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sabato 24 giugno 2017

Cecenia. Un giornalista ha potuto visitare i campi di detenzione per gay

blogspot.it
In collaborazione con il canale americano Hbo, la rivista Vice ha pubblicato un reportage di nove minuti che mostra il primo reporter occidentale a cui è stato consentito di entrare nelle strutture cecene di Argun, ossia in quella ex-base militare cecena in cui sarebbero stati allestiti dei campi di detenzione illegale per gay.
Lo scorso aprile il quotidiano russo "Novaya Gazeta" riportò la notizia di oltre 100 uomini arrestati dalle autorità cecene per la loro presunta omosessualità, detenuti e torturati in prigioni non ufficiali. Alcuni di loro sono morti a causa delle violenze subite. 

A pochi giorni di distanza dalle prime notizie, il quotidiano aveva pubblicato anche le prime testimonianze e aveva indicato un ex edificio militare di Argun come una delle sedi adibite a campi di prigionia per gay, drogati e dissidenti politici. 

Al reporter Hind Hassan è stato permesso di visitare quei locali, anche se la visita è potuta avvenire solo sotto la supervisione delle autorità locali.
Ayub Kataew, il capo locale della polizia nazionale, ha negato che i fatti siano mai avvenuti e dinnanzi alle telecamere ha messo in piedi un imbarazzante teatrino in cui chiedeva ai suoi uomini se avessero mai torturato o detenuto illegalmente qualcuno. Ovviamente la risposta di tutti è stata "no".

Di contro, il reporter di Vice ha incontrato anche una delle vittime dell'ondata di persecuzione, il quale ha confermato che Kataew si sarebbe recato in quel campo proprio cercare di prevenire la possibilità che qualcuno indagasse su dodici persone rimaste uccise nel corso delle torture.
Indicativo è anche come alcune delle autorità intervistate dal reporter si siano affrettati non tanto a negare le violenze, quanto a sostenere che in Cecenia non esistono omosessuali. 

"Sono convinto che il rispetto delle tradizioni fa sì che in Cecenia non ci siano abbiamo queste persone", ha raccontato uno di loro.
In altri passaggi le autorità cecene si lanciano in frasi altamente omofoniche come il sostenere che non avrebbero mai potuto imprigionare dei gay perché gli ufficiali avrebbero avuto schifo anche solo a toccare "quel tipo di persone".

Fine del Ramadan - Presidenti di Tunisia ed Egitto: grazia a 700 detenuti

Nova
Tunisia. Il presidente Essebsi concede grazia a 196 detenuti in occasione dell'Eid al Fitr 

Il presidente della Repubblica tunisina, Bejiu Caid Essebsi, ha concesso la grazia a 196 detenuti in occasione della festa prevista per la fine del mese sacro del digiuno, il Ramadan. 

Le 196 persone a cui è stata concessa la grazia erano state in precedenza incarcerate per reati legati al traffico o al consumo di stupefacenti oppure erano detenuti portatori di handicap. 

La Eid al Fitr (in arabo festa della fine del digiuno) viene celebrata alla fine del mese lunare di digiuno del Ramadan, periodo in cui i musulmani digiunano dal sorgere al tramonto del sole. Lo scorso 13 gennaio Essebsi aveva concesso la grazia a 3.706 detenuti alla vigilia del sesto anniversario della rivoluzione dei gelsomini. Nei mesi scorsi la questione dell'affollamento delle carceri e del rimpatrio dei terroristi tunisini è stata al centro di un dibattito nel paese rivierasco. Il rimpatrio dei terroristi tunisini che hanno combattuto all'estero, concesso ai sensi della Costituzione del 2014, rappresenta un problema anche per le carceri del paese nordafricano sia per il sovraffollamento che per la possibilità radicalizzazione di detenuti per reati minori.

Ansa
Egitto. Il presidente al Sisi concede la grazia a 502 detenuti

Molti sono accusati di aver preso parte a cortei non autorizzati. Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sissi ha concesso la grazia a 502 detenuti, per la maggior parte accusati di avere organizzato manifestazioni non autorizzate. 

Lo ha reso noto un comunicato della presidenza. La decisione è stata presa in occasione della festa di Al Fitr e della rivoluzione del 30 giugno, quando venne defenestrato il presidente Mohamed Morsi, espressione della Confraternita. Tra i graziati figurano 25 donne e 175 uomini sotto i 30 anni di età, ma anche otto professori universitari, tre avvocati e cinque ingegneri, precisa il sito del quotidiano filogovernativo al Ahram. Lo scorso gennaio era stati graziati 147 detenuti grazie ad un decreto repubblicano e in occasione delle feste della rivoluzione del 25 gennaio e della polizia.

Africa, nel Sahel a causa della siccità si prepara la più grande migrazione della storia

La Stampa
I ricchi inquinano, i poveri pagano. Tassi di fertilità troppo alti. Demografi: mancano i contraccettivi

Africa e riscaldamento globale, emblema delle disuguaglianze della nostra epoca: sono i paesi ricchi a produrre gran parte dei gas serra, è l’Africa - soprattutto quella sub-sahariana, e il poverissimo Sahel - a subirne le conseguenze più gravi. 

Il continente ha una responsabilità minima (tra il 2 e il 4% delle emissioni annuali di gas serra); ma la sua temperatura, secondo quanto emerge da alcune ricerche delle Nazioni Unite, aumenterà una volta e mezzo più rapidamente della media globale, provocando condizioni meteorologiche sempre più estreme, con effetti potenzialmente devastanti. 

Prolungate siccità rischiano di esporre ad una penuria d’acqua fino a 250 milioni di africani entro il 2020. E nel 2040, secondo la Banca Mondiale, potrebbe deteriorarsi e divenire inservibile tra il 40 e l’80% della superficie dell’Africa sub-sahariana destinata alla coltivazione di cereali come grano e mais.

Già oggi, piogge scarse e irregolari sono una minaccia costante per il Corno d’Africa e altre parti dell’Africa orientale. La carestia somala del 2011, in cui morirono 250.000 persone, e l’attuale crisi alimentare del Corno sono da attribuire a un prolungato periodo di siccità che ha portato raccolti fallimentari, oltre a decimare il bestiame. Nell’emergenza in corso, le ultime stime dicono che, tra Somalia, Kenya ed Etiopia, 14,4 milioni di persone soffrono di “acuta insicurezza alimentare” e hanno bisogno di assistenza umanitaria immediata. Mentre quasi tre milioni di somali sono già a un passo dalla carestia.

Particolarmente vulnerabile appare Il Sahel, quella striscia di terra semi-arida appena sotto il deserto del Sahara. Il cambiamento climatico agisce poi su un quadro politico ed economico già molto precario. 

Vastissima - si estende dalla Mauritania all’Eritrea - e in forte crescita demografica, la regione conta oggi 135 milioni di abitanti, ma potrebbe averne 330 milioni nel 2050 e quasi 670 milioni nel 2100. 

Ogni anno, centinaia di migliaia di migranti attraversano queste aree instabili e impoverite per raggiungere il Nord Africa, e poi, eventualmente, l’Europa. Il dibattito sul tema resta aperto, tuttavia, gran parte degli studi sembrano concludere che l’aumento della temperatura - più 3-5 gradi, entro il 2050; e forse 8 gradi alla fine del secolo - renderà molte aree del Sahel ancora più inospitali, intensificando la frequenza delle migrazioni. Secondo un documento dell’ African Institute for Development Policy, l’aumento delle temperature potrebbe causare un calo della produzione agricola che va dal 13% del Burkina Faso al 50% del Sudan. Altre ricerche, più pessimiste, ipotizzano autentiche apocalissi. Il Washington Post pochi giorni fa ne ha citata una secondo cui il Sahel, a causa di una reazione a catena innescata dallo scioglimento dei ghiacci artici, rischia di inaridirsi completamente, costringendo ad emigrare centinaia di milioni di persone entro la fine del secolo. Probabilmente la più gigantesca migrazione nella storia dell’umanità.
Aldilà di previsioni che ci si augura eccessivamente funeste, è chiaro che l’emergenza Sahel è aggravata da una crescita della popolazione che appare oggi fuori controllo. Anche le Nazioni Unite, di solito inclini ad un evasivo linguaggio diplomatico, hanno detto che sfamare il Sahel sta diventando una “missione impossibile”. Chi si occupa di demografia è dello stesso parere, ma suggerisce di alleggerire la pressione limitando le nascite. Tassi di natalità troppo alti sono considerati un ostacolo allo sviluppo economico e sociale. Alcuni paesi sembrano aver recepito il messaggio. Per esempio il Niger, dove le donne partoriscono una media di 7,6 figli a testa, si è posto l’obiettivo di raddoppiare l’uso di contraccettivi. Segnali incoraggianti in una regione in cui la pianificazione familiare continua però ad essere colpevolmente trascurata. 

Eppure invertire questa tendenza è possibile. Tutte le “tigri asiatiche” hanno registrato cali repentini dei loro tassi di natalità fin dagli anni sessanta. Quando alle donne vengono date opzioni realistiche di pianificazione familiare, il numero di figli si riduce, anche piuttosto rapidamente. In Bangladesh, paese islamico conservatore, oggi le donne hanno una media di 2,2 gravidanze a testa. L’Islam quindi non è un ostacolo. Quello che manca in Sahel è la volontà politica di affrontare il problema. I governi locali sono colpevoli. Ma una parte di responsabilità ricade anche sulla comunità internazionale. Le Nazioni Unite, per esempio, in un recente documento per lo sviluppo del Sahel, hanno ricordato l’urgenza della crisi e la necessità di aiuti immediati. Senza però far mai menzione, in 45 pagine, né di anticoncezionali né di pianificazione familiare.

Tommaso Carboni

venerdì 23 giugno 2017

Migranti, OIM bilancio catastrofico: 2.100 morti nel Mediterraneo nel 2017

AnsaMed
Oltre 2.100 uomini, donne e bambini sono morti quest'anno nel Mediterraneo mentre tentavano di giungere in Europa via mare: secondo gli ultimi dati resi noti oggi a Ginevra dall'Organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim) dall'inizio del 2017 al 21 giugno scorso un totale di 2.108 migranti e rifugiati hanno perso la vita nel Mediterraneo. 


Di questi, 2.011 sono deceduti sulla rotta del Mediterraneo centrale tra il Nord Africa e l'Italia, si legge in una nota dell'Oim. Sono in totale 15mila i morti dall'inizio dell'emergenza, nel 2013.

Il dato globale sui decessi nel Mediterraneo è inferiore al numero registrato durante lo stesso periodo dell'anno scorso (2.911), ma si tratta 'comunque del quarto anno consecutivo durante il quale la soglia di migranti morti nel Mar Mediterraneo ha superato i 2.000', insiste l'Oim.

Il numero totale di decessi nel Mediterraneo dall'inizio dell'emergenza nei primi mesi del 2013 è ora a quasi 15.000.

Siria. Torna la poliomielite, vaccinarsi è un sogno impossibile

Corriere della Sera
L'Organizzazione Mondiale della Sanità segnala per l'ennesima volta il dramma dei bambini non vaccinati nella Siria in guerra. Molti sono già ammalati di poliomielite, tanti vorrebbero vaccinarsi ma non riescono. Alcuni di noi, nelle comode città protette, invece deridono il vaccino e addirittura fanno campagne per abolirlo.



Fa riflettere questo mondo curioso, dove chi ha tanto spreca e butta via con disprezzo ciò che invece chi non ha vorrebbe disperatamente. Siamo talmente viziati dai nostri privilegi che neppure sappiamo più apprezzarne il valore. Parliamo dei vaccini. 

L'Organizzazione Mondiale della Sanità segnala per l'ennesima volta il dramma dei bambini non vaccinati nella Siria in guerra. 

Almeno 17 nelle regioni orientali sono rimasti paralizzati dalla poliomielite. Altri 200 sono infettati dal virus, che continua a diffondersi. Motivo? Il caos del conflitto che infuria dal 2011: i bombardamenti criminali e sistematici di cliniche e ospedali (in cui si sono distinti il regime di Assad e i suoi alleati), l'assassinio programmato di medici, infermieri e farmacisti hanno impedito la somministrazione su larga scala del vaccino. 

Così, malattie che anche in Siria erano scomparse da decenni stanno tornando a colpire. Noi, nel comodo delle nostre città, dall'alto di privilegi che erroneamente diamo per scontati, neppure più sappiamo cosa sia la poliomielite.

L'incubo dei nostri avi sino a solo tre generazioni fa è svanito. Possiamo persino arrogarci il diritto di sfidarlo, di deriderlo, tanto da mettere a rischio i nostri figli. Invece, la poliomielite è un virus terribile, altamente contagioso, si diffonde per via orale-fecale, infiamma il midollo spinale, paralizza le gambe, arriva al cervello, trasforma l'esistenza in un inferno. 

E non è l'unico virus "di ritorno". Altre malattie, una volta considerate battute grazie alle campagne di prevenzione, sono massicciamente tornate nelle aree di guerra. Andate a chiederlo ai bambini siriani. Che non sono i soli. 

Da tempo lo stesso tipo di allarme viene lanciato dalle organizzazioni umanitarie operanti in Iraq, Afghanistan, nelle aree tribali pakistane, nel profondo dell'Africa. I talebani e le organizzazioni jihadiste in nome di un folle primitivismo anti-occidentale danno la caccia alle équipe mediche che cercano di vaccinare i minori nelle zone rurali. 

Per tanti il vaccino sta diventando un sogno impossibile. Lo cercano, si disperano per averlo. Alcuni di noi invece lo deridono e addirittura fanno campagne per abolirlo.

Lorenzo Cremonesi

Uccisi, feriti, mutilati e orfani: l'Unicef raccolta la tragedia dei bambini iracheni

Globalist
Sono stati uccisi 1.075 bambini, 1.130 sono stati mutilati e feriti, 255 solo quest'anno


Dal 2014, in Iraq sono stati uccisi 1.075 bambini, 152 nei primi sei mesi del 2017; 1.130 bambini sono stati mutilati e feriti, 255 quest'anno. Sono alcuni dei dati di uno studio dell'Unicef, "Nowhere to go" (Nessun luogo in cui andare), sulla condizione dei bambini iracheni a tre anni dell'intensificarsi delle violenze nel paese. 

L'organizzazione dell'Onu stima che sono oltre 5 milioni i bambini che hanno bisogno di assistenza umanitaria. Fra l'altro, nel corso di questi anni: 4.650 bambini sono stati separati dalle loro famiglie o rimasti soli; si sono verificati 138 attacchi su scuole e 58 attacchi su ospedali; oltre 3 milioni di bambini non frequentano regolarmente la scuola, mentre 1,2 milioni di bambini sono completamente esclusi dal sistema scolastico; un bambino su 4 proviene da un nucleo familiare povero.

"In Iraq i bambini continuano ad essere testimoni di orrori assoluti e violenze inimmaginabili - ha detto Peter Hawkins, rappresentante dell'Unicef in Iraq - Sono stati uccisi, feriti, rapiti e costretti a sparare e uccidere. 

A Mosul ovest, i bambini sono stati deliberatamente presi di mira e uccisi per punire le famiglie e dissuaderle dalla fuga dalle violenze. In meno di due mesi, soltanto in quella parte della citta', sono stati uccisi almeno 23 bambini e ne sono stati feriti 123". Solo negli ultimi tre anni, a causa del conflitto 3 milioni di persone sono sfollate, meta' delle quali bambini. 

L'Unicef, che continua a portare soccorso ai bambini iracheni e alle loro famiglie, chiede, fra l'altro, la fine immediata del conflitto; l'accesso di tutti i bambini all'assistenza umanitaria; la fine di tutte le gravi violazioni contro i bambini, inclusa l'uccisione, le mutilazioni e il reclutamento; la liberta' di movimento per tutte le famiglie; maggiori investimenti e contributi per i bisogni primari e per la risposta umanitaria.

giovedì 22 giugno 2017

Export d'armi. Appello al Parlamento: basta bombe italiane all'Arabia Saudita

Avvenire
Le associazioni: subito una mozione parlamentare, come quella Ue, per bloccare l'invio di armamenti per la guerra in Yemen e per finanziare la riconversione delle industrie belliche
Frammento di un ordigno RWM Italia: per l'ong Mwatana è stato usato a ottobre in Yemen in un raid che ha ucciso 6 persone, di cui 4 minori, condotto dalla Coalizione internazionale a guida saudita contro l'insurrezione locale degli Huthi
L'appello, presentato stamattina alla sala stampa della Camera dei deputati, è sottoscritto da Amnesty International Italia, Rete della pace, Fondazione finanza etica, Oxfam Italia, Movimento dei focolari e Controllarmi-rete italiana per il disarmo. 

Le associazioni chiedono a deputati e senatori di portare alle Camere una mozione conforme a quella già approvata dal Parlamento europeo il 25 febbraio 2016 - e confermata il 15 giugno - che invitava ad avviare «un'iniziativa finalizzata all'imposizione di un embargo da parte dell'Unione europea sulle armi nei confronti dell'Arabia Saudita», nazione alla guida dell'intervento militare di una coalizione contro lo Yemen, senza alcun mandato delle Nazioni Unite.

Il Rapporto finale del gruppo di esperti sullo Yemen, inviato il 27 gennaio al Consiglio di sicurezza dell'Onu, documenta l'uso di ordigni italiani nei bombardamenti sulle aree civili affermando che queste azioni «possono costituire crimini di guerra». 

Il cartello dei promotori ricorda che l'Italia vende bombe prodotte nello stabilimento della RWM Italia Spa di Domusnovas, vicino Cagliari. RWM Italia - azienda italiana con sede a Ghedi, Brescia, controllata dal gruppo tedesco Rheinmetall - secondo la relazione al Parlamento della legge 185 sulle esportazioni di armi, nel 2016 ha ottenuto 45 nuove autorizzazioni dal nostro ministero degli Esteri per un totale di 489,5 milioni di euro. Un vero e proprio boom, rispetto al 2015 quando aveva ottenuto autorizzazioni per 28 milioni, che ha portato la RWM al terzo posto per giro d'affari nel settore Difesa in Italia.

Vendere ordigni che hanno contribuito a uccidere 4.700 civili e ferirne 8 mila secondo i promotori è una triplice violazione di legge da parte del governo: dell'articolo 11 della Costituzione, della legge 185/90, del Trattato internazionale sul commercio delle Armi ratificato dall'Italia nel luglio del 2014. La procura di Brescia ha da tempo aperto un'inchiesta. 

Oltre allo stop dell'esportazione di armi, la mozione chiederà l'attivazione e il finanziamento del fondo per la riconversione dell'industria bellica, previsto nella stessa legge 185/90, per superare l'aut-aut tra conservazione degli 86 posti di lavoro della RWM in un territorio economicamente depresso in cambio della produzione di strumenti di morte.

Quando si trattò di convertire la fabbrica di Domusnovas da produzioni civili a produzioni militari, d'altronde, i soldi pubblici vennero trovati: nel 2001 infatti lo Stato finanziò con diversi miliardi di lire la riconversione della Sei (Sarda esplosivi industriali) che produceva esplosivi per cave e miniere, all'epoca controllata dalla francese Saepc. La fabbrica venne ampliata e convertita alla produzione militare di bombe da aereo, l'attuale RWM.

Luca Liverani

Kenya, una lattina per suonare. Viaggio tra i "bambini spazzatura"

La Stampa
Reportage fotografico tra i “bambini spazzatura” di Nairobi. Nel progetto di recupero i rifiuti diventano strumenti musicali


Bambini spazzatura: chokorà, che in swahili, la lingua ufficiale del Kenya, significa rifiuto. Sono chiamati così a Nairobi i giovani che vivono attorno all’enorme discarica di Dandora. Considerati al pari dell’immondizia, nell’organizzazione intorno a questa montagna di cinque chilometri quadrati loro sono gli ultimi. Inferiori anche agli animali. Passano le giornate a scavare in un inferno di rifiuti che ribolle, fermenta e marcisce, portando con loro un odore dilagante e inestinguibile. 


Tra vetri, materiali organici e lamiere rischiano di ferirsi e ammalarsi. Cedono all’abuso di droga e di alcol: colla da respirare e distillati casalinghi tossici. Lo fanno per meno di un euro al giorno. Il compito, condiviso con altri membri della famiglia, è quello di selezionare materiali che possono essere venduti. Molto spesso, la discarica dà loro anche da mangiare: cibo spazzatura a Nairobi non significa un hamburger a basso prezzo, ma frutta avariata, barattoli di yogurt marciti e scarti di produzione.

Non tutte le storie dei chokorà, però, finiscono male. Le fotografie di Valentina ne raccontano un’altra. «È una storia di recupero: i rifiuti diventano strumenti musicali». In venti giorni a Nairobi ha seguito l’ong Amref in uno dei percorsi organizzati nella baraccopoli di Dagoretti: i materiali di scarto vengono portati i laboratorio e trasformarti in tamburelli e percussioni. Si spezza così il circolo vizioso degli slum e il lavoro è curato da operatori che a loro volta sono stati aiutati da Amref.

«Più del 97% di loro proviene dalle zone dove l’organizzazione è presente», come spiega Fabio Bellumore della sede romana della organizzazione. È proprio Amref Italia, per festeggiare i 60 anni di attività dell’ong, che ha organizzato la mostra fotografica (dal 22 giugno alla Galleria Mario Giusti di Milano ). Quindici foto in bianco e nero, e una sorpresa: due strumenti creati dai ragazzi di Dagoretti saranno suonati dalla violinista Eleonora Montagnana. La musica è parte integrante del progetto, che si intitola proprio «Un barattolo che voleva suonare».

«Ricordo Pauline, mamma della baraccopoli», racconta Valentina. «Da quando i suoi bambini non sono più costretti ad andare in discarica, lei ha iniziato a cantare gospel, canta tutto il giorno». Lo stigma di rifiuti è andato via, l’odore è scomparso. Ora dai Chokorà arriva il suono di un mondo che riscrive il proprio futuro.

Nicolas Lozito, foto di Valentina Tamborra

Aumentano gli immigrati che dall’Italia se ne tornano a casa

WEST
Aumentano i giovani italiani e gli immigrati che lasciano il Belpaese. I primi, tra il 2008 e il 2015, hanno superato quota mezzo milione. Germania, Regno Unito e Francia sono in cima alle mete preferite dai nostri ragazzi per andare a studiare e lavorare all’estero. 

Ma non sono solo gli autoctoni a dire addio all’Italia. Nello stesso arco di tempo, infatti, quasi 300mila stranieri, soprattutto provenienti dall’Est, sono rientrati in madrepatria. Romania in primis. A fotografare e spiegare il perché di questo fenomeno è l’ultimo rapporto dell’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro

Secondo il quale molto è dovuto, come è facile immaginare, alla crisi del nostro mercato occupazionale. Ma non solo. 

Perché l’inversione di tendenza dei flussi migratori è da considerare, almeno in parte, fisiologica. Il ritorno in patria dopo anni di lavoro e risparmi messi da parte è lo step finale di quello che viene definito progetto migratorio.

mercoledì 21 giugno 2017

Eritrea. Più di 120 cristiani arrestati nell’ultimo mese nella “Corea del Nord africana”

Tempi
Fedeli prelevati a forza dalle case e anche da un ricevimento di matrimonio. Una retata su scala nazionale del governo ingrossa le prigioni già popolate da oltre tremila cristiani


Più di 120 cristiani sono stati arrestati in Eritrea nell’ultimo mese durante una retata su scala nazionale del governo contro le denominazioni religiose non ufficiali. L’ondata di detenzioni conferma il triste epiteto dato al paese (“Corea del Nord africana”), che è terzo nella speciale classifica degli Stati dove i cristiani sono più perseguitati.

Impossibile registrarsi. Nel 2002 lo Stato del Corno d’Africa, retto dal dittatore Isaias Afewerki da oltre 20 anni, ha riconosciuto ufficialmente quattro confessioni religiose: Chiesa ortodossa, Chiesa cattolica, Chiesa evangelica luterana e islam sunnita. I loro fedeli hanno una limitatissima libertà di culto, tutti gli altri neppure quella. Teoricamente, qualunque confessione può registrarsi per essere riconosciuta ma nei fatti le richieste vengono sempre respinte e usate per reprimere chi fa domanda. La persecuzione è tale che secondo un rapporto dell’Onu «il regime percepisce la religione come una minaccia alla sua stessa esistenza».

Arresti in tutto il paese. Come riportato da Christian Solidarity Worldwide (Csw), 54 cristiani, inclusi vecchi, donne disabili e intere famiglie, sono stati arrestati nella città di Adi Quala, nel sud del paese. I fedeli sarebbero stati portati nel campo di detenzione di Adi Aglis, mentre almeno 23 bambini sarebbero rimasti nella città senza genitori. Altri 15 cristiani sono stati arrestati a Gindae, nel nord.

Retata a un matrimonio. Nella capitale Asmara 17 cristiani sono stati portati via dalle loro case il 28 maggio. Una settimana prima, la polizia ha fatto irruzione durante il ricevimento di matrimonio di una coppia cristiana arrestando 45 invitati. Secondo il direttore esecutivo di Csw, Mervyn Thomas, «questi arresti evidenziano la rinnovata intensità del controllo sulle religioni da parte del governo e confermano che la libertà religiosa e di culto continuano ad essere negate in Eritrea».

Tremila in carcere. Secondo la testimonianza a Tempi di un sacerdote che ha visitato di recente l’Eritrea, e che non può rivelare il suo nome per ragioni di sicurezza, ancora oggi, nelle oltre 300 carceri, ufficiali e non, sparse per il paese languono più di 10 mila prigionieri politici e di coscienza in condizioni spaventose. I cristiani incarcerati per la loro fede sono «migliaia», il dato più credibile si aggira intorno alle tremila unità e si uò essere arrestati anche solo per il possesso di una Bibbia.

«La situazione è molto delicata», spiega: «I cattolici sono confinati dentro le mura delle chiese, dove possono praticare le loro attività. Fuori non possono fare nulla. Il proselitismo è vietato e anche per stampare libri religiosi ci vuole un’autorizzazione dello Stato. A malapena c’è la Bibbia, che comunque è molto costosa e difficile da reperire».

Leone Grotti

Campi rom a Roma, tutte le falsità del post del Movimento 5stelle

Il Fatto Quotidiano
Una sconfitta elettorale, unita alla canicola estiva, può rappresentare un mix in grado di deformare la realtà e di raccontare “altre verità”. E’ di ieri il post firmato Movimento 5 Stelle dal titolo “Tutta la verità sui campi Rom” che, unito alla lettera indirizzata dalla sindaca della Capitale al Prefetto per chiedere una moratoria sui migranti, segna la virata dei 5 Stelle romani verso l’elettorato fuoriuscito a destra. Breve il post sul blog ma incredibilmente infarcito di inesattezze e falsità che proviamo, una ad una, a smontare.

Il Movimento 5 Stelle a Roma ci ha messo la faccia e ne va fiero.
Il “Piano per l’inclusione dei rom” a Roma è stato presentato il 31 maggio scorso dalla sindaca Virginia Raggi in una conferenza stampa. Nel corso della stessa è stato diffuso un comunicato stampa di 3 pagine ma del Piano… nessuna traccia. Poca trasparenza e altrettanto poca fierezza da rivendicare.
Di fronte a una emergenza di questo tipo, prodotta da decenni di malgoverno di Roma, le strada è una: smantellare i campi e creare le condizioni affinché l’emergenza non si ripresenti fra qualche anno. Il M5S ha fatto entrambe le cose, senza chiedere un solo euro ai romani.
La Giunta Capitolina prevede, per il superamento dei “campi rom”, l’utilizzo di fondi europeiOgni romano versa ogni anno circa 80 euro all’Unione Europea. Distinguere i soldi versati al governo centrale o locale da quello versato all’Europa è una mistificazione, un parlare alla pancia dei cittadini, un rappresentare cittadini di serie A, sostenuti da fondi locali, e cittadini di serie B, a cui ci pensa l’Europa.
I fondi ottenuti grazie a un bando che abbiamo vinto, circa 3,8 milioni di euro, sono dell’Unione europea.
3,8 milioni di euro sono stati vinti dalla Giunta Marino con delibera n.350 del 28 ottobre 2015. Nessun merito, quindi, al governo a 5 Stelle.
Quando si smantella un campo rom, cosa credete che farebbe la vecchia politica? Farebbe scomparire le famiglie da un momento all’altro? No, le trasferirebbero in un altro campo o un’altra area per un nuovo insediamento. E dopo aver smantellato anche quello? Ne individuerebbero un altro ancora! La “vecchia politica”?
Ma è esattamente quello che ha fatto la Giunta Raggi quando il 1° agosto 2016 ha chiuso l’insediamento di Via Salaria (con trasferimento delle famiglie in altri “campi rom”) e, il 25 ottobre, l’insediamento di Via Amarilli (con trasferimento anche qui in altri “campi rom”). E’ del 5 giugno scorso la proposta, fatta dall’Ufficio Rom di Roma Capitale, agli abitanti del Campig River, prossimo alla chiusura, di trasferire 8 famiglie nel “campo” La Barbuta. Insomma, rispetto alla “vecchia politica”, nulla di nuovo: alla chiusura dei “campi rom” segue il trasferimento in altri “campi rom”. Il gioco dell’oca di ieri vale anche per oggi!
L’Ue ci mette a disposizione questi soldi a patto che siano destinati esclusivamente all’integrazione delle popolazioni Rom. Se non li usiamo per chiudere i campi rom, li perderemo.
I soldi, come già avvenuto nel passato, possono essere spostati verso altre voci di spesa. Rientrano infatti all’interno del Pon Metropolitano 2014-2020 attraverso il quale la città di Roma ha ricevuto circa 37 milioni di euro suddivisi in diversi assi di intervento.
L’Ue continua a farci pagare multe.
Non è vero, l’Italia non è sotto procedura di infrazione da parte dell’Europa e quindi non ha pagato nel passato e non sta pagando nessuna multa.
E allora iniziamo: i campi della Monachina e La Barbuta verranno chiusi. Parliamo di 700 persone che risiedevano qui.
Secondo il Piano Operativo elaborato nell’aprile 2017 dalla Giunta Raggi, si prevede, entro il 31 marzo 2020 di far uscire dai due insediamenti solo 60 individui, con un costo pro capite di circa 63.000 euro345.000 per le 11 famiglie coinvolte. Pertanto non 700 persone ma solo 60. Una vera manna per cooperative e associazioni senza scrupolo che parteciperanno al prossimo bando!
Stop. Questa storia si chiude qua. Ora a Roma si cambia musica, termina il post delirante. Chi si dichiara senza reddito e gira con auto di lusso è fuori. Chi chiede soldi in metropolitana, magari con minorenni al seguito, è fuori. Magari sarebbe meglio dire che chi non dichiara il reddito venga perseguito dalla Guardia di Finanza e per chi si trova ad elemosinare vengano attivati programmi di sostegno sociale. Altrimenti è Grillo ad essere fuori. Fuori dalla legge e soprattutto dai valori costituzionali di un Paese civile e democratico che il Movimento 5 Stelle si vorrebbe apprestare a governare.

Centrafrica: raggiunto accordo a Roma, per Sant’Egidio nuovo tassello in mosaico pace

OnuItalia
Roma - Dal 19 giugno il Centrafrica non e’ più sull’orlo della catastrofe e la Comunità di Sant’Egidio aggiunge un nuovo tassello al suo mosaico di pace. 


“Ci auguriamo che con questa firma si possa mettere la parola fine ai feroci scontri tra i vari gruppi armati che hanno provocato centinaia di morti e la fuga di migliaia di persone, soprattutto nel sud del Paese”, ha detto il vice-ministro degli Eteri mario Giro dopo l’esito di tre intensi giorni (e notti) di trattative tra gruppi di opposizione facilitate dalla “Piccola Onu di Trastevere”, esprimendo grande soddisfazione e gioia per l’accordo politico raggiunto grazie all’impegno dalla Comunità nel 25esimo anniversario dalla pace in Mozambico.

“In questi giorni di trattative è come se alla Comunità di Sant’Egidio fosse stato chiesto di parlare alla coscienza del Paese, nella speranza che il Centrafrica torni ad una situazione di normalità e pace. Grazie quindi a Sant’Egidio perché ha trovato un modo originale e come sempre disinteressato di rintracciare i sottili fili del dialogo che la divisione, l’odio e la violenza, sembravano aver disperso”, ha detto Giro.

I risultati dei colloqui di pace tra i diversi gruppi politico-militari del Centrafrica, gli inviati del presidente Touadéra e i rappresentanti della comunità internazionale sono stati annunciati oggi in una conferenza stampa. Le delegazioni presenti all’incontro erano state salutate ieri a piazza San Pietro da Papa Francesco che aveva auspicato il rilancio e il rafforzamento del processo di pace nella Repubblica Centrafricana.

Il documento, che prevede un immediato cessate il fuoco, è stato raggiunto grazie alla mediazione della Comunità di Sant’Egidio, che da anni lavora per la riconciliazione del Paese, alla presenza di osservatori della comunità internazionale, dell’inviato dell’Onu Parfait Onanga-Anyanga, dell’Unione europea e del governo italiano. 

L’intesa ruota attorno a tre punti principali sul piano politico, quello della sicurezza e quello economico, umanitario e sociale. 

Nel primo punto, oltre al cessate il fuoco sotto il controllo della comunità internazionale, si riaffermano la volontà di rispettare l’integrità del territorio nazionale, la rappresentatività e il riconoscimento di tutti i gruppi politico-militari per la ricostruzione del Paese, il rispetto dei risultati delle elezioni presidenziali e legislative del 2016 e, più in generale, il lavoro per costruire “una dinamica di riconciliazione”. 

Sul piano della sicurezza si garantisce la libera circolazione delle persone e dei beni, il ristabilimento dell’autorità dello Stato su tutto il territorio nazionale mentre a livello economico, umanitario e sociale ci si impegna, tra l’altro, nell’opera di ricostruzione e nella protezione delle Ong nazionali e internazionali presenti nel Paese.

Giro ha aggiunto che “in questi giorni abbiamo visto allentarsi le fortissime tensioni tra chi, fino a pochi giorni fa, non voleva nemmeno dialogare. Ma il dialogo è sempre l’unica strada possibile e, contrariamente a quello che si pensa, la meno ingenua. In quello che fu definitivo inizialmente e in modo superficiale e arbitrario, un conflitto di religione, sono stati proprio i leader spirituali del Paese ad evitare che la situazione degenerasse irrecuperabilmente. 
Così, in un clima di collaborazione, ora tutti sembrano riconoscere come il futuro del Centrafrica possa essere affidato unicamente a un percorso di coabitazione pacifica, ad uno spirito democratico e alla rinuncia all’uso delle armi e della violenza.”

Per leggere il testo dell’accordo politico, cliccare qui. (@alebal)

martedì 20 giugno 2017

Migranti: 126 nuovi morti in naufragio gommone al largo di Libia, lo riferiscono 4 superstiti.

AnsaMedSarebbero 126 le vittime del naufragio di un gommone avvenuto tra giovedì e venerdì scorsi al largo della Libia. Lo hanno riferito all'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) due sudanesi superstiti arrivati oggi a Palermo a bordo della nave Diciotti della Guardia Costiera. 


Sul gommone, spiega il portavoce dell'Oim, Flavio Di Giacomo, c'erano 130 persone: oltre ai sudanesi si sono salvati anche due nigeriani. l gommone, hanno raccontato i sopravvissuti, era partito giovedì scorso dalle coste libiche. Dopo qualche ora di navigazione è stato però raggiunto da trafficanti libici che hanno rubato il motore. Il natante ha così cominciato ad imbarcare acqua ed è affondato. 

Dei 130 passeggeri solo in quattro erano vivi quando un barcone di pescatori libici è arrivato in zona e li ha salvati.

I quattro non sono stati però riportati in Libia ma - sempre secondo il racconto fatto dai due sudanesi all'Oim - sono stati rimessi a bordo di un altro gommone carico di migranti che passava di lì. Successivamente sono stati nuovamente soccorsi e trasportati a bordo della nave della Guardia Costiera che oggi è arrivata nel porto di Palermo con 1.096 persone soccorse in più interventi di soccorso nel Mediterraneo.

Uganda. Troppi rifugiati, l’ONU dimezza le razioni. Ne ospita 1,2 milioni.

News AGC
Il governo ugandese e il Programma alimentare mondiale, (Pam) sono stati costretti a ridurre le razioni alimentari per i rifugiati.

L’Uganda ospita il più grande numero di profughi in Africa, 1,2 milioni, di cui 900 mila provenienti dal Sud Sudan. L’enorme afflusso ha visto ridurre le razioni alimentari del 50 per cento, ad eccezione dei rifugiati che sono venuti prima del luglio 2015, riporta Anadolu.
Il taglio è stato il risultato di una mancanza di cibo nel paese e di finanziamenti. L’Uganda la prossima settimana ospita il Summit della Solidarietà per i Rifugiati a Kampala, sono necessari 19 milioni di dollari per pagare 16 mila tonnellate di assistenza alimentare ai rifugiati nell’insediamento. Il vertice organizzato congiuntamente dall’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, dalle Nazioni Unite e dal governo dell’Uganda dovrebbe aumentare di 8 miliardi di dollari per sostenere i rifugiati nei prossimi quattro anni. Tra il volume dei bisogni e la catena dei finanziamenti c’è un deficit di 64 milioni di dollari.

In una dichiarazione rilasciata il 14 giugno, il Consiglio Mondiale per i Rifugiati ha dichiarato che la politica dei rifugiati dell’Uganda è stata sottoposta a dura prova, poiché il paese combatte per alimentare migliaia di profughi Sud Sudanesi.

Durante l’anno scorso, circa 40 mila profughi sudanesi sono entrati in Uganda ogni mese, di cui l’86 per cento sono donne e bambini.
Il ministero ugandese per i Rifugiati ha affermato che la riduzione delle razioni alimentari ha avuto implicazioni nella diffusione della malnutrizione; la mancanza di cibo è attribuibile alla siccità dello scorso anno.

In assenza di un buon raccolto, invece di integrare l’alimentazione fornita dal Pam, Kampala deve sfamare i sud sudanesi al 100 per cento.

L’Uganda ha tradizionalmente adottato un approccio progressivo per ospitare i rifugiati, offrendo loro la libertà di movimento e l’accesso immediato al proprio mercato del lavoro, nonché sviluppando approcci innovativi per sostenerne l’autosufficienza, afferma il Consiglio Mondiale per i Rifugiati, che però chiede ad «altre nazioni di condividere la responsabilità della protezione dei rifugiati, aiutare le comunità ospitanti e fornire un sostegno forte durante il Vertice della solidarietà sui rifugiati».

Maddalena Ingroia

Giornata Mondiale del Rifugiato - La storia di Nadine e di sua figlia, salvata da MOAS

MOAS
Giornata Mondiale del Rifugiato - MOAS rende omaggio al tema di quest’anno “Passati diversi, futuro comune” condividendo storie autentiche di persone che hanno vissuto l’esperienza della migrazione forzata. Oggi siamo orgogliosi di condividere con voi la storia di Nadine. Nadine ha 22 anni, viene dal Camerun e viaggiava con la figlia quando è stata salvata dall’equipaggio MOAS nel Mediterraneo Centrale nel Maggio 2017. Ecco la sua storia.


“Dopo la morte di mio padre, mia sorella maggiore ha deciso di mettersi in viaggio e cambiare paese. Non voleva più rimanere in Camerun perché la morte di mio padre l’aveva molto scossa. A quel tempo vivevamo a Yaoundé in una stanza. Ha avuto il passaporto visto che un nostro zio vive in Olanda e gli ha detto che voleva abbandonare il paese. Mio zio non ci diede i documenti necessari per il viaggio e quindi è partita con me soltanto. È stata lei a crescermi, non mia mamma. Mi disse che saremmo partite per un’avventura e iniziammo il viaggio senza che nemmeno mia madre lo sapesse. Prima abbiamo attraversato la Nigeria. A quel tempo c’era Boko Haram, ma l’abbiamo attraversato senza che ci succedesse nulla. Quando arrivammo in Niger, non avevamo più soldi e siamo rimaste lì. In Niger incontrò un uomo e si sistemò lì.

Poi io incontrai un uomo che mi disse che voleva sposarmi… Fu la prima cosa che mi disse. Ho sempre vissuto con mia sorella maggiore, non conoscevo quest’uomo… Non ne sapevo nulla di uomi ni.

Se mi piaceva qualcuno, lo raccontavo a mia sorella e lei mi dava dei consigli. Ma in quel periodo mia sorella non era lì e quest’uomo venne, mi disse che voleva sposarmi, che avremmo dovuto stare insieme, che voleva stare con me. Quando rimasi incinta… il semplice fatto che eravamo stati insieme… Non ero d’accordo. Non volevo farlo prima del matrimonio, ma lui continuava a fare pressione su di me dicendo che voleva sposarmi, che dovevo fidarmi di lui. E ho ceduto. Cedendo, sono rimasta incinta.

Quando lo dissi a mia sorella, mi chiese “Che cosa dirò a casa?”. Mia madre non sapeva che ero incinta. “ti ho portata via dal paese, se ritorno con te incinta, mi dirà che le ho distrutto una figlia”.

Sono andata in Libia perché mia sorella mi aveva indicato la strada. Fu lei a darmi questo consiglio: “Da questa strada si arriva in Italia. Ti do i soldi e ci vai”. Mi disse “Non posso aiutarti, non posso permettermelo ma non posso nemmeno rimandarti indietro nel nostro paese perché nostra madre mi chiederebbe cosa ho fatto a sua figlia: Hai portato via mia figlia e me la riporti incinta”. Mi disse: “Ho un’idea, c’è una strada che spesso le persone usano per arrivare in Europa. Prendila e pregherò per te”…

Dopo un anno in Niger con sua sorella, Nadine ha intrapreso il pericoloso viaggio attraverso la Libia come fanno in migliaia ogni anno. La Libia è stata l’ultima fermata prima di salire un gommone fatiscente con la sua bimba e molte altre persone tentando la traversata.

In Libia sono stata tenuta prigioniera per mesi e mesi, poi è nata la bambina. Non avevo nessun aiuto. Mentre partorivo, urlavo che volevo andare in ospedale. Mi dissero: “Non c’è nessun ospedale qui. Se ti portiamo in ospedale, verrai rapita per strada, messa in prigione e chiederanno un riscatto per liberarti. Meglio se rimani qui perché almeno qui le persone ti conoscono”. Mia figlia è nata in prigione senza medicine, dottori. Niente. Un libico mi ha aiutata. Dopo la nascita della bambina, alcuni -non tutti- ebbero pietà di me: chiesero dei vestiti ad una donna in un negozio perché era appena nata una bambina e non aveva nulla. Il suo nome era Hope(speranza) ed era nata il 7 Gennaio. Le diedi quel nome mentre ero ancora incinta. Decisi che quando avrei partorito, l’avrei chiamata Hope, ma non potevo sapere che avrei sofferto così tanto…

Volevo tornare a casa, ma non potevo. Questa volta chiamai mia sorella dicendole che volevo tornare indietro. “Per favore mandami del denaro così posso andar via da qui e tornare indietro”. Mi rispose “Se provi a tornare, ti rapiranno. Tornare indietro è impossibile. Ormai sei in Libia”. Dopo tutto quel dolore volevo solo fuggire, lasciare la Libia. Dovevo andarmene dalla Libia ad ogni costo. Non volevo stare in prigione con mia figlia per sempre. Chi mi avrebbe aiutata?

Per andare dalla prigione alla barca, sono stata aiutata dai Libici dopo aver visto quanto stavo soffrendo. Hanno aiutato me e mia figlia ad imbarcarci: non ho dovuto pagare nulla.

Prima di lasciare il Camerun, facevo la parrucchiera e così anche quando vivevo con mia sorella. Ho sempre voluto fare l’estetista. Se potessi dare un consiglio a chi pensa di intraprendere questo viaggio, direi che non è semplice. Meglio rimanere nel proprio paese. Quando ripenso a cosa ho lasciato… Ero giovane, ero bella… Guarda come sono adesso… Non ho idea di cosa mi aspetti in Europa. Mi hanno solo detto di andare lì. Voglio solo essere aiutata”.

June 20 - World Refugee Day - Onu: 65,6 mln gli sfollati e rifugiati nel 2016, nuovo record

Blog Diritti Umani - Human Rights


Onu: 65,6 mln gli sfollati e rifugiati nel 2016, nuovo record
Askanews -  Il numero di sfollati e rifugiati nel mondo ha toccato nel 2016 il nuovo record di 65,6 milioni. Lo ha riferito oggi l'Alto Commissario Onu per i rifugiati, Filippo Grandi, presentando il rapporto annuale dell'agenzia delle Nazioni Unite alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato.

"Il numero globale di 65,6 milioni è in leggero aumento rispetto ai 65,3 milioni" del 2015, ha detto Grandi, aggiungendo che "da qualunque angolazione la si guardi, questa cifra è inaccettabile".

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lunedì 19 giugno 2017

Burundi: rapporto commissione d’inchiesta Onu denuncia “frequenti violazioni dei diritti umani”

Agenzia Nova
“Tutti i responsabili delle violazioni dei diritti umani, a prescindere dalla loro appartenenza, devono affrontare la giustizia”
si legge nella dichiarazione. 
Manifestazioni antipresidenziali in Burundi
Il Burundi è sprofondato in una grave crisi nell’aprile del 2015 dopo che il presidente Nkurunziza ha deciso di correre per un terzo mandato, prima di essere rieletto nel luglio dello stesso anno. 


Secondo le stime delle Nazioni Unite e di diverse Ong, nelle violenze sono morte tra le 500 e le duemila persone mentre quasi 400 mila sono state costrette a fuggire dalle loro abitazioni.

Medio Oriente. La schiavitù invisibile delle migranti. Abusi, tratta e passaporti confiscati

Il Manifesto
Fuori dall'ombra. 64 ore settimanali è in media l’orario delle lavoratrici domestiche nel Golfo e nel Levante. Le migranti guadagnano tra il 20-30% in meno del salario minimo locale

Il dato potrebbe stupire: il Medio Oriente è la regione al mondo con la più alta percentuale di lavoratrici domestiche. Quasi tutte migranti. Tra Golfo e Levante l’Organizzazione Mondiale del Lavoro ne conta 1,6 milioni, quasi il doppio (2,5 milioni) secondo l’International Trade Union Confederation.

NUMERI ELEVATISSIMI, contestualizzati dal sito di monitoraggio Migrant Rights: il 90% dei cittadini del Kuwait ha alle proprie dipendenze una lavoratrice domestica straniera; il 36,6% della forza lavoro femminile in Bahrain è impiegata in case private; il 99,6% degli immigrati economici in Arabia Saudita è un lavoratore domestico. L’altro lato della medaglia è l’assenza totale di diritti: lavorano in media 64 ore a settimana e guadagnano tra il 20% e il 30% in meno del salario minimo nazionale (147 dollari al mese in Kuwait, 100 in Arabia Saudita).
E sono vittime di una forma di schiavitù moderna, invisibile. A monte sta il sistema della kafala, o dello sponsor: l’ingresso di lavoratori stranieri nei paesi del Golfo e in Libano, la residenza e la successiva uscita sono permessi sulla base della sponsorizzazione da parte di un cittadino o di un’impresa privata. Che nella pratica diventano «proprietari» di un essere umano.

PASSAPORTI CONFISCATI, impossibilità di cercarsi un lavoro più dignitoso o meglio remunerato, condizioni di lavoro disumane, violenze fisiche e verbali, suicidi sono le dirette conseguenze per buona parte delle lavoratrici domestiche straniere, tutte provenienti da Sud est asiatico e Africa sub-sahariana.
Un quadro reso peggiore dalla mancanza di una regolamentazione statale del lavoro domestico, escluso dalle leggi sul lavoro apparentemente per non violare privacy e «sacralità» della casa privata.

Le lavoratrici domestiche finiscono così in un limbo di invisibilità, divise tra loro e incapaci di accedere ai propri consolati, costrette alla schiavitù pena l’arresto e l’espulsione. Dietro, un vero e proprio traffico di esseri umani, con agenzie specializzate che traggono profitto dalla «vendita» di donne migranti entrate illegalmente.

Le prime forme di organizzazione sindacale iniziano però ad emergere: se nelle petromonarchie del Golfo sindacati e scioperi sono fuorilegge, in Libano sono radicati. Nel 2015 è così nato il primo sindacato di lavoratori domestici, sotto l’ombrello della più ampia Federazione delle unioni dei lavoratori. Da allora ha firmato accordi con i sindacati nei paesi di origine e lanciato campagne per vedersi riconosciuto come soggetto legittimo da Beirut, sostenuto da cento ong locali.

LE DIFFICOLTÀ non mancano, figlie della scarsa capacità di raggiungere la singola lavoratrice, per ragioni di lingua, isolamento, bassi stipendi che limitano il movimento, timore della deportazione e ora una nuova guerra tra poveri, scatenata dall’arrivo di centinaia di migliaia di rifugiati siriani disposti a lavorare per salari ancora più infimi. Ad organizzarsi, però, è anche la stessa società civile libanese e i movimenti anti-razzisti che hanno fatto delle condizioni delle lavoratrici domestiche (250mila stimate nel Paese dei Cedri) una bandiera.

Se già dal 2011 è stato aperto nella capitale il Migrants Community Center, il primo maggio 2017 le strade di Beirut sono state attraversate dalla parata dei lavoratori migranti, sotto lo slogan «La kafala uccide». Solo pochi mesi prima, nel novembre 2016, il Libano deportava Sujana Rana e Roja Limbu, lavoratrici domestiche leader del sindacato nato due anni fa e tuttora illegale agli occhi di Beirut.

È INVECE OBLIO TOTALE nel Golfo, dove la narrativa su cui si fondano le petromonarchie sunnite – un misto di wahhabismo, interpretazione medievale dell’Islam e soffocamento delle istanze di ogni gruppo «minoritario» inteso come minaccia alla tenuta del regime (dalle donne agli immigrati, dalla comunità sciita alle opposizioni politiche) – crea intorno alle migranti una gabbia che prima che fisica è mentale.

LO SFRUTTAMENTO delle lavoratrici tra le mura domestiche è un fenomeno radicato e diffuso, affatto trattato dai media e marginalizzato dalle autorità che non puniscono mai i responsabili di reati nei rarissimi casi denunciati dalle vittime.

Così si spiegano le drammatiche statistiche dell’intelligence libanese riportate dall’agenzia dell’Onu Irin: in Libano ogni settimana due lavoratrici domestiche muoiono per cause non naturali. Per i pestaggi, per suicidio o per essersi lanciate dal balcone nel tentativo di fuggire.


di Chiara Cruciati

Diritto di cittadinanza: non chiudiamo gli occhi davanti alla realtà, guardiamo il futuro con fiducia

www.santegido.org
Sant'Egidio chiede al Parlamento italiano di non strumentalizzare una riforma attesa da anni

La Comunità di Sant’Egidio lancia un appello a tutte le forze in Parlamento perché non strumentalizzino il dibattito in corso sulla legge che riforma la concessione della cittadinanza agli stranieri. Trattare una materia così importante per il nostro Paese seguendo calcoli politico-elettorali, non fa bene a nessuno.

Occorre guardare al futuro con fiducia e non chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Qui non si tratta di decidere l’ingresso di nuove persone sul nostro territorio ma di riconoscere e dare dignità a chi lo abita da anni: minori già presenti in Italia perché vi sono nati e hanno frequentato le nostre scuole insieme ai figli degli italiani. Quindi uno “Ius culturae” che certifica e alimenta l’integrazione per migliaia di minori che si sentono già, a tutti gli effetti, nostri connazionali.
Sant’Egidio fu tra i primi a proporre una legge di riforma della cittadinanza nel lontano 2004. Proprio perché realtà non politica e profonda conoscitrice del fenomeno dell’immigrazione in Italia, sin dal suo inizio. Da allora, sempre per motivi strumentali, non si è mai avuto il coraggio di intraprendere vie legislative per cambiare norme che sono tra le più antiquate d’Europa.

Ora che per la prima volta la materia della cittadinanza viene discussa in Parlamento, con la possibilità di giungere all’approvazione di una legge, è necessario che le forze politiche siano responsabili e non continuino a sfruttare il tema dell’immigrazione per miopi fini elettorali.

In questi tempi difficili, segnati da gravi conflitti che coinvolgono il Mediterraneo e dal terrorismo, diventare italiani – se lo si è già di fatto - rende tutti noi più sicuri. Favorisce l’integrazione e incoraggia la crescita, anche economica, del nostro Paese dopo le recenti statistiche che parlano di un nuovo e preoccupante calo demografico in Italia.

domenica 18 giugno 2017

Italia - Al carcere duro ci si suicida di più. Sono 3,5 volte di più.

Il Dubbio
Studio dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere: sono 3,5 volte maggiori rispetto al resto della popolazione detenuta


Nella sentenza Cedu del 17 settembre 2009 sul caso "Enea contro Italia", la Corte sottolinea che le condizioni di detenzione di una persona malata devono garantire la tutela della sua salute.

Casi di suicidi, morti per malattia, disturbi psichici. In 41 bis, secondo uno studio dell'Osservatorio permanente sulle morti in carcere, la frequenza di suicidi tra i detenuti è 3,5 volte maggiore rispetto al resto della popolazione reclusa. 
[...]
Tanti sono i casi di morte in carcere. C'è il caso di Feliciano Mallardo, condannato in primo grado a 24 anni per estorsione aggravata e associazione camorristica, che morì in regime di 41 bis nonostante soffrisse di diabete, insufficienza renale, problemi cardiaci e con un cancro polmonare scoperto quando aveva già raggiunto i sette centimetri di massa ed una metastasi al fegato. Oppure il caso di Palmerino Gargiulo, ergastolano sottoposto al regime del 41 bis, che fu ritrovato impiccato nel carcere di massima sicurezza del Cerialdo di Cuneo. Utilizzò una corda rudimentale fatta di lenzuola e lacci.

Attualmente ