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lunedì 31 luglio 2017

Ucraina: i bambini soldato dei neonazi di Azov

Il Manifesto
Ucraina. Le «colonie» dei miliziani ucraini responsabili di «crimini di guerra». Nei campi la rivoluzione russa è spiegata come una «congiura di ebrei» al servizio dei tedeschi

«Siamo giovani aquile! Ragazzi e ragazze! Noi siamo giovani falchi! Nazionalisti! Un-due!». È quanto gridano dei bambini mentre marciano in un campo di addestramento militare vicino a Kiev, dove si insegna a centinaia di minorenni a diventare futuri combattenti ucraini.

Sono i primi fotogrammi del documentario shock tramesso 5 giorni fa dal canale americano Nbc, su queste «colonie» create appositamente dal «Battaglione Azov», per fornire i primi rudimenti all’uso delle armi a ucraini tra i 9 e i 17 anni. I campi esistono dal 2015, ma solo ora delle macchine da presa hanno avuto l’autorizzazione a entrarvi.
Il Battaglione Azov è un corpo di volontari ucraini fondato nel 2014, subito dopo inizio della guerra civile nel Donbass, da un gruppo di neofascisti. L’«Azov» si richiama apertamente alle gesta fondatore del nazionalismo di destra Stepan Bandera che durante la seconda guerra mondiale collaborò con le truppe naziste.

Dal novembre 2014, il Battaglione Azov è stato integrato dal governo di Petr Poroshenko nella Guardia Nazionale e combatte contro le autoproclamate Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk a fianco dell’esercito ucraino regolare.

L’«AZOV» fa parte della «Assemblea Nazionale” un raggruppamento che include altri gruppi di estrema destra come Pravy Sektor e Svoboda. Amnesty International nel 2016 ha inserito l’«Azov» tra le formazioni armate che non rispettano i diritti umani dei prigionieri. In un rapporto pubblicato dalla ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i diritti umani si afferma che il battaglione «commette regolarmente crimini di guerra: saccheggio, pestaggio di civili, tortura, violenza sessuale».

Nei campi di addestramento dell’«Azov« ci si sveglia alle 3 del mattino: si inizia la giornata con una frugale colazione e canti nazionalisti. Il New York Times ha intervistato nell’edizione dell’altro ieri, una delle partecipanti al campo, la quindicenne Sonia. «Dopo gli esercizi fisici del mattino si può scegliere gli approfondimenti a cui partecipare: la storia, la medicina o la preparazione tattica. Se si sceglie quest’ultima si impara ad avere confidenza con le armi e impariamo come montarle e smontarle rapidamente» spiega la teenager.

In altre sessioni si impara a rispettare la disciplina militare, a strisciare sui gomiti nel fango fino all’esaurimento delle forze, a conoscere la storia del movimento nazionalista. «La giornata finisce intorno al fuoco. E intorno alle sacre fiamme condividiamo i nostri pensieri. È importante rilassarsi dopo una dura giornata» aggiunge Sonia. Sasha, 9 anni appena, dice «di aver sognato di venire al campo già lo scorso anno» ma non era stato accettato perché ancora troppo piccolo.

«Noi non siamo di sinistra, non siamo comunisti, non siamo fascisti e neppure nazisti. Noi siamo nazionalisti. Noi vogliamo che questi bimbi imparino ad amare l’Ucraina, a non tradirla» afferma uno degli istruttori di questa particolarissima «colonia». Peccato che si insegni che la rivoluzione russa è stata una congiura di ebrei al servizio dei tedeschi e la liberazione del paese dai nazisti una invasione neocoloniale russa.

L’appartenenza dell’«AZOV» al neofascismo europeo è talmente nota, che persino il Congresso americano nello stanziare lo scorso maggio 150 milioni di dollari a favore dell’esercito ucraino ha ritenuto necessario specificare che in nessun modo i finanziamenti dovranno andare al tanto discusso battaglione. Tuttavia alcune agenzie di stampa russe sostengono che i soldati dell’Azov riceverebbero uno stipendio di 1.000 dollari al mese mentre quello degli ufficiali oscillerebbe tra i 3-5000.

In un paese in cui i salari stagnano intorno ai 150 dollari, viene da chiedersi se più che un battaglione di volontari ci si trovi di fronte a un gruppo di mercenari. La cultura nazionale ucraina nel campo di addestramento non viene insegnata a questi bimbi attraverso gli straordinari versi di Taras Shevecenko o le commoventi storie di operai e contadini dei romanzi di Ivan Franko, ma con poche nozioni rabberciate in cui si esalta lo slavismo tradizionalista antioccidentale. Democrazia, rispetto dei diritti dei gay, cosmopolitismo sono definiti «elementi di decadenza sociale» da combattere.

Yurii Colombo

Fishers of Men, documentario sui pescatori di uomini di Moas

Ansa Med
Una bambina canta una canzone durante una manifestazione in Siria. Poi l'esplosione, la fuga, il sangue, le persone a terra. Con un momento di gioia spezzato dalla violenza inizia 'Fishers of men' (Pescatori di uomini), un documentario sulla storia dell'Ong Moas - Migrant Offshore Aid Station - raccontata attraverso le immagini dei giornalisti che si trovavano a bordo della nave che salva i migranti nel Mediterraneo.


"Migration does affect people, does affect society" dice la voce fuori campo all'inizio del film. Il documentario "segue la storia di MOAS, utilizzando i video realizzati da TV e giornalisti che si trovavano a bordo, e mostra cosa significhino le operazioni di ricerca e soccorso in mare da un punto di vista onesto e senza filtri", comunica l'organizzazione.

Nel documentario vengono mostrate le immagini drammatiche di uomini, donne e bambini in balia delle acque del Mediterraneo, i salvataggi e le fasi delle operazioni di ricerca e soccorso in mare. Attraverso le interviste ai fondatori dell'Ong, Christopher e Regina Catrambone, e all'equipaggio della nave Phoenix, il documentario raconta la storia dell'organizzazione e riporta le testimonianze di alcuni dei salvataggi compiuti. Con immagini che non si possono dimenticare.


Fishers of Men (Documentary) di migrantoffshoreaidstation

Suicidio nel carcere di Rebibbia è il quarto nelle carceri romane nel 2017

Roma Today
L'uomo è stato trovato privo di vita nel reparto G9 della casa circondariale della via Tiburtina. E' il quarto caso tra Roma e Velletri dall'inizio dell'anno.



Suicidio nel carcere romano di Rebibbia dove un detenuto di 46 anni è stato trovato privo di vita nel Reparto G9 della Casa Circondariale della via Tiburtina. A togliersi la vita un cittadino romeno, in carcere per omicidio. La macabra scoperta intorno alle 6:30 di oggi 28 luglio. Secondo quanto si apprende l'uomo si sarebbe tolto la vita impiccandosi con le lenzuola nel bagno della cella dove era detenuto.

Quarto suicidio nelle carceri di Roma e provincia
Quello di stamattina è il quarto caso di suicidio nelle carceri di Roma e provincia dall'inizio di questo 2017 (due a Regina Coeli, uno nel carcere di Velletri ed oggi a Rebibbia). Lo rende noto la Fns Cisl che evidenzia come in più occasioni il sindacato dei 'baschi azzurri' "ha evidenziato la situazione in cui versa il reparto G9 dell'Istituto NC Rebibbia di Roma", dove nell'ottobre del 2016 avvenne l'evasione da film di tre detenuti albanesi. Un reparto che "necessita di urgenti interventi a causa di pavimenti rotti", e che si trova in condizioni "che il personale di polizia penitenziaria non può sopportare e dove i detenuti si trovano in condizione disumana".

Allarme sovraffollamento
Per la Fns Cisl "occorre chiudere l'intero reparto G9 poichè risulta anche scarno di illuminazione e riscaldamento al fine di evitare ricorsi presso la Commissione Europea Diritti Umanitari (CEDU)". Infatti il "sovraffollamento del carcere è attualmente di 252 detenuti in più rispetto alla capienza regolamentare, dove ne sono previsti 1172 rispetto ai 1424 presenti". "L'ennesimo suicidio in carcere - conclude il sindacato di polizia penitenziaria - è una sconfitta per tutti".


domenica 30 luglio 2017

Gli scontri. Sacerdoti con i paramenti sacri fermano i blindati in Venezuela

Avvenire
Cinque preti hanno affrontato i mezzi venerdì per evitare che la situazione tesa, tra la Guardia nazionale bolivariana (Gnb) e manifestanti nella città di Ejido, nello Stato di Mérida, degenerasse.


