che trasuda entusiasmo.

Finalmente i libici, finalmente il rendez-vous tanto atteso.

- Grazie per la vostra collaborazione, siamo pronti a seguire i vostri ordini, e se volete potete offrirci un canale dove potremo riportare tutto dell'azione delle Ong, aggiungono subito dopo, per far capire che loro le organizzazioni non governative non le sopportano proprio.

La risposta libica arriva immediata:

- Grazie, ho capito qual è il vostro lavoro, stiamo affrontando gli stessi problemi, anche se...

e qui si sente una risata appena trattenuta...

- anche voi non potete stare qui nelle nostre acque. Io sto seguendo gli ordini delle autorità libiche.

Seguono i saluti di rito, la C Star si allontana. Insomma uno scenario ben differente da quello raccontato sui social della rete dell'estrema destra europea.

Defend Europe minaccia i giornalisti. Solidarietà con Andrea Palladino. Non è solo!

Blog Diritti Umani - Human Rights
Questo Blog aveva già messo in evidenza l'inquietante iniziativa della: "Nave ‘nera’ della destra estrema europea contro Ong a caccia di migranti per riportarli in Libia" pubblicando un post dal Blog "Remocontro" di Ennio Remondino del 18 luglio 2017.  
Il giornalista Andrea Paladino ha realizzato per il settimanale Famiglia Cristiana un serie di articoli di inchiesta su questa vicenda, divenendo oggetto di attacchi da parte degli organizzatori di questa "missione" pensano che la sua fosse una voce isolata. 
Esprimiamo tutta la solidarietà ad Andrea Palladino, invitando ad unirsi: lettori, Followers, "Amici".L'impegno sarà quello di diffondere nei prossimi post gli articoli di inchiesta che sono stati prodotti e che verranno pubblicati in furuto da tutti i giornalisti che vorranno fare luce e denunciare l'azione di questa "missione".
Di seguito l'appello di Stefano Feltri del Fatto Quotidiano

Il Fatto Quotidiano
Il dibattito, molto importante e complesso, sul ruolo delle ong nella gestione del flusso di migranti nel Mediterraneo è talvolta avvelenato da politici cinici che cercano voti predicando odio e da alcuni soggetti oscuri che seguono agende poco chiare. Soggetti come Defend Europe, l’associazione di destra identitaria che ha armato la nave C-Star in funzione anti-ong.


Gian Marco Concas, un ex ufficiale di Marina responsabile tecnico della missione, si è prodotto in un messaggio via Facebook, una lettera di insulti e di minacce assai poco velate ad Andrea Palladino, bravo giornalista d’inchiesta che scrive anche per il Fatto Quotidiano, colpevole di aver scritto una serie di articoli per Famiglia Cristiana su Defend Europe e sulle opacità di questa strana missione. Questo signor Concas si produce in una serie di allusioni che hanno come scopo screditare Palladino e indicare una sua presunta solitudine, quasi a dire che è lui l’anello debole da colpire (“lasciano indietro alcuni dei propri uomini, i più ingenui, i sacrificabili”… “Apprendisti galoppini” ecc.).

venerdì 18 agosto 2017

Migranti ambientali, una realtà ‘sommersa’ e poco studiata che cresce rapidamente

L'Indro
Dove confluiscono ambiente, sviluppo e migrazione? Un fenomeno poco discusso e studiato da tempo, destinato a crescere rapidamente.


Poco più di un mese fa, al G20 di Amburgo, il premier Paolo Gentiloni ha richiamato la consapevolezza della distinzione tra rifugiati e migranti ‘economici’, laddove la linea di scrimine rimanda a una realtà socio-politica, a povertà diffusa e conflitti, a storie personali, tutte cause prime – o ultime – della partenza da un paese terzo verso l’Europa. La complessità delle cause, però, rimane.

Le categorie alle quali si ricorre, a dispetto del distinguo caro al Presidente francese Emmanuel Macron, sono sfumate e non sembrano aiutare nel dare un’idea dei fattori di mobilità che interessano migliaia di persone richiedenti la tutela internazionale o la cittadinanza all’interno dell’Unione Europea. Al summit tedesco, le due maggiori defezioni hanno interessato la lotta al traffico di esseri umani, peraltro definita prioritaria dal Presidente del Consiglio europeo Donald Tusk nelle osservazioni preliminari, e un’apertura solidale – auspicata, ma disattesa – degli Stati membri verso l’Italia sulla questione migratoria; mentre l’agenda sul clima, malgrado l’irreversibilità dichiarata dell’Accordo di Parigi, non ha comportato significative prese di posizione dopo l’abbandono degli USA, che sono anche riusciti a inserire nelle conclusioni la clausola sui combustibili fossili.

In proposito, è interessante notare come due aspetti, la crisi migratoria e il mutamento climatico, siano trattati distintamente e come si eviti – quasi si trattasse di un azzardo – il collegamento tra questi fenomeni. Il fattore ambientale, inteso in senso ampio, è forse il più potente motore attuale di mobilità e potrebbe risultare difficile qualificare come ‘infondati’ o ‘insufficienti’, rispetto alle condizioni che soddisfano una domanda di protezione internazionale, i motivi che hanno spinto a fuggire da contesti che non permettono, per varie circostanze, di sopravvivere. Fattore umano e ambientale si intersecano, perché il dato geografico e quello ambientale sono stati condizionati, soprattutto nel corso del XX Secolo, dalle attività antropiche e dai conflitti di potere ad esse inerenti.

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Pakistan - Lahore - Indaryas Ghulam rifiuta l'abiura, cristiano morto in detenzione a Lahore

Avvenire
Secondo la vedova l'uomo, trattenuto per un crimine di cui si diceva innocente, aveva segni di tortura. Il procuratore aveva cercato di farlo abiurare in cambio della scarcerazione.


Indaryas Ghulam
I cristiani del Pakistan sono scesi in strada per protestare contro la morte di Indaryas Ghulam, cristiano di 38 anni, deceduto in circostanze misteriose mentre era sotto custodia della polizia nel carcere di Lahore. Il decesso, secondo quanto scrive Asianews è avvenuto il 13 agosto, alla vigilia delle celebrazioni per i 70 anni dell’indipendenza del Paese.

L’uomo era tra i 42 cristiani arrestati con l’accusa di aver linciato due musulmani sospettati di terrorismo qualche minuto dopo l’attacco dei talebani contro due chiese di Youhanabad (quartiere di Lahore), il 15 marzo del 2015, che provocò 19 vittime e più di 70 feriti.

Il detenuto, scrive Asianews, era tra coloro che il procuratore Syed Anees Shah aveva tentato di corrompere, promettendo loro la scarcerazione se avessero rinnegato Cristo. Indaryas avrebbe potuto aver salva la vita, ma ha deciso di testimoniare fino alla morte la propria fede.

La notizia del decesso è stata diffusa dalla British Pakistani Christian Association (Bpca). Indaryas era stato condannato a morte per impiccagione per il presunto coinvolgimento nel pestaggio dei due musulmani, ma si era sempre dichiarato innocente.

L’amministrazione carceraria ha attribuito il decesso alle critiche condizioni di salute del detenuto, malato di tubercolosi. Ma la moglie Shabana e la figlia Shumir, che hanno potuto vedere il corpo, denunciano che egli presentava bruciature e tagli ovunque, chiari segni di tortura che testimoniano la brutalità cui è stato sottoposto. Le donne lamentano inoltre che, sebbene il cristiano fosse gravemente malato, egli non ha mai ricevuto cure mediche adeguate dietro le sbarre.

Wilson Chowdhry, presidente della Bpca, afferma: “Indaryas Ghulam è un martire cristiano, il cui sacrificio deve ricordare a tutti noi il bisogno di lottare per la giustizia. Nonostante fosse innocente e le atroci sofferenze patite, egli ha scelto la morte piuttosto che la libertà offerta in cambio della conversione all’islam”


Il suo esempio coraggioso – continua – e quello di tanti altri uomini innocenti, ci spinge ad opporci alla tirannia degli islamisti in Pakistan e a sollevare l’attenzione su come vive la minoranza [cristiana] nel Paese”.Secondo gli attivisti scesi nelle strade, “è difficile gioire dell’indipendenza, dal momento che essa ha creato una nazione con doppi standard in politica, davanti alla legge e nella vita di tutti i giorni – una nazione nella quale i cristiani sono cittadini di seconda classe”.

Inoltre essi lamentano che Indaryas non è il primo cristiano a morire per le torture subite sotto la custodia della polizia. Prima di lui, altri quattro: il primo è stato Robert Danish, ucciso nel settembre 2009; poi Qamar David, assassinato nel marzo 2011; in seguito Zubair Rashid, nel marzo 2015; da ultimo Liaquat Masih, deceduto nel gennaio 2016.

Libia, nella roccaforte degli scafisti dove inizia l’inferno dei migranti

La Stampa
di Domenico Quirico da Sabratha
Viaggio sulle spiagge di Sabratha: da qui partono i barconi di disperati per l’Italia. Tra trafficanti di uomini, mediatori e miliziani: «Queste sono acque di nessuno»

Le sette. Un pontile. 
Ora le cose e il cielo hanno colore, non splendore. All’estremità della vasta curva di terre gialle, esili palmizi che per tutta la giornata pareva si disseccassero lentamente cominciano a vivere. Due pescherecci si incrociano lentamente davanti a noi. Alcune grandi navi immobili sembrano incastrate nella dura superfice della baia. Il mare è un’acqua di laguna così densa che dondola appena. La Migrazione, alla fine, è storia di mare. A queste spiagge bisogna arrivare, loro per partire e noi per capire.

Mi viene una idea vaga: che questa estate di Libia è un’estate guasta, un’estate che va a male. Nessuno confessa a se stesso che la guerra ai migranti non somiglia a nulla, che nulla vi ha un senso, che nessuno schema vi si adatta, che crediamo di tirare solennemente dei fili i quali non sono più legati alle marionette.

Per esempio: sappiamo che le regole del «viaggio» nel Mediterraneo sono cambiate? E che lo hanno imposto loro, i migranti? Non cercano più lo scafista direttamente, lo pagano e partono, affidandosi a dio. Non si fidano più: troppi morti, troppi naufragi, troppi inganni. Ora c’è un mediatore, sempre libico, riunisce i gruppi, marocchini senegalesi eritrei, raccoglie il denaro e lo custodisce. Paga lo scafista solo quando una telefonata del migrante conferma che è arrivato in Italia o è al sicuro su una nave di soccorso. Il viaggio con l’assicurazione.

Il business dei trafficanti
Per gli scafisti è indispensabile che i migranti arrivino, e presto: è l’unico modo per avere il denaro. E questo, forse, spiega molti misteri: la ricerca delle navi delle organizzazioni non governative e altro.

Mahmud è il vecchio capo dei pescatori. «A che ora uscite stanotte? L’acqua è calma, si fila lisci sul mare». «Questo mare immobile non è buono, è un mare da migranti non da pescatori - lo dice con stizza, come se fosse qualcosa di sconveniente - è luna piena, sotto la superfice calma la corrente è forte, non ci sono pesci così. I gommoni, quelli sì, escono stanotte per andare da voi».

Mahmud sa mille storie. «Avevo una barca con un libico e tre egiziani, cercavano il pesce spada, bisogna star fuori almeno due-tre giorni. Incontrano una barca di migranti in difficoltà che invocano aiuto. Si fermano, lanciano un appello, arriva una nave delle vostre, armate, grandi, gridano in arabo “State fermi o vi spariamo”. Prendono tutti, i miei pescatori la barca i migranti, e li rimorchiano a Lampedusa: “Siete scafisti - dicono ai miei - stavolta la pagate”. Per farli tornare, loro e la barca, ci sono volute settimane di appelli e trattative, ma il pesce quello, era perduto. Le nostre ormai sono acque di nessuno, tunisini e italiani che vengono a pescare di frodo parandosi dietro alle vostre navi, migranti».

Che cosa è vero e che cosa è falso, qui in Libia? Le nostre soluzioni buone per tutto mi sembrano quegli aggeggi dei meccanici che sono insieme pinza, martello e cacciavite. Mi aspettavo a Tripoli chiasso e furore per la presenza delle navi italiane e il «colonialismo» di ritorno. Non ne parla nessuno, se non qualche schermaglia di politicanti. Alla manifestazione contro l’Italia c’erano 40 persone impastoiate alla svelta dai Fratelli musulmani. Tripoli ha 3 milioni di abitanti. I libici, semmai, si preoccupano dell’energia elettrica che non c’è per sei, dieci ore al giorno, e del loro denaro che resta chiuso nelle banche. Al mercato le botteghe degli orefici sono piene di ombra e di meraviglie. Intravedo monili che sembrano usciti dai tesori di Micene, così magnifici da sembrare falsi. Ma nessun avventore. I mercanti seduti sui loro banchi guardano la strada. Volgono non appena mi vedono gli occhi sugli oggetti nelle bacheche, cadono su di essi densi raggi di sole, sottili, pieni di una polvere fulva. Se dopo averli sorpassati mi volto, vedo il loro sguardo che mi segue pesante ansioso: «Se venite qua con una nave che distribuisce energia elettrica diventate i signori della Libia, altro che navi da guerra».

L’ombra di Haftar
Le notizie che diamo per certe assomigliano a miti che si propagano, di origine incerta? Al Sarraj è il nostro uomo, la carta su cui puntiamo tutto. Ebbene a Tripoli senti parlare solo del «Vecchio»: non osano nei caffè dirne il nome, non è prudente. Questa gente ha vissuto 40 anni sotto Gheddafi. Il Vecchio è il generale Haftar, l’uomo di Tobruk, sperano che arrivi presto perché son stufi delle milizie e del primo ministro e delle sue strategie tortuose: «Ci vuole un uomo forte che metta fine al caos».

Le parole non corrispondono alle cose che vedo. «La stabilizzazione della Libia, grazie a noi, migliora» annunciamo. E qui invece è una guerra in cui non si viene a capo di nulla, bisogna ricominciare da principio ogni volta. Il pericolo non sta in alcun punto, non ha forma peso colore. È lì, in questo Paese immenso, sproporzionato, goffo a furia di essere grande, in questo Paese peggio che disabitato, abitato poco e male. È un pericolo dilatato, diffuso, fluttuante che ti sfugge e poi all’improvviso fa ressa in un punto, fulminante.

Per esempio. Vado a Zawia e a Sabratha, solo un’ora di viaggio, dove sono le spiagge di imbarco dei migranti. Si viaggia solo di giorno, di notte la strada è dei briganti, dei jihadisti, chissà. Ci sono molti posti di blocco, di giorno, gente armata, in mimetica. Noi li definiamo: esercito polizia sicurezza. E pensiamo a ufficiali, catene di comando, disciplina. E invece sono milizie, gente armata di gruppi diversi, ingaggiata dal governo ma che non risponde a nessuno. Il primo posto di blocco lo superiamo senza esser fermati: i miliziani son tutti intenti a prelevare il pedaggio da un camion. Il secondo è a Zanzur, il ventisettesimo chilometro come dicono qua. Un tempo era un’oasi con le palme fitte come una pineta e pozzi dove l’acqua la tirava su una vacca o un asino con gli otri, un metodo più antico di Noè. Oggi l’oasi è solo polvere e case sciupate, più grigia che verde.

Milizie e check point
Due ragazzi mi fanno scendere dall’auto quando si accorgono che non sono libico. Stringono in mano il passaporto e il permesso che mi è stato dato dagli uffici di Tripoli, li girano e rigirano: sono analfabeti, per loro sono incomprensibili. Uno dei due è chiaramente in preda a droghe, le parole gli escono di bocca accavallate, senza filo. Mi tirano dentro un container che fa da ufficio e casa. Mi vuotano le tasche, con metodo, ho portato con me pochi euro e soldi libici per prudenza. Sghignazzano, spingono: conosco la scena, bisogna fingersi stupidi, tacere, aspettare pazienti. Ormai non dipende da te, nulla. Con il portafoglio spariscono in un’altra stanza. Ecco: mi preparo. I rapporti con un Paese dove hanno cercato di ucciderti sono complessi, non evolvono. Tornano, mi ridanno il portafoglio e mi spingono fuori: sono rimasti solo i soldi libici che non valgono niente. Ripartiamo.

I distributori sono chiusi o assaliti da interminabili file di auto alla ricerca di benzina. Le milizie la imboscano, la comprano al prezzo fissato dalla legge di un dinaro al litro e poi la vendono di contrabbando. Un guadagno enorme. La stabilizzazione della Libia.

Cerchiamo a Sabratha, io e il mio amico libico, un conoscente, un tempo era agente della polizia turistica. In un caffè che frequentava ne facciamo il nome, lo descriviamo. Gli sguardi si abbassano: «Lo hanno ucciso gli islamisti, gli hanno tagliato la testa». Storie libiche, sembrano senza peso, la presenza di una persona scomparsa può farsi più densa di una presenza reale.

La città sembra intatta e viva. Un anno fa l’Isis faceva sfilare per le strade sfacciatamente i suoi pick-up e le sue nere bandiere. Ora si sono ritirati verso l’interno, sulla montagna, attendono i nostri errori. Nei negozi eleganti espongono chador di lusso e mute per le bagnanti virtuose. Accanto al municipio color caffelatte immondizia ed erba tisica: il sole mette sulla polvere bianca una luce cruda che costringe quasi a chiudere gli occhi. Manovrano contromano senza badare alle auto pick-up con mitragliere a cui si aggrappano urlando giovani barbuti.

Il sindaco Hasan al Dauadi è un uomo giovane, a suo agio in un elegante barracano grigio: «I trafficanti di uomini sono gente di qua, una mafia organizzata, potente, ben armata, hanno capannoni e case dove nascondono i migranti. Forse le partenze ora diminuiranno un poco: l’Italia non paga i capi del traffico e le milizie?».

Pronti a partire
Le rovine sembrano intatte, il mare vi si infrange, col suo azzurro intenso ma senza trasparenza, e la balza a riva di un verde di pavone, opalino, misterioso. Nel teatro, sproporzionato, inverosimile, ricostruito da un archeologo un po’ mistico senza badare al vero, ci sono rifiuti, i rovi guadagnano terreno laddove tubazioni abbandonate lasciano intravedere che un tempo c’erano erba e fiori. Ci si muove in una pozza di sudore, affannosi, come bastonati. Due famigliole libiche si aggirano tra le colonne, i bimbi lanciano grida che si perdono nel silenzio del mare. La cosa che li affascina di più sono le antiche latrine, miracolosamente conservate, sotto il bel portico pentagonale e con i banchi di marmo. Penso che ci furono imperatori romani che salirono a Roma da qui e avevano la pelle scura. Oggi li avremmo forse rimandati indietro come fastidiosi migranti.

Ogni spiaggia da qui a Tripoli è un luogo di partenza. Un gruppo di neri sono accoccolati sulla sabbia gli uni di fronte agli altri, in mezzo a loro bottiglie di acqua. Sono assolutamente immobili. Non si guardano. I loro occhi sono rivolti verso punti diversi del mare. Emanano un senso di eternità. Vedo bambini dormire come se fossero morti. Non hanno con loro alcun bagaglio, nella disperazione resta la consolazione di separarsi da tutto, di essere ridotti a se stessi. Mi guardano con la stessa innocenza con cui guardano l’orizzonte. Mi offrono l’acqua: l’ospitalità non è un rito ma un dono.

«Il mare è buono, stanotte partite?». E dico la formula rituale «Siamo nelle mani di dio». «Dio esiste». Adesso è scuro ormai. Si indovinano senza vederli gli argini del molo e il mare di ombra dove non scintillano, aderenti agli scafi dei pescherecci, che i riflessi della lampade. Qua e là certe forme allungate macchiano il cielo notturno, reti issate dai pescatori, forse.


Leggi anche: 

Domenico Quirico - A Tripoli con i migranti respinti dall’Europa fra torture, umiliazioni e fame. 12/08/2017

giovedì 17 agosto 2017

#PrayForBarcellona

Migranti, 600 salvataggi in Spagna. Flusso triplicato dopo forte riduzione dalla Libia in Italia

Il Foglio
Solo ieri 600 salvataggi. Tra le imbarcazioni usate anche dei pedalò. Per le Nazioni Unite, gli arrivi nel paese europeo sono triplicati rispetto al 2016


Nel Mediterraneo si intensificano gli sbarchi dei migranti che seguono la rotta che va dal Marocco alla Spagna. Solo ieri, la guardia costiera spagnola ha salvato 600 persone che, a bordo di imbarcazioni di fortuna – persino dei pedalò –, attraversavano i 13 chilometri che separano l'Africa dall'Europa. Tra di loro c'erano anche 35 bambini e un neonato.
Secondo le ultime statistiche fornite dalle Organizzazione mondiale per l'immigrazione (Oim), quest'anno sono sbarcati in Spagna oltre 9mila migranti, un numero triplicato rispetto al 2016. 

Continuando con questi ritmi, spiegano le Nazioni Unite, il totale degli arrivi nel paese potrebbe superare anche quello relativo agli sbarchi in Grecia, notevolmente rallentato dopo l'accordo tra l'Ue e la Turchia. 

La distanza estremamente ridotta che separa le due sponde dello Stretto di Gibilterra permette ai migranti di usare imbarcazioni vecchie, spesso senza motore con un sistema messo in piedi da trafficanti di uomini del tutto simile a quello che interessa la rotta che separa la Libia dall'Italia. Queste reti criminali, ha scritto la Bbc, contattano direttamente le autorità spagnole nel momento in cui i barconi entrano in acque internazionali, per farsi raggiungere e portare in salvo il carico di uomini. Una tecnica comunque rischiosa, che dall'inizio di quest'anno ha portato alla morte di 120 persone, affondate per le precarie condizioni delle imbarcazioni usate.

I numeri degli arrivi sulle coste della Spagna meridionale non includono gli sconfinamenti nelle enclavi di Ceuta e Melilla, gli unici due confini terrestri che separano l'Europa dall'Africa. I dati dicono comunque che la situazione nello Stretto di Gibilterra non è paragonabile – per numeri di sbarchi, di partenze e di morti – a quella al largo del Mar libico. 

In Italia, però, le organizzazioni internazionali e italiane confermano che nelle ultime settimane, nonostante il mare calmo, gli sbarchi sulle nostre coste sono diminuiti nettamente (meno 57 per cento rispetto a giugno). Un risultato degli accordi presi tra l'Italia e il governo libico, che si è impegnato ad aumentare gli sforzi per il pattugliamento delle sue coste. 

Ma d'altra parte, l'apertura delle nuove rotte nel Mediterraneo, come nel caso spagnolo, conferma le tesi sollevate dal governo italiano in questi anni a Bruxelles: il problema degli sbarchi non è di un paese solo e richiede una risposta organica di tutti i 27 stati Ue.

Venezuela, rivolta in carcere: uccisi 37 detenuti Il governatore di Amazonas: “è stata una mattanza”. Aperta un’inchiesta

Il Velino.it
Negli scontri in un penitenziario venezuelano nello Stato di Amazonas sono rimasti uccisi 37 detenuti. Il governatore regionale Liborio Guarulla ha parlato di "mattanza" riferendosi alla rivolta sedata nel sangue a seguito della quale sono rimasti feriti anche 14 agenti di polizia. 

Un detenuto è riuscito ad evadere e altri 61 sono stati trasferiti in altre strutture. L'ufficio del procuratore generale del Venezuela ha confermato l'apertura di un'inchiesta.

Filippine: 32 uccisi in un giorno. Macabro record di Duterte nella "guerra" alla droga

SIR
Il 15 agosto la polizia delle Filippine ha ucciso 32 persone, probabilmente il più alto numero di vittime in un solo giorno da quando il presidente Duterte ha dichiarato la cosiddetta “guerra alla droga”. 


“Queste morti scioccanti ci ricordano che l’illegale ‘guerra alla droga’ del presidente Duterte va avanti senza sosta, anzi pare raggiungere nuovi livelli di barbarie: uccidere i sospetti, violare il loro diritto alla vita e ignorare le regole del giusto processo sono ormai la routine”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sud-orientale e il Pacifico. 

“A pagare il prezzo di questa brutalità sono soprattutto le comunità più povere di aree come la provincia di Bulacan, dove è avvenuta buona parte delle esecuzioni extragiudiziali da quando il presidente è al potere, comprese 21 delle 32 del 15 agosto”, ha aggiunto Gomez. Secondo Amnesty le recenti parole di Duterte, secondo il quale egli potrebbe non riuscire a risolvere i problemi legati alla droga durante il suo mandato, “sono molto preoccupanti. Con l’estensione a tempo indeterminato di questa fallace strategia, rischiamo di non vedere la fine di queste uccisioni”, ha commentato Gomez. “Considerato che un mese fa Duterte ha minacciato di abolire la Commissione per i diritti umani, l’unica istituzione che svolge indagini approfondite sulle esecuzioni extragiudiziali, pare che mai come oggi dall’inizio del mandato presidenziale i diritti umani siano a rischio”, ha sottolineato Gomez, che chiede di istituire, “senza ulteriori ritardi, una commissione d’inchiesta internazionale sulla ‘guerra alla droga’ e sulla carneficina in corso ogni giorno nelle Filippine”. Dal giugno 2016 Rodrigo Duterte e la sua amministrazione si sono resi responsabili di diffuse violazioni dei diritti umani nel contesto della cosiddetta ‘guerra alla droga’, hanno minacciato e imprigionato persone che esprimono critiche e creato un clima di assenza di legge. In un rapporto del gennaio 2017 intitolato “Se sei povero vieni ucciso”, Amnesty aveva denunciato come la polizia filippina avesse ucciso, o avesse pagato per uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali equiparabili a crimini contro l’umanità.

Dopo la Giordania, il Libano: no alle nozze riparatrici per gli stupratori

Globalist
La legge prevedeva che gli stupratori evitassero il carcere se sposavano la donna violentata. D'ora in poi solo la galera.


Un piccolo passo in avanti verso la civiltà anche se cambiare mentalità è un percorso che ha bisogno di tanto tempo e si è ancora lontani: anche il Libano, come ha fatto recentemente la Giordania, ha abolito oggi un articolo del codice penale che evitava ad uno stupratore ogni punizione se avesse sposato la sua vittima.
L'abolizione dell'articolo 522 del codice penale, votata oggi dal Parlamento di Beirut, è il risultato di una lunga campagna condotta in questo senso da organizzazioni per i diritti civili e in particolare per i diritti delle donne.
La legge prevede pene detentive fino a sette anni di reclusione per chi si renda responsabile di violenza sessuale. Una punizione che però poteva essere finora evitata da chi decidesse di "rimediare" al reato sposando la sua vittima. Una esenzione che era in vigore fin dagli anni '40 del secolo scorso.

Oltre al Libano e alla Giordania, anche Tunisia, Marocco ed Egitto hanno cancellato leggi simili, che però rimangono in vigore in diversi altri Paesi tra cui Algeria, Iraq, Kuwait, Libia, Territori palestinesi e Siria, secondo quanto sottolinea Human Rights Watch.

mercoledì 16 agosto 2017

Regeni, il coraggio della verità. Il ritorno dell'ambasciatore in Egitto è una resa?

La Repubblica
di Mario Calabresi
La decisione di rimandare l'ambasciatore al Cairo lascia stupiti e provoca amarezza: il governo ha cambiato idea per gestire la situazione libica con l'aiuto dell'Egitto. Ma allora perché non assumersi la responsabilità politica del gesto?


Questo giornale, insieme con la famiglia di Giulio Regeni, ha sempre pensato che fosse stato giusto richiamare l’ambasciatore al Cairo. E che non lo si dovesse rimandare finché non si fosse ottenuta la verità sul rapimento, la tortura e l’uccisione di un giovane italiano che era in Egitto per portare a termine un dottorato di ricerca. La decisione, comunicata ieri sera, alla vigilia di Ferragosto, non può che lasciare stupiti e provocare amarezza. Perché dalla verità siamo ancora distanti ma soprattutto siamo lontanissimi dalla possibilità di avere giustizia. La sensazione è che ora tutto possa passare in secondo piano, che la morte di Giulio Regeni sia diventata di intralcio agli interessi nazionali.

Partiamo dall’inchiesta. In quest’ultimo anno il lavoro della Procura di Roma e dei nostri investigatori è stato esemplare, sono state individuate responsabilità precise nella struttura dei servizi segreti egiziani, un organismo che fa capo direttamente al potente ministro dell’Interno. Ma la collaborazione della procura e delle autorità del Cairo è stata discontinua, lentissima e a tratti irridente. Ora, dopo mesi di silenzio, sono arrivati finalmente nuovi documenti, della cui bontà nessuno però è in grado di garantire. La strada sarà ancora lunga e non sappiamo se si arriverà mai al traguardo.

Tenere l’ambasciatore a Roma era considerato come il modo più efficace per fare pressione sul regime di Al Sisi. Il governo ha cambiato idea. Si può comprendere il perché. E qui entra in ballo l’interesse nazionale, che ancora una volta porta in Libia. Cercare di gestire la situazione libica e i flussi migratori senza avere rapporti diretti con l’Egitto — che è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie — è come giocare con un braccio legato. La nostra assenza al Cairo è stata sfruttata a fondo dai francesi e si capisce l’urgenza di porre rimedio.

Ma allora perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché non avere il coraggio di assumersi la responsabilità politica del gesto? Dire con chiarezza: abbiamo bisogno di un ambasciatore in Egitto che agisca nel pieno delle funzioni per gestire la situazione libica. Spiegarlo alla famiglia e agli italiani. Non venderlo come un modo per accelerare la verità. 

Questo non avrebbe diminuito l’amarezza di Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, e di molti che li hanno sostenuti in questi mesi, ma avrebbe evitato la sensazione di essere presi in giro. Poi se tutto ciò viene fatto alla vigilia di Ferragosto e a Camere chiuse allora quella sensazione si ingigantisce.

La responsabilità della politica ora è di dimostrare ogni giorno, con gli atti dell’ambasciatore e in ogni sede internazionale, che ottenere giustizia per Giulio Regeni è una priorità nazionale, che interesse degli italiani è anche non accettare che un proprio cittadino venga torturato e ucciso dal governo di un Paese che si professava amico. Altrimenti il gesto di ieri potrà essere definito in un solo modo: una resa.

Morire di terrorismo in Burkina Faso nell'indifferenza generale

Huffpost
A chi interessano i 18 morti di Ouagadougou? A leggere i giornali italiani di questa mattina quasi a nessuno nel nostro Paese, se si fa eccezione per l'Avvenire, quotidiano cattolico sempre attento al Sud del mondo. Eppure, avremmo tutto l'interesse a lanciare un forte allarme dopo quello che è successo domenica notte nella capitale del Burkina Faso tra l'indifferenza generale: una strage perpetrata al caffè-ristorante Aziz Istanbul, nella strada più importante della città, a pochi metri da un altro locale, il Cappuccino, dove nel gennaio 2016 un primo attacco terrorista aveva causato 30 morti.


Per tanti motivi. Prima di tutto perché è disumano abituarci a sottovalutare ulteriormente le tragedie africane – comprese le catastrofi naturali e ambientali - che già pesano troppo poco mediaticamente in tutto l'Occidente, dall'Europa all'America del Nord.

Secondo. Perché si tratta di un attentato terrorista di radice islamista al pari di quelli registrati dolorosamente in Europa, peraltro con morti di diverse nazionalità, africane e non, tra cui un canadese, un turco e un francese. Ormai, pericolosamente, stiamo facendo abitudine a questo tipo di eventi dalle nostre parti e ancora di più nei confronti di quelli che accadono a 4 mila chilometri di distanza.

Terzo motivo, quello che più ci dovrebbe preoccupare. Il Burkina Faso, anche se pochi lo conoscono qui in Italia, non è un Paese così lontano come si pensa. Nel senso che è uno Stato strategico nella lotta al terrorismo insieme a Mali, Niger e Nigeria. 

E' ormai questa, la fascia sahelica subsahariana, non più il Mediterraneo, la frontiera dell'Europa, come dimostrano anche le vicende dei flussi migratori. E' lì che l'Europa deve intervenire, aiutare, rafforzare l'impegno a favore della pace.

Il Burkina Faso era, fino a poco tempo fa, uno dei Paesi più tranquilli, anche se tra i più poveri, dell'Africa, esempio di coabitazione tra diverse etnie e di convivenza tra Islam e cristianesimo. 

Una nazione che ha da sempre accolto numerose Ong e organizzazioni umanitarie, impegnate nei settori dell'agricoltura, dell'educazione e della sanità e dove la Comunità di Sant'Egidio ha affrontato uno dei problemi più gravi esistenti, registrando – con il programma "Bravo!" - oltre 3 milioni di persone, per lo più minori, che non erano mai state iscritte all'anagrafe. Un popolo di "invisibili", che facilmente potevano essere vittime del traffico di esseri umani. Un Paese che stava e sta dando esempio di come, un po' alla volta – anche con la ripresa della cooperazione italiana – si può guardare al futuro con più ottimismo.

La vicina guerra - se non dimenticata ormai trascurata - nel Nord del Mali ha prodotto una nefasta influenza e due gravi attentati terroristici, quasi nello stesso luogo, centralissimo, della capitale, stanno mostrando la fragilità di uno Stato che è da poco uscito, in modo per lo più pacifico, da una grave crisi politico-militare. 

Un Paese che non va lasciato solo e che andrebbe almeno ricordato, quando è sotto attacco, sulle pagine dei giornali. Per il loro (prima di tutto) interesse, ma anche per il nostro. Perché il Burkina Faso non è poi così lontano.

Roberto Zuccolini

Migranti, UNHCR: “Codice ong riduce la capacità di salvare vite. Rischio violazione diritti umani”

Il Fatto Quotidiano
Secondo Agnes Callamard dell'Unhcr c'è il sospetto che l’Italia, la Commissione Ue e gli altri Stati europei "considerino il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere migranti e rifugiati". I finanziamenti alla Libia inoltre espongono chi viene riportato nel Paese a "violenze abominevoli". L'organizzazione umanitaria italiana Intersos: "Grazie alle scelte di Minniti migliaia di innocenti verranno torturati".


Il codice di condotta delle ong che operano nel Mediterraneo, scritto dal governo italiano con la collaborazione della Commissione Ue, impone “procedure che potrebbero ridurre la capacità delle organizzazioni di effettuare attività di salvataggio di vite”. 

Questo “potrebbe portare a più morti in mare, e la perdita di vite, essendo prevedibile ed evitabile, costituirebbe una violazione degli obblighi dell’Italia in materia di diritti umani“. 

Ad affermarlo è Agnes Callamard, relatrice speciale dell’Alto commissariato Onu per i diritti umani (Unhcr), dopo che le maggiori organizzazioni non governative hanno comunque fermato le proprie attività di soccorso per timore delle minacce libiche e in polemica nei confronti degli accordi tra l’Italia e Tripoli.

Secondo l’esperta, questo “suggerisce che l’Italia, la Commissione Ue e i Paesi dell’Ue considerano il rischio e la realtà delle morti in mare un prezzo da pagare per dissuadere i migranti e rifugiati” dal compiere la traversata dalla Libia all’Italia. 

La relatrice Onu, poi, avverte che il finanziamento di 46 milioni di euro dalla Commissione europea alla Libia per appoggiare la sua guardia costiera e le sue operazioni di ricerca e salvataggio possono esporre i migranti e i rifugiati che vengono riportati in Libia a “più violenze abominevoli“. 

“Alcuni vengono assassinati deliberatamente, altri muoiono in conseguenza di tortura, malnutrizione e negligenza medica”, avverte Callamard, aggiungendo che ci sono informazioni di violazioni del diritto alla vita da parte della guardia costiera libica, secondo le quali gli agenti hanno sparato contro imbarcazioni di migranti o impiegato tecniche di individuazione pericolose.

La relatrice segnala inoltre che il numero di immigrati e rifugiati riportati in Libia pare superi il numero di persone che risultano registrate nei centri di detenzione per immigrati, il che indica che alcuni vengono portati in strutture “non ufficiali e luoghi in cui possono essere privati della libertà e a rischio di gravi abusi, morte compresa“. 

Callamard ha ammesso che la guardia costiera libica ha bisogno di migliorare il suo lavoro, ma questo appoggio da parte dell’Ue “non si può fornire senza garanzie dimostrabili che i diritti dei migranti intercettati vengano rispettati e che i migranti stessi vengano protetti da violazioni e abusi da parte di agenti statali, milizie armate e trafficanti”, conclude l’esperta, che ha chiesto chiarimenti a Ue, Italia e Libia su tutte queste questioni.

Attacca le scelte del governo anche l’organizzazione umanitaria italiana Intersos, impegnata con progetti di risposta all’emergenza e protezione dei più vulnerabili in 16 paesi del mondo e in Italia, con un intervento a tutela dei minori stranieri non accompagnati. 

“Sulla migrazione il ministro Minniti vede la luce. Purtroppo grazie alle sue scelte, sostenute dal Governo Italiano e dall’Unione Europea, migliaia di persone innocenti vedranno il buio del carcere, delle torture, dello stupro e della morte in Libia“, scrive in una nota l’Ong replicando alla consueta conferenza stampa delministro dell’Interno il 15 agosto. 

“Nella sua conferenza di ferragosto il ministro dell’ Interno ha ancora una volta omesso di chiarire le conseguenze che la scelta di appaltare la gestione dei flussi migratori alla Libia avrà per uomini, donne e bambini. Uomini, donne e bambini che quando vengono fermati dalla Guardia Costiera libica subiscono frequentemente rapine e violenze, per poi essere portati in centri di detenzione dove sono tenuti prigionieri in condizioni inumane. 

Un’altissima percentuale degli uomini e dei bambini transitati dai centri di detenzione libici portano i segni di violenze e torture, la stragrande maggioranza delle donne subisce stupri ripetuti. Buona parte del paese, a cominciare dalle regioni vicine alla frontiera meridionale, sono prive di autorità statale, in mano a gruppi armati. Le prove di questi abusi sono enormi e riconosciute nei rapporti ufficiali delleNazioni Unite“, spiega la ong.

Intanto il Corriere scrive che a fine agosto è in agenda un vertice tra il ministro degli Interni e le maggiori ong, compresa Msf che si è rifiutata di firmare il codice di condotta. Lunedì mattina, secondo il quotidiano, c’è stata una telefonata tra il Viminale e i rappresentanti italiani dell’organizzazione, che avevano accusato il governo italiano di complicità con la Libia dove i migranti subiscono torture e stupri. Secondo la fonte del Corriere “si parlerà del codice ma anche di resettlement e autentici corridoi umanitari“.

di F.Q.