Hanno affrontato i blindati, per evitare un massacro. Alcuni sacerdoti cattolici sono intervenuti ieri per evitare che una situazione tesa di contrasto tra la Guardia nazionale bolivariana (Gnb) e manifestanti nella città di Ejido, nello Stato di Mérida, potesse degenerare e avere conseguenze cruente. 




Foto diffuse attraverso l'account twitter della Conferenza episcopale del Venezuela - come ha riferito anche l'agenzia Fides - documentano l'iniziativa di cinque sacerdoti - i padri Carlos, Abdon, Gabriel, Javier e José Gregorio - che hanno assunto il ruolo di mediatori tra esercito e manifestanti, quando quando i carri armatidella Gnb si sono avvicinati alla folla che partecipava ai funerali di Rafael Vergara, un giovane morto in una delle tante manifestazioni di protesta in corso in Venezuela. Intorno alle 15.30, i sacerdoti hanno interrotto il funerale e si sono diretti verso i militari, per chiedere loro di ritirarsi.

Anche negli ultimi giorni, diverse persone sono morte negli scontri violenti tra manifestanti e forze di sicurezza verificatisi in tutto il Paese, soprattutto in occasione dello sciopero generale di 48 ore indetto dall'opposizione e da diversi settori della società civile per chiedere al governo l'annullamento delle elezioni dell'Assemblea Costituente, in programma domani 30 luglio. E la tensione resta altissima per il boicottaggio promosso dall'opposizione.

Anche venerdì un altro giovane è stato ucciso da un colpo da arma da fuoco mentre partecipava a una manifestazione a San Cristobal, nello stato venezuelano di Tachira: le proteste che da quasi quattro mesi sconvolgono il Paese sono state segnate a tutt'oggi da 115 morti.

sabato 29 luglio 2017

Se questo è un bambino: in Yemen la fame ha il volto della morte

Globalist
Soldi per le bombe, tantissimi. Soldi per aiutare la gente, soprattutto i bambini. pochi. Un dramma di cui si parla sempre poco


Quasi mezzo milione di bambini soffre di malnutrizione acuta grave, 1.546 i bambini uccisi, 2.450 mutilati, 1.572 minorenni reclutati nei combattimenti, oltre due milioni di bambini che non frequentano le scuole.

Questo è ciò che accade in Yemen, che negli ultimi mesi è stato ancora colpito da un'epidemia di colera.
Soldi per le bombe, tantissimi. Soldi per aiutare la gente, soprattutto i bambini. pochi.
La tragedia dello Yemen è così lontana che il mondo ricco non la sa, né la vuole vedere.
Nel frattempo i bambini soffrono. E muoiono.

Francia - Calais - HWR denuncia l'utilizzo di gas al peperoncino delle forze di polizia contro i migranti

Euro News
L’uso di gas al peperoncino contro i migranti è una routine a Calais, in Francia. È la denuncia dell’ong Human Rights Watch. Gas spruzzati contro vestiti, cibo e sacchi a pelo che costringono i migranti a spostarsi continuamente e che vengono usati anche contro gli operatori umanitari, secondo il rapporto “Come vivere all’inferno” che si basa sulle testimonianze di una sessantina di richiedenti asilo.


“Le forze di polizia utilizzano il gas al peperoncino contro i migranti addormentati, contro la distribuzione di cibo, contro il cibo dei migranti”, afferma Bénédicte Jeannerod, direttrice di HRW Francia. “Si tratta di un uso della forza che non è giustificato, che è sproporzionato, che costituisce una violazione dei diritti umani e e una violazione della protezione che dobbiamo a queste persone. Si può supporre che si tratti di una strategia da parte delle autorità nazionali e locali affinché i migranti e i richiedenti asilo non si ristabiliscano a Calais e nella sua regione”.

La prefettura di Calais ha definito le denunce delle calunnie. Per le strade della città, dove nell’ottobre del 2016 fu smantellata la cosiddetta “giungla”, e nei boschi circostanti vivono circa 400 migranti, fra i quali 200 minori non accompagnati.

venerdì 28 luglio 2017

Libia: Unhcr, rilasciati da centri di detenzione 371 migranti da inizio anno

Agenzia Nova
Un totale di 371 rifugiati sono stati rilasciati da centri di detenzione in Libia dall’inizio del 2017 grazie all’intervento dell'Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr). 



Lo ha reso noto Carlotta Sami, portavoce di Unhcr per l’Europa meridionale, citando l’ultimo aggiornamento sulle operazioni avvenute in Libia dal 10 al 19 luglio scorsi. L’intervento delle Nazioni Unite, in particolare, ha permesso il rilascio di 13 donne e 11 uomini dal centro di detenzione di Triq al Sika a Tripoli. 

Intanto secondo quanto riferito dall’Organizzazione mondiale per le migrazioni, 5.546 migranti sono stati rimpatriati dalla Libia verso 18 paesi, di cui 4.130 direttamente dai centri di detenzione. La Nigeria figura al primo posto con 1.803 rimpatri, seguita da Gambia con 804, Guinea Conarky con 594 e Senegal con 528.

Tunisia - Approvata legge contro violenza sulle donne. No matrimonio riparatore per stupratori di bambine

Globalist
È un voto che scrive la storia perché conferma l'impianto laico e riformista della carta costituzionale tunisina e lo rafforza. Dopo un iter parlamentare segnato da continui rinvii che avevano fatto temere un fallimento, il parlamento della Tunisia ha approvato all'unanimità con 146 voti a favore la legge organica contro la violenza e i maltrattamenti sulle donne e per la parità di genere.


La norma prevede quarantatrè articoli, divisi in 5 capitoli: l'obiettivo è fornire misure efficaci per lottare contro ogni forma di violenza o sopruso basato sul genere. Il testo ha l'obiettivo di garantire alla donna il rispetto della dignità e assicurare l'uguaglianza tra i sessi, garantita dalla Costituzione, attraverso un approccio globale basato sulla prevenzione, la punizione dei colpevoli e la protezione delle vittime.
La legge punta inoltre ad eliminare ogni forma di disuguaglianza tra i sessi anche sul lavoro. Tra le novità rilevanti, l'abrogazione dell'articolo 227 bis del codice penale che prevedeva una sorta di "perdono" per gli stupratori di una minorenne in caso di matrimonio 'riparatore' con la vittima. 

Il nuovo dettato legislativo prevede invece pene molto severe per gli stupratori senza più alcuna possibilità per loro di sfuggire alla legge. "La versione del testo votato in parlamento risponde alle attese delle donne e della società civile che si sono mobilitati per due decenni per l'ottenimento di questo risultato" ha dichiarato la deputata indipendente Bochra Bel Haj Hmida a votazione avvenuta. 

In un Paese con un tasso d’istruzione di circa il 70%, fra i più alti nell’ambito dei Paesi a maggioranza arabofona, le donne hanno livelli medi di scolarizzazione più elevati degli uomini: in particolare, il numero delle laureate è superiore a quello dei laureati. Esse, inoltre, costituiscono quasi la metà della forza-lavoro e partecipano attivamente alle istituzioni politiche.

La nuova Costituzione, approvata il 26 gennaio 2014, pur non esente da limiti e difetti -essendo il frutto di un compromesso tra laici e islamisti-, almeno proclama che le cittadine e i cittadini sono uguali davanti alla legge (art. 20); che lo Stato garantisce la rappresentatività delle donne nelle istituzioni elettive (art. 33); che ne tutela i diritti, le conquiste, la parità e l’uguaglianza di opportunità e che assume le misure necessarie per sradicare tutte le forme di violenza sessista (art. 45). Con l'attuale legge si rafforza il concetto di parità di genere.

giovedì 27 luglio 2017

Sbarchi di migranti e rifugiati, perché non è un assedio

Blog Diritti Umani - Human Rights
L'"emergenza" migranti è diventato una tema che sta fortemente influenzando le politiche europee usando toni allarmanti con conseguenze gravi sulla possibilità di soccorrere e salvare chi si avventura nei viaggi spesso tragici. 

Oltre al valore umanitario dell'accoglienza che naturalmente non può essere condizionato dai numeri, al di là delle strumentalizzazioni mediatiche e politiche qual'è la consistenza reale del problema?
Da questo articolo che utilizza fonti UNHCR si scoprono dati che smentiscono il clima di allarme.
In Europa gli arrivi di immigrati sono stati alla fine del 2015 più di un milione, passati nel 2016 a circa 230mila. Oggi, poco dopo la metà del 2017, sono 110mila.
Quello che è veramente cambiato è dovuto dalla chiusura della rotta balcanica nel maggio 2016, ottenuta con il discusso accordo con la Turchia di Erdogan che ha drasticamente ridotto gli ingressi in Europa e ha spostato parte degli arrivi verso l'Italia, con una aumento del 18%.
Se di emergenza si poteva parlare era nel 2015, adesso mi sembra che sia un flusso consistente che il vecchio continente, potrebbe governare senza allarmismi e strumentalizzazioni politiche ... se ne avesse la volontà.
ES
Gli arrivi in Grecia nella primavera del 2016


Carta di Roma
Un confronto tra i dati italiani ed europei, dal 2016 al 2017, per fare chiarezza sul fenomeno migratorio e consentire una riflessione ampia e informata su arrivi e accoglienza

«Sbarchi, i perché di un assedio». Si apriva così il Corriere della sera domenica 16 luglio 2017. Un taglio della notizia molto simile a quello usato un anno fa durante la campagna elettorale per il referendum sulla Brexit da alcuni giornali inglesi che “descrivevano” gli arrivi dei migranti sull’isola. Un frame, quello del pericolo immigrazione, che ha contribuito a creare un clima d’opinione che ha condotto alla vittoria del leave con le conseguenze che ormai conosciamo.

“Invasione”, “assedio”. Termini forti ed emotivamente connotati utilizzati come strumento di comunicazione politica e di propaganda. Tutt’altro che neutri nel racconto di un fenomeno complesso come quello dei viaggi degli ultimi anni da Medioriente e Africa verso l’Europa.

In questo contesto non si vuole discutere l’uso di termini come “assedio” per riferirsi ai disperati che arrivano in Italia. Piuttosto offriremo qualche spunto per vedere se esiste una base quantitativa e oggettiva che fondi l’idea di un’invasione. Attraverso gli ultimi dati rilasciati nei giorni scorsi dall’Unhcr è possibile fare un po’ di chiarezza sulle reali dimensioni del fenomeno migratorio.

Il contesto italiano
Partiamo dall’Italia. Nel primo semestre del 2016 la proporzione tra arrivi via mare in Italia e nell’intera Europa era di poco meno di 1 a 3 (70222 arrivi nel nostro paese, 231463 in tutto il continente). Un rapporto che ancora risentiva del flusso massiccio proveniente soprattutto da Siria, Iraq e Afghanistan, e che dalla Turchia raggiungeva le coste greche per intraprendere la via balcanica.

La dichiarazione stipulata tra Erdogan e Ue il 18 marzo 2016 – che in molti ritengono sia stato quantomeno un fallimento sul piano dei diritti umani – si è rivelato, come prevedibile, un macigno che ha cambiato gli equilibri nei viaggi dei rifugiati verso l’Europa. E non solo per i numeri assoluti ma anche e soprattutto per la distribuzione dei flussi.

Dal 30% di un anno fa, si è passati al quasi l’85% attuale degli sbarchi sulle coste italiane (ovvero 83752 su 99864 arrivi complessivi nel continente nei primi sei mesi del 2017).

Tuttavia, e al contrario di quanto previsto da molti, il flusso verso l’Italia non è esploso dopo la chiusura della via orientale. Dai 63mila arrivi del primo semestre 2014, ai 70mila dello stesso periodo 2015 e 2016, l’Italia è passata agli 83752 di gennaio-giugno 2017.

Ciò significa un aumento del 18% rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno. Certo, un incremento consistente – circa un quinto in più – ma che non sembra giustificare la definizione di “assedio” neanche se si arrivasse ai 220mila sbarchi nel 2017, soglia ipotizzata per fine anno dai più pessimisti e che rappresenterebbe il 20% in più rispetto ai 181mila del 2016.

E per quanto riguarda l’Europa?
I numeri sono in netto calo rispetto agli anni passati. Alla fine del 2015 erano più di un milione gli arrivi, passati nel 2016 a circa 230mila. Oggi, poco dopo la metà del 2017, sono 110mila. La crisi umanitaria di 2 anni fa si è ridimensionata anche se quotidianamente decine di persone continuano a morire in mare, tra le coste africane e quelle italiane.


Alessandro Lanni

Arabia Saudita: Amnesty, 14 detenuti rischiano esecuzione per decapitazione

AdnKronos/Aki
Quattordici sauditi rischiano l'esecuzione al termine di un processo "gravemente irregolare". Lo denuncia Amnesty International secondo cui l'esecuzione dei 14 prigionieri mediante decapitazione potrebbe essere "imminente". 

A metà luglio la Corte suprema della monarchia ha confermato le 14 condanne a morte emesse il primo giugno 2016 dalla Corte penale speciale della capitale Riad per presunti reati collegati a proteste. L'esecuzione potrebbe essere "imminente", sottolinea l'organizzazione, perché manca solo la ratifica del re Salman.
I 14 prigionieri sono stati condannati a morte, al termine di un "processo gravemente irregolare e basato su 'confessioni' estorte con la tortura", per una serie di reati tra cui ''rivolta armata contro il re'', ''attacco con le armi a personale e veicoli della sicurezza'', ''preparazione e uso di bombe Molotov'', ''furto e rapina a mano armata'' e ''incitamento al caos e partecipazione a disordini'', come riporta Amnesty.
Secondo l'organizzazione dall'inizio del 2017, in Arabia Saudita sono state eseguite 66 condanne a morte, 26 delle quali solo nel mese di luglio. Il 20 luglio la Corte suprema ha ricevuto dalla Corte penale speciale gli atti relativi ad altre 15 condanne a morte inflitte il 6 dicembre 2016 per presunto spionaggio in favore dell'Iran.
In attesa dell'esecuzione si trovano almeno 34 appartenenti alla minoranza sciita (che rappresenta circa il 10-15% della popolazione), condannati per attività considerate minacciose nei confronti della sicurezza nazionale.

mercoledì 26 luglio 2017

Camerun, rapporto shock di Amnesty: crimini di guerra nella lotta a Boko haram

La Repubblica
Il documento rivela il perpetrarsi di orribili torture ai danni di decine di persone accusate, spesso senza prove, di sostenere il gruppo terroristico: "I detenuti, pestati a sangue, vengono costretti in posizioni lancinanti, annegati e percossi per ore"

Il Camerun continua a sanguinare e l'ultima ferita sarebbe stata inferta proprio dalle forze di sicurezza del Paese (B.I.R.) che, stando a un rapporto di Amnesty International, avrebbero perpetrato atti di tortura ai danni di presunti affiliati dell'organizzazione terroristica jihadista sunnita Boko haram. L'ultimo dettagliato rapporto dell'organizzazione umanitaria, "Stanze segrete di tortura in Camerun: violazioni dei diritti umani e crimini di guerra nella lotta contro Boko haram", documenta ben 101 casi di detenzione e tortura incommunicado tra il 2013 e il 2017 in oltre 20 siti diversi.

Crimini di guerra. "Queste violenze orribili rappresentano crimini di guerra. Dato il peso delle prove che abbiamo scoperto, le autorità devono avviare indagini indipendenti su queste pratiche di detenzione e tortura incommunicado, inclusa la potenziale responsabilità individuale e di comando", spiega Alioune Tine, direttore regionale di Amnesty International per l'Africa occidentale e centrale. L'organizzazione umanitaria ha scritto alle autorità camerunensi nell'aprile 2017 per condividere i risultati del rapporto, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Ogni successiva richiesta di incontro è stata rifiutata.

"Mi hanno picchiato fin quasi a morte". Le vittime sentite finora hanno descritto almeno 24 metodi diversi di tortura abitualmente perpetrati. Samou (nome di fantasia), arrestato nel marzo 2016, ha raccontato ad Amnesty International il suo interrogatorio a Salak pochi giorni dopo il proprio arresto: "Mi hanno chiesto di dire se conoscevo membri di Boko haram. Fu allora che la guardia mi legò mani e piedi dietro la schiena e cominciò a colpirmi con un cavo elettrico, mentre contemporaneamente mi lanciava acqua. Mi hanno picchiato fin quasi a morte". Mohamed (altro nome di fantasia) ha trascorso sei mesi in detenzione incommunicado ed è stato interrogato e torturato più volte a Salak. "I soldati ci hanno chiesto di confessare, ci hanno detto che se non avessimo confessato, ci avrebbero portato a Yaoundé per ucciderci. Gli abbiamo risposto che preferivamo essere uccisi piuttosto che confessare qualcosa che non sapevamo. Ci hanno picchiati per quattro giorni".

Le responsabilità di Stati Uniti e Europa. "Data la presenza frequente e probabilmente prolungata in loco, il governo degli Stati Uniti e altri partner internazionali devono indagare fino a che punto il personale era a conoscenza della detenzione illegale e della tortura commesse presso la base di Salak e se hanno adottato misure per segnalarlo ai loro superiori e alle autorità camerunensi", continua Alioune Tine.

Una scuola come base per gli atti di tortura. Tra i luoghi utilizzati per gli interrogatori, in particolare, una scuola situata nella città settentrionale di Fotokol, usata come base militare da parte del BIR a partire da maggio 2014: l'utilizzo dello stabile frequentato da bambini vìola gli obblighi del Camerun in materia di diritto internazionale umanitario nella protezione dei civili nei conflitti armati. "I funzionari responsabili di queste strutture di detenzione devono essere indagati per la loro sospetta responsabilità di comando nelle accuse di detenzione, tortura, morte in custodia e sparizioni forzate", conclude Tine.

Sara Ficocelli

Nigeria. Baby-kamikaze utilizzati da Boko Haram contro i profughi interni

Il Manifesto 
Sequenza di attacchi suicidi a Maiduguri. Lo strazio dei minori utilizzati da Boko Haram. Bersaglio i campi dei rifugiati e l'università della città. Ma non è solo "terrorismo". 

Nella notte tra domenica e lunedì tre tentativi di attacchi suicidi si sono susseguiti a Maiduguri, nel nord est della Nigeria. Tutti condotti da minori, secondo i servizi di sicurezza, forse persino al di sotto dei 13 anni di età, come riferiscono varie fonti locali.
Il primo attacco poco prima della mezzanotte nel campo profughi (o meglio "sfollati interni") di Darole 2: un "attentatore" tenta di infiltrarsi nel campo ma viene ucciso prima che riesca a far detonare l'ordigno esplosivo che porta con sé. Il secondo tentativo, in parte riuscito, attorno alla mezzanotte, quando un ragazzo e una ragazza tentano di scavalcare la recinzione del campo di sfollati Darole 1. Lei muore mentre cerca di superare la barriera, lui riesce a percorrere qualche metro all'interno del campo prima di azionare l'ordigno. Nell'esplosione muoiono quattro persone persone. 19 i feriti, la maggior parte bambini.
Lunedì mattina un altro attentato, anche in questo caso è una giovanissima ragazza a farsi esplodere all'ingresso dell'Università di Maiduguri (già bersaglio di tentati attacchi verificatisi negli ultimi mesi). Nello scoppio muore l'attentatrice e diverse persone risultano ferite.
Nella giornata di martedì l'attenzione si era già spostata sulle prime notizie che arrivano dall'assedio del villaggio di Zai, nello stato di Yobe, da parte dei miliziani di Boko Haram. 

Nelle settimane precedenti la zona era stata già teatro di scontri armati. Notizie in controtendenza rispetto ai successi annunciati negli ultimi mesi dall'esercito nigeriano nell'ambito dell'offensiva contro l'organizzazione jihadista negli stati del nord est e nelle zone di confine con i paesi vicini. Un conflitto che anche in seguito ai sanguinosi sconfinamenti dei miliziani coinvolge a pieno titolo le forze armate di Camerun, Ciad e Niger, con il sostegno di Francia e Stati uniti in nome della "guerra al terrorismo internazionale".
Ma in un contesto come quello della Nigeria di oggi risulta molto complicato, anche per le persone che in questo paese sono nate e cresciute, avere una lettura chiara delle dinamiche legate agli scontri o al ripetersi di atti di inaudita violenza. Le pratiche che negli ultimi tempi si stanno diffondendo vedono ragazzini e ragazzine sempre più giovani coinvolti nella realizzazione di attacchi suicidi spesso organizzati in contesti urbani e poveri. Gran parte delle persone coinvolte, molto spesso originarie delle aree rurali o da aree al momento inaccessibili per motivi di sicurezza, migrano negli aggregati urbani senza disporre di risorse per il proprio sostentamento. Si trovano a vivere di lavori informali e nell'impossibilità di accedere a qualsiasi tipo di struttura educativa o di supporto, andando ad ampliare il già grande bacino di persone che, strappate al loro contesto originario e quindi dalle relazioni di supporto comunitario, si trovano a vivere in gravi condizioni di disagio e di disgregazione sociale.
Un'altra pratica sempre più diffusa riguarda gli obiettivi degli attentati: Università, campi profughi e luoghi di grande concentrazione come i mercati si sono aggiunti da tempo ai target militari o governativi. Sulla scuola l'interpretazione comune offre facili spiegazioni: è accusata di veicolare quella cultura "occidentale" contro la quale si batte Boko Haram. Molto più difficile risulta spiegare la scelta di colpire la popolazione in alcuni casi inerme, in altri organizzata - come nelle Cjtf (Civilian joint task forces). In questo caso si parla di conflitti interni a base individuale o collettiva (come per esempio l'aver abbandonato le file degli insorgenti). In ogni caso sulla strategia di Boko Haram tutte le interpretazioni che circolano sembrano lacunose, nel momento in cui cercano di ricondurre per semplificazione il fenomeno a una matrice singola, di tipo "terroristico". Urge un'analisi più ampia, che non si limiti ai singoli fenomeni.

di Aureliano Valli Maiduguri

Tunisia: Festa della Repubblica, il Presidente Essebsi concede la grazia a 1.583 detenuti

Nova
Il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, ha concesso oggi la grazia a 1.583 detenuti in occasione del 60mo anniversario della Repubblica proclamata dall'Assemblea costituente il 25 luglio del 1957. 

Beji Caid Essebsi
Lo ha reso noto la presidenza al termine di un incontro tra il capo dello Stato e il ministro della Giustizia, Ghazi Jribi.

Era il 25 luglio del 1957 quando il costruttore della moderna Tunisia, Habib Bourguiba, liberò il paese dall'ordine monarchico, ponendo le basi dello stato di diritto. Il paese nordafricano celebra nella giornata odierna anche il quarto anniversario dell'assassinio del deputato Mohamed Brahmi, che il 25 luglio del 2013 venne ucciso da due uomini a bordo di una motocicletta davanti alla sua abitazione di Tunisi. Brahmi era un politico dell'opposizione che nel 2011 aveva fondato il partito Movimento del popolo.

martedì 25 luglio 2017

La Cina sfrutta le miniere africane con il lavoro forzato dei detenuti

Il Giornale
Almeno 50mila prigionieri politici o comuni costretti a estrarre oro in 549 giacimenti ghanesi. Un business da due miliardi a costo zero



Nonostante il Pil nel 2016 abbia fatto registrare un +8,6 per cento, non è tutto oro ciò che luccica nel Ghana. La nazione posizionata sulle cartine geografiche dalle performance dei suoi calciatori (come Asamoah, Muntari o Abedi Pelè), in realtà sull'oro galleggia. Peccato che i profitti delle miniere siano pari a zero, cannibalizzati dalla longa manu cinese, che si mette in tasca circa 2 miliardi di euro l'anno (l'8% della forza economica ghanese). 


Dal Paese della Grande Muraglia sono arrivati circa 50mila cercatori d'oro dall'inizio dell'anno. Un esercito di manovalanza a costo zero inviata da Pechino per estrarre il metallo prezioso. Lavoratori impiegati anche diciotto ore al giorno nelle 549 miniere artigianali, e spesso illegali, disseminate nell'ex colonia britannica. A buona parte dei cercatori d'oro non viene riconosciuto uno stipendio: sono quasi tutti prigionieri comuni o prigionieri politici, condannati alla catena perpetua, ed esportati per continuare a svolgere i lavori forzati dove l'economia cinese vanta un qualche interesse.

È l'altra faccia del made in China, quella che offre tecnologia e manodopera in Ghana, costruisce stadi in Angola, centrali elettriche in Guinea Equatoriale e autostrade in Tanzania, e in cambio ottiene il diritto d'esclusiva nello sfruttamento di qualsiasi materia prima. 

Uno sfruttamento che viaggia di pari passo all'invasione silenziosa e incalzante dell'Africa nera. Ci sono parecchie associazioni umanitarie che vorrebbero vederci chiaro sulle miniere del Ghana e sulla forma di schiavitù camuffata da contratto di lavoro. Alcune miniere sono diventate enclave cinesi, senza controllo da parte del governo di Accra. Zone dedite ai peggiori traffici, compresi quelli della droga e della prostituzione, un business nel business. Inoltre, l'utilizzo scriteriato del mercurio per l'estrazione dell'oro ha provocato l'inquinamento delle falde acquifere.

Pechino rispedisce al mittente critiche e accuse, continuando a flirtare con i suoi partner africani. Il Ghana potrebbe però a breve spezzare questa sorta di circolo vizioso. Almeno secondo le parole di uno dei tanti personaggi bizzarri del continente nero, l'attuale presidente della repubblica Nana Akufo Addo, che ha assunto il potere lo scorso 7 gennaio. Addo vorrebbe tagliare il cordone ombelicale con la Cina, per prendere le distanze dal suo predecessore John Mahama, fedele alleato di Xi Jinping, e privatizzare le miniere. Ha assicurato di potere risolvere tutto nello spazio di un anno. 

Il che significherebbe rispedire in Cina circa 400mila persone tra maestranze e lavoratori forzati, mandando all'aria tra l'altro una lunga serie di accordi economici con Pechino. Qualcosa del genere venne messo in atto una sola volta nella storia dell'Africa Nera: era il 1977 e il sanguinario presidente dell'Uganda Idi Amin Dada cacciò dal Paese tutte le forze lavoro straniere. L'Uganda venne travolta da una crisi economica devastante e Amin Dada costretto a riparare in Arabia Saudita dopo il colpo di stato perpetrato da Yusufu Lule.

Molto più prosaicamente Addo vorrebbe azzerare le ingerenze straniere non tanto per far crescere l'economia ghanese, la cui locomotiva viaggia a buon passo, ma per far fronte ai costi della pachidermica macchina statale. Il Ghana, che conta 25 milioni di abitanti, ha un governo composto da 97 ministri, 254 sottosegretari e quasi 500mila funzionari governativi che a vario titolo succhiano avidamente dalle floride (per il momento) mammelle delle casse statali. Controllare l'oro sarebbe di vitale importanza per mantenere a vita la corte dei miracoli (ovvero i collettori di voti per lo stesso Addo).

Lo scorso maggio il ministro delle Risorse naturali ha lanciato un ultimatum, dando tre settimane di tempo a tutti i minatori e alle aziende minerarie cinesi per lasciare il Ghana. A luglio non è cambiato nulla. Anzi soltanto nelle ultime settimane sarebbero entrate illegalmente almeno altre duemila persone. Nessuno le ha viste arrivare all'aeroporto di Accra, ma a quello di Lomè, in Togo, ottenendo alla dogana un visto turistico. Qualcuno potrebbe domandarsi come abbiano fatto a trasferirsi in Ghana. Semplice: Lomè capitale togolese, si trova per un terzo del territorio in... Ghana. Di frontiere quindi neanche a parlarne. 

La Cina da parte sua ha chiesto al presidente Addo di rivedere i suoi propositi bellicosi, offrendo 14 milioni di euro sull'unghia per irrorare le casse dello Stato e offrendosi di cofinanziare i recenti progetti della rete autostradale e ferroviaria per collegare Accra alle città di Kumasi e Tamale. 

Per la manovalanza di problemi non ce ne sono, fa sapere Pechino, le carceri funzionano meglio di un ufficio di collocamento. Non solo, la Cina vorrebbe diversificare gli investimenti, fino a controllare anche le coltivazioni di cacao. Una produzione senza precedenti, 820mila tonnellate, ha provocato il crollo dei prezzi, e per coprire la retribuzione agli agricoltori locali il governo ghanese dovrà attingere al fondo di stabilizzazione. La Cina si è offerta di mettere mano al portafogli, anche per indebolire la concorrenza (in materia di cacao) della vicina Costa d'Avorio, che durante il braccio di ferro armato tra Gbabgo e Ouattara nel 2011 non aveva ceduto alle lusinghe di Hu Jintao.

Luigi Guelpa

Legge Minniti: Daspo per trans. "Ci dovremo nascondere come durante il fascismo"

Il Manifesto
"La scorsa settimana due trans che chiacchieravano di pomeriggio davanti a un tabaccaio, nei pressi della stazione di piazza Garibaldi a Napoli, sono state fermate dalla polizia, accusate di adescamento e colpite da daspo urbano". 



A rendere nota la vicenda ieri è stata Loredana Rossi, vicepresidente dell'associazione Transessuale Napoli. In base alla legge Minniti, hanno avuto il divieto di avvicinarsi alla zona per 48 ore e una multa di 100 euro.

Non è la prima volta, un'altra trans mentre era al bar, ancora a piazza Garibaldi, è stata prelevata dalla Polizia Municipale e identificata, le volevano comminare una multa molto salata ma ha chiamato l'avvocato e si è rifiutata di firmare il verbale, adesso è in attesa che le arrivi la notifica a casa. 

"Noi raccomandiamo a tutte di non firmare e non pagare ma molte pensano che sia meglio tirare fuori 100 euro che passare alle vie legali - spiega Loredana Rossi - ma è evidente che è un sopruso. È come fare l'equazione trans uguale puttana, uguale adescamento anche senza alcuna evidenza di reato. È come se la nostra stessa esistenza fosse considerata un'offesa al decoro urbano. Come durante il fascismo".
Non è però una novità assoluta, piuttosto sono provvedimenti che ritornano ciclicamente: "Durante il governo Berlusconi - prosegue -, con il pacchetto sicurezza del ministro Roberto Maroni, avevano tirato fuori dal cassetto il reato di travestimento: facevano retate nelle zone di prostituzione e ti portavano in questura. Lì cominciavano a stilare il verbale: unghie smaltate, rossetto sulle labbra, trucco sugli occhi, un elenco dettagliato fatto apposta per umiliarti e, naturalmente, l'immancabile multa. Stiamo tornando alle politiche di destra ma peggiorate".
Le retate stanno diventando frequenti, nella zona alle spalle della Stazione centrale ci sono almeno un paio di volte a settimana: vengono identificate, trattenute per quattro, cinque ore e poi rilasciate. Si crea un clima di insicurezza, peggiorato dal fatto che può arrivare il daspo anche se sei semplicemente in giro con un'amica. 

"Le trans raccontano di avere paura a uscire per strada ora, poiché non vogliono essere fermate di nuovo dalle forze dell'ordine - conclude Loredana Rossi -. Anche durante il Ventennio era così: dovevi chiuderti in casa, non eri libera di muoverti come tutti gli altri. Il prossimo passo sarà allontanarci dalle città, mandarci al confino. Hanno tolto la libertà a dei cittadini italiani, devono vergognarsi".
Ad aprile a piazza Dante una coppia di ragazze lesbiche sono state fermate dai militari, che presidiavano la zona nell'ambito dell'operazione Strade Sicure: "Uno dei militari si è avvicinato alla coppia che si stava baciando - ha spiegato Antonello Sannino, presidente di Arcigay cittadina - invitandole ad allontanarsi. Dopo una breve discussione, ha chiesto le generalità alle due ragazze che, per evitare problemi, hanno lasciato la piazza. I militari dovrebbero occuparsi della sicurezza non assumere le funzioni di "buoncostume"".

di Adriana Pollice

Gerusalemme, Israele toglie i metal detector dalla spianata delle Moschee. Scintilla di gravi tensioni e scontri.

Blog Diritti Umani - Human Rights
Dopo il riaccendersi di gravi scontri tra Palestinesi e Israele che dall'attentato alla spianata delle moschee ha visto una preoccupante escalation di violenza con gravi episodi di repressione da parte delle forze di sicurezza israeliane e reazioni dei palestinesi. Su entrambi i fronti questi scontri hanno causato delle vittime.
Accogliamo con sollievo la decisione del governo Netanyahu di rimuovere i metal detector per l'accesso alla Moschea al-Aqsa che erano stati la motivazione principale di manifestazioni e scontri in questi giorni. 
Si consolida la speranza che si scongiuri l'inizio una nuova Intifada. 

La Repubblica
Passo indietro del governo di Netanyahu dopo l'escalation di violenza dei giorni scorsi. Resteranno solo le telecamere di sorveglianza.



Avevano acceso la scintilla che aveva provocato le tensioni dei giorni scorsi. Ma ora i metal detector che erano stati posizionati a Gerusalemme agli ingressi della spianata delle Moschee vengono rimossi. 


La decisione presa dal governo israeliano è stata anticipata dai media locali. Lo twitta in particolare Haaretz citando fonti ufficiali. Il passo indietro è stato ordinato dopo la riunione dell'esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu: un vertice che si è protrattto per diverse ore dopo che in una precedente riunione, convocata 24 ore prima, non aveva raggiunto l'intesa.

Gli scontri dei giorni scorsi erano stati allarmanti e avevano causato vittime. I palestinesi contestavano la linea dura di Israele attorno al terzo luogo sacro dell'Islam. Oltre ai controlli, era stato precluso anche l'accesso alle persone con meno di cinquant'anni d'età. 

Ora le restrizioni sono state rimosse, ma resteranno le telecamere di sorveglianza: un aspetto che, in una dichiarazione rilasciata ad al-Jazeera, è stato contestato da Sheikh Najeh Bakirat, direttore della moschea al-Aqsa, la più grande di Gerusalemme.

La tensione altissima era sfociata in gesti di violenza, con cinque palestinesi uccisi tra venerdì e sabato e gesti di reazione in tutta la regione, che hanno portato all'accoltellamento di tre coloni israeliani nei pressi di Ramallah. 

Anche il Papa, a margine dell'Angelus di domenica, era intervenuto sulla vicenda invocando "moderazione e dialogo" fra le parti.

lunedì 24 luglio 2017

Afghanistan, sopravvivono nei sotterranei di Kabul donne, neonati e anziani. Solo l'oppio a "consolarli".

La Stampa
Tra i cunicoli della capitale afghana dove si rifugiano i disperati. Boom della droga dopo il ritiro della Nato: dal 2014 raccolti record.


Kabul: Il muezzin chiama alla preghiera ma qui sotto nessuno l’ascolta. Dalla piatta lingua d’asfalto che attraversa il cuore di Kabul sbucano come file di formiche, sguardi assenti su gambe incerte. La discesa è veloce, la salita ripidissima. 

Qui abita l’esercito dei drogati d’oppio. Centinaia di visi scavati su mandibole sdentate, scheletri di abiti un tempo beige vanno e vengono dal ventre della città. Un flusso incessante che rallenta solo quando sul marciapiede c’è un corpo sdraiato, lo si nota appena sotto il tondo del pakol (berretto afghano) per via dell’erba alta. Scavalcare i cadaveri rallenta il via vai, ma nessuno si lamenta. Dai bordi della strada, nei punti in cui le corsie si allargano, basta buttare l’occhio verso il basso per scoprire che c’è una Kabul parallela. Gli uomini accovacciati preparano la dose per loro stessi e per i bambini incollati addosso. Allungano le mani, si spingono come a contendersi una merenda troppo ghiotta.
Dei due milioni di afghani sotto la soglia di povertà, 1,3 sono bambini. In un Paese in cui la produzione di oppio raggiunge l’80% del totale mondiale, non può stupire se 1,6 milioni di abitanti ne è dipendente. In questa miseria umana non mancano le donne

Una di loro stringe un neonato, fuma oppio, contrae i muscoli del viso e poi espira svuotando i polmoni sulle labbra del piccolo che risponde con un misto di tosse e lacrime. 

Poi d’improvviso s’addormenta di un sonno profondo. L’oppio allenta i morsi allo stomaco trasmettendo per qualche minuto un fittizio senso di sazietà. Gruppetti di fortunati si fanno la loro dose sdraiati, sotto l’asse di un wc che regala un’ombra.
L’aria pesa di discarica. Residui di frutta sono piatto prelibato per i topi. Si fatica a trattenere la nausea, anche a distanza, in questo luglio in cui il caldo amplifica odori e rumori. Un anziano ripiegato sulla sua barba si accarezza le ginocchia e poi fa perno con le mani, per alzarsi. Incurva la schiena per trovare la stabilità, si aggiusta il kurta e affronta la salita, masticando palline d’oppio. Non fa caso agli sguardi estranei. Non vede. O non gli importa. C’è invece chi non gradisce la curiosità occidentale. Un giovane urla, gesticola e le sue scarpe lucide si avvicinano a passo svelto. «È uno spacciatore. È meglio andarcene» sentenzia Asif, aprendo velocemente lo sportello dell’auto. Lo sguardo patinato di Massud, il «leone dei Panjshir» assiste da un cartellone pubblicitario allo sciame di mendicanti che avvolge l’auto. Non sono più solo i bambini con occhi grandi a bussare contro i vetri. Dieci anni fa erano loro i soli protagonisti di questa infinita questua.

Oggi gli angoli delle strade sono colorati di burqa azzurri: donne, senza uomini. Ci sono soprattutto loro a chiedere qualcosa, qualsiasi cosa, con il viso e il corpo nascosti e una mano sempre tesa in avanti. «C’è molta più fame di qualche anno fa. La situazione sta precipitando e le famiglie non sanno più come sopravvivere - spiega Asif, 40 anni, impiegato con tre figli - Sono fortunato ma so guardarmi attorno. E quello che vedo non mi fa dormire». Dopo il ritiro delle truppe Nato nel 2014 la situazione è precipitata. Mentre il resto del Paese, soprattutto la provincia di Helmand, ha «festeggiato» la notizia con un raccolto di oppio da record (18 chili per ettaro, proprio nel 2014), nella capitale le ricadute sono state disastrose.

«L’indotto che lavorava con i militari - spiega Quhar, commerciante nato e cresciuto a Kabul - si è ritrovato a fare i conti con la mancanza dell’unica fonte di reddito. E il futuro si presenta peggiore del presente. L’Isis sta già straziando la regione di Kunar e quelle al confine con il Pakistan, ci metterà ko». Le prime vittime hanno già pagato. Faridon ha 36 anni, due figli e una casa accogliente in una via centrale. «Un mese fa, prima di quel 31 maggio, ero un altro uomo - guarda verso quella gamba che non c’è più - Erano le 8. Ero in macchina davanti all’ambasciata americana e pensavo a mio figlio, il maggiore. Studia inglese e la mattina recita una poesia. Mi rende allegro anche se non capisco il significato» sorride scuotendo la testa, poi si rifà serio. «D’un tratto ho sentito un gridare “Allahu Akbar”. Poi il botto». Nel bilancio di 90 morti e 300 feriti dell’attentato rivendicato dall’Isis, Faridon si sente «vivo a metà. Un po’ sono morto anch’io». I figli gli arricciano i capelli e poi continuano a giocare con le stampelle mimando gli spadaccini. Quelle gambe di legno chiaro non sono oggetti misteriosi. Le vedono spesso sotto le esili ascelle dei coetanei. Nel 2016 sono saltati su una mina 1636 afghani, quasi la metà bambini.

Fuori la città inghiotte i pensieri in una nuvola di smog. Un carretto taglia la strada, carico di meloni ed energy drink. Un posto di blocco, l’ennesimo. Esercizio «obbligato» con cui polizia ed esercito afghani mostrano i muscoli e un presunto controllo del territorio. Poi dritti verso la guest house. «È quasi buio. Kabul di notte non è sicura». «La notte» ripete a se stesso, con tono poco convinto.

Laura Secci

Guerre dimenticate Yemen: Onu, 5.000 civili uccisi nel conflitto ma potrebbero essere 11.000

Agenzia Nova
Ginevra - Almeno 5.000 civili sono morti in Yemen dall'inizio del conflitto militare nel marzo 2015, ma alcune stime indicano che il numero delle vittime potrebbe essere superiore a 11 mila persone uccise. 


Lo ha detto l'Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr), Rupert Colville. "Dal mese di marzo 2015, Ohchr ha documentato 13.609 vittime civili, tra cui 5.021 morti e 8.588 feriti.

Questi numeri si basano sulle vittime verificate singolarmente dall'ufficio delle Nazioni Unite per i diritti umani in Yemen. Il numero complessivo è probabilmente molto più alto, con alcune stime che suggeriscono un dato complessivo di 11.000 civili uccisi dall'inizio del conflitto", ha dichiarato Colville in un comunicato stampa. L’alto funzionario Onu ha inoltre chiesto un'inchiesta “completa ed imparziale” sul raid aereo della Coalizione araba a guida saudita contro un villaggio nella provincia sud-occidentale di Taiz del 18 luglio scorso, costato la vita ad almeno 18 civili.

La guerra in Yemen si sta sempre di più delineando come uno dei nodi fondamentali per il futuro della regione mediorientale. L’alleanza militare a guida saudita ha iniziato il suo intervento in Yemen nella primavera del 2015 a sostegno del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, la cui legittimità è riconosciuta dalla comunità internazionale, contro gli insorti zaiditi dell'imam Abdel Malik al Houthi, sostenuto dall’Iran.
La guerra iniziata nel 2015 ha devastato lo Yemen, il paese più povero del mondo arabo. Secondo le Nazioni Unite circa 19 milioni di persone, l’80 per cento della popolazione, necessita di aiuti umanitari, mentre gli sfollati ammontano a circa 3 milioni. Nel paese è inoltre in atto la peggiore epidemia di colera al mondo che sta colpendo migliaia di persone.

La guerra in Yemen si sta sempre di più delineando come uno dei nodi fondamentali per il futuro della regione mediorientale. L’alleanza militare a guida saudita ha iniziato il suo intervento in Yemen nella primavera del 2015 a sostegno del presidente Abd Rabbo Mansur Hadi, la cui legittimità è riconosciuta dalla comunità internazionale, contro gli insorti zaiditi dell'imam Abdel Malik al Houthi, sostenuto dall’Iran.

Texas, strage di immigrati: 9 morti in un camion, 2 bambini

TGCOM24
Nel container la polizia ha trovato anche altre 30 persone, 20 delle quali in gravi condizioni. Lʼautista è stato arrestato

I corpi senza vita di 9 immigrati clandestini, tra i quali anche due bambini, sono stati trovati nel rimorchio di un camion parcheggiato in un'area di servizio a San Antonio, Texas. Nel container la polizia ha trovato anche altre 30 persone, 20 delle quali sono ora ricoverate in gravi condizioni. L'autista del Tir è stato arrestato.
La polizia indaga per traffico di esseri umani. Sia i morti sia i feriti sono di età compresa tra 20 e 30 anni, ha spiegato il capo della polizia locale, William McManus, precisando che nel mezzo si trovavano circa una quarantina di persone.

Le forze dell'ordine sono intervenute dopo aver ricevuto una telefonata da un dipendente del negozio, al quale una persona che stava entrando nel mezzo aveva chiesto dell'acqua. 

Il capo dei pompieri, Charles Hood, ha affermato anche che l'aria condizionata del veicolo non funzionava e che nel mezzo non c'era acqua. "I sopravvissuti erano molto accaldati", ha spiegato senza specificare per quanto tempo le persone siano rimaste chiuse nel veicolo parcheggiato.

domenica 23 luglio 2017

APPELLO: Si cercano i genitori di Cisse, il bimbo migrante sbarcato solo in Calabria.

Blog Diritti umani - Human Rights

Il piccolo Cisse Namory Cheik di 5 anni della Costa d'Avorio arrivato dal solo in Italia e sbarcato in Calabria, cerca il padre in Francia. La mamma che aveva finito i soldi per pagarsi la traversata, è rimasta in carcere il Libia ed è riuscita ad affidare il piccolo ad un compagno di viaggio che lo ha protetto fino alla sbarco in Italia.
Adesso occorre trovare il padre!
Faccio appello a tutti i lettori ad aggiungersi agli sforzi di privati e ONG per rintracciare il padre in Francia.
Grazie!


TGCOM24
Il padre dovrebbe trovarsi in Francia, la madre è prigioniera in Libia. Il piccolo è ospitato per ora da una famiglia del Cosentino



Foto di repertorio non è il bambino in causa

Prosegue in Francia e in Libia la ricerca dei genitori di Cisse Namory Cheik, un bambino ivoriano di 5 anni che ha attraversato da solo il Mediterraneo a bordo di un barcone. Il piccolo è approdato sabato 15 luglio a Corigliano Calabro, in provincia di Cosenza, insieme ad altri 900 migranti, ed è ospitato per il momento dalla famiglia di un ispettore di polizia di Rossano.

La prigionia in Libia – Cisse era partito dalla Costa d’Avorio insieme alla madre. Insieme avevano viaggiato per migliaia di chilometri, avevano attraversato il deserto del Sahara ed erano giunti in Libia. Dovevano partire insieme verso l’Europa, ma la donna non aveva abbastanza denaro per pagare la traversata di entrambi. “È stata allora rinchiusa in un lager insieme al bambino”, racconta Franco Corbelli, delegato regionale per la tutela dei diritti umani e fondatore del movimento “Diritti civili”.

La fuga dal lager Dopo alcuni giorni di prigionia, la madre ha organizzato la fuga del piccolo. Ha chiesto a un suo compagno di viaggio di prendersi cura del bambino e di portarlo sulla nave come se fosse suo figlio. L’uomo ha accettato, e nel corso della traversata ha protetto il piccolo dagli scafisti. Cisse è così giunto in Italia a bordo della Rhein, una nave tedesca. “Ancora adesso, la madre non può sapere che il piccolo ce l’ha fatta”, dice ancora Corbelli.

Il padre in Francia La madre voleva far ricongiungere Cisse con suo padre, che si trova per ora in Francia. Una Ong sta cercando di rintracciarlo, anche grazie a un biglietto con un elenco di numeri di telefono che il bimbo aveva con sé al momento dello sbarco: la speranza dei ricercatori è che ci sia anche quello del padre. La stessa organizzazione si sta occupando anche di identificare il campo in cui è tenuta prigioniera la madre. “Se il papà di Cisse venisse trovato, saremmo pronti a incaricarci di farlo subito arrivare in Calabria”, assicura il rappresentante della Regione.

La famiglia ospitanteIn attesa di rintracciare i genitori, il bambino resterà con la famiglia calabrese che lo ha accolto e lo sta curando. Qualche giorno fa, il piccolo è stato anche in gita al mare. Malgrado gli sforzi, però, Cisse continua a stare male e a non dormire a causa del trauma subito.

Il ruolo della Chiesa e della stampa – Per Cisse si è mobilitata anche la Chiesa. Il 20 luglio, Radio InBlu, l’agenzia radiofonica della Conferenza Episcopale Italiana, ha ospitato Corbelli per sensibilizzare il pubblico sulla vicenda. Le autorità regionali e la Ong che si occupa del caso hanno richiesto inoltre l’aiuto della stampa, e in particolare di quella francese. 
Per accelerare le ricerche e portare la storia all’attenzione generale, si sono dette disponibili a fornire anche una foto del piccolo, scattata pochi giorni fa sulla spiaggia di Rossano.

Ferrara: uomo in crisi, pugni ad una macchina del caffè, arrestato non ricoverato. Si è impiccato in cella.

Il Dubbio
Stava male, perché è finito in cella invece che all'ospedale?. Pugni alla macchina del caffè Arrestato: si suicida in cella. Un ragazzo di trent'anni, Roman Horoberts, di origine ucraina, si è ucciso in cella qualche giorno fa, poche ore dopo essere stato arrestato.
Perché era finito in cella? Per una crisi nervosa che aveva avuto davanti a una macchina che distribuisce il caffè, nell'atrio di una palestra di Ferrara. Aveva colpito la macchina a pugni, furioso perché gli si era rovesciato addosso un bicchierino di caffè. Qualcuno ha chiamato la polizia e lo hanno arrestato. 

Il questore dice che si erano accorti che era molto agitato. e allora, perché in cella e non all'ospedale? Si è impiccato alle sbarre verso le 6 della mattina. È il ventisettesimo suicidio quest'anno. Uno ogni settimana. Una macelleria.

Se fosse stato portato in ospedale, forse non si sarebbe tolto la vita. Giallo sul suicidio del 30enne ucraino che si è impiccato il 17 luglio scorso nel carcere di Ferrara. Spunta la testimonianza indiretta pubblicata su Facebook, della presidente di Circomassimo e Arcigay Ferrara, Manuela Macario. È operatrice e socia di una cooperativa specializzata in progetti di formazione e inserimento al lavoro dedicati a persone in condizione di svantaggio sociale, con problemi di salute mentale o di tossicodipendenza.

Conosce, quindi, molto bene il disagio psichico e sa come ci si debba comportare. Macario, 45 anni, fa una denuncia forte: "Alcuni presenti (in palestra al momento dell'intervento della polizia, ndr) raccontano di aver visto picchiare il ragazzo e fare anche il segno della vittoria portandolo via. Ancora una volta nessuno è disposto a testimoniare". Secondo la polizia che era intervenuta, il ragazzo sarebbe andato in escandescenze picchiando la macchinetta del caffè situata nella palestra. L'hanno, infatti, tratto in arresto con l'accusa di resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale e minacce aggravate.
[...]
Secondo la dinamica riferita dagli operatori penitenziari, il trentenne è entrato in carcere domenica pomeriggio ed è rimasto agitato tutta la notte, tanto che il compagno di cella era riuscito ad addormentarsi solo attorno alle 6, per essere poi svegliato un'ora dopo dall'urlo dell'agente penitenziario che ha ritrovato il ragazzo impiccato.
Qualche ora dopo avrebbe dovuto svolgersi l'udienza per direttissima e probabilmente il giovane sarebbe stato liberato. Nel frattempo, ieri, è stata effettuata l'autopsia che ha confermato la dinamica. Oltre a presentare una lesione nel cranio riconducibile però a giorni prima, vengono riscontrate leggere escoriazioni sul dorso delle mani: sono lievi ferite compatibili con i pugni che il ragazzo diede contro la macchinetta del caffè. Il corpo non presenta altri segni particolari. Per quanto riguarda invece la causa della morte non ci sono dubbi sulla causa: soffocamento.

Damiano Aliprandi

sabato 22 luglio 2017

Tunisia - Nelle carceri libiche decine di bambini figli di foreign fighters che nessuno vuole

Lettera43
Nelle carceri libiche sono detenuti decine di bambini. Il governo non vuole trattare per liberarli e la popolazione protesta contro il ritorno dei genitori. Così crescono gli estremisti del futuro.

Nelle carceri libiche sono detenuti decine di bambini. Il governo non vuole trattare per liberarli e la popolazione protesta contro il ritorno dei genitori. Così crescono gli estremisti del futuro. Il nonno di Tamim Jendoubi vive a Tadamon, uno dei sobborghi più poveri di Tunisi. Nel salotto di casa, spoglio e bersagliato dall'afa, custodisce alcune foto del nipotino. 

In quegli scatti è appena un neonato, ma oggi Tamim ha già tre anni e quello che ormai è il suo parente più prossimo teme di non riconoscerlo più. Tamim è lontano, solo e prigioniero, orfano di entrambi i genitori da quando ne ha uno e mezzo. È nato ad Antalya, nel Sud della Turchia, mentre suo padre, tunisino di origine, combatteva in Siria sotto le insegne dello Stato Islamico. Quando questo soldato del Califfato si è spostato in Libia, madre e figlio lo hanno seguito per un breve periodo prima di rientrare a casa.

Ed è lì che hanno scoperto che per loro tirava una brutta aria: la polizia tunisina, infatti, perquisiva quasi quotidianamente e in maniera brutale la loro abitazione, costringendoli alla fine a riparare di nuovo al di là del confine libico. Dove nel febbraio 2016 Tamim Jendoubi ha visto mamma e papà cadere sotto le bombe di un attacco americano al campo di addestramento dell'Isis di Sabrata. Da allora, se possibile, la sua situazione è anche peggiorata: da più di un anno Tamim si trova nel carcere di Mitiga, a poca distanza dall'aeroporto di Tripoli, e suo nonno ha passato la frontiera con la Libia due volte per provare a riportarlo a casa. Senza successo.

A raccontarmi la storia di Tamim, e dei molti altri bimbi che si trovano nella stessa situazione, è Mohammed Iqbal: 40 anni, dipendente di una compagnia telefonica locale, dal 2013 lotta per riportare a casa i figli dei foreign fighter tunisini rinchiusi nelle carceri libiche. La sua è stata una vita ordinaria sino a quando, quattro anni fa, la sua esistenza venne stravolta dalla partenza di suo fratello per la Siria. 

Per reagire Mohammed ha fondato la Rescue Association for Tunisian Trapped Abroad, diventando l'interlocutore tra le famiglie dei foreign fighter e il governo del suo Paese. Un problema su cui nessuno vigila e che nessuno pare intenzionato a risolvere, ma capace di mettere in mostra numeri impressionanti.

La Tunisia, infatti, è lo Stato che ha fornito in assoluto più combattenti ai jihadisti in Libia, Siria e Iraq: secondo il governo sarebbero 2.926 ma per le Nazioni Unite potrebbero essere almeno il doppio. E i figli di jihadisti reclusi nelle carceri libiche, quasi sempre in compagnia delle madri - quello di Tamim, orfano di entrambi i genitori, è un caso limite - sono moltissimi. "Negli ultimi nove mesi sono arrivate decine di nuove segnalazioni", mi racconta Iqbal in un caldo e lento pomeriggio di Ramadan sull'Avenue Bourguiba di Tunisi, il viale della rivoluzione che nel 2011 destituì il presidente Ben Ali dopo 24 anni di dittatura. "Nel carcere di Mitiga ora si contano 22 minori mentre 17 sono reclusi a Misurata". 

Secondo quanto riportato lo scorso aprile da Ibtissem Jebabli, parlamentare del partito Nidaa Tounes, nella terza città libica, i minorenni reclusi hanno un'età compresa tra i 13 e i 15 anni mentre altri sette, dei quali non si conosce l'età, si trovano fuori dalla struttura penitenziaria sotto la protezione della Mezzaluna Rossa.ù

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Nave ‘nera’ della destra estrema europea contro Ong a caccia di migranti per riportarli in Libia

Remocontro
Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla dell’estrema destra europea. Addestrati sulle Alpi francesi, hanno una nave arrivata da Gibuti, e navigheranno nel mare di fronte alla Libia, pronti a riportare in Libia i rifugiati raccolti a sud della Sicilia, con lo slogan “Defend Europe”. Con mercenari dall’Ucraina -scopriamo- ai mari caldi e sempre a difendere una certa Europa.

La nave "nera" C-Star che batte bandiera mongola
Guerra di corsa contro la flottiglia delle Ong, corsari anti migranti che, dicono di volerli salvare, ma solo per consegnarli alla guardia costiera libica. Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla della estrema destra europea nata in Francia nel 2012 con filiali in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. Il nome scelto per la campagna in mare è “Defend Europe”. 

Già lo scorso maggio, con un’imbarcazione messa di traverso nel porto di Catania, l’organizzazione era riuscita a ritardare l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterranée. 

Per l’impresa attuale si sono addestrati sulle Alpi francesi. Hanno alle spalle una rete internazionale occulta e si riuniscono segretamente comunicando il luogo solo all’ultimo minuto e sono in grado di gestire raccolte di fondi cambiando conto e banca in poche ore.

La nave dei Corsari Neri
Ora hanno finalmente la loro nave da ‘corsa’, nel senso di pirateria e/o, antipirateria. Un vecchio cargo preso a nolo da una società inglese di mercenari del mare, una delle tante ‘carrette del mare’, questa arrivata da Gibuti. 

Per loro, corsari neri ideologici, un programma preciso: bloccare ogni forma di migrazione, respingere chi chiede asilo verso i paesi di provenienza, annullare tutti i visti ottenuti per ricongiungimento familiare. Programmi da destra dura e pura.
C’è anche un referente Italia, scrive Libero simpatizzando: Lorenzo Fiato, milanese di 23 anni, studente di Scienze politiche. «Bloccheremo le barche dei clandestini impedendogli di toccare le coste italiane fin quando la guardia costiera libica non verrà a prenderseli per riportarli indietro». Ronde mediterranee.

Zambia. Il leader opposizione Hichilema detenuto in condizioni "disumane"

Nova
A cento giorni dal suo arresto con l'accusa di tradimento, il leader dell'opposizione in Zambia, Hakainde Hichilema, ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook nel quale denuncia le condizioni "disumane" in cui versano i detenuti. 


Hakainde Hichilema
"A prescindere dai reati commessi, i detenuti devono essere trattati in maniera umana e in conformità con le convenzioni locali e internazionali per quanto riguarda il trattamento delle persone e il rispetto dei diritti umani. La situazione è ancora peggiore per coloro che stanno ancora cercando di capire quale crimine abbiano commesso ma che sono già stati puniti vivendo in queste condizioni inumane", ha scritto Hichilema.

Il leader dell'opposizione zambiana è stato arrestato nel mese di aprile dopo che il convoglio a bordo del quale viaggiava si era rifiutato di farsi da parte per lasciar passare quello con a bordo il presidente Edgar Lungu. 

Lo scorso 15 maggio Hichilema è stato prosciolto dal tribunale di Lusaka dall'accusa di ingiuria, ma deve ancora difendersi dall'incriminazione per tradimento. In precedenza è stata fatta cadere anche l'accusa di disobbedienza agli ordini delle autorità. 

Hichilema, alla guida del Partito unito per lo sviluppo del popolo (Upnd), era stato sconfitto dal presidente Lungu in una contestata elezione presidenziale che secondo l'opposizione sarebbe stata macchiata da brogli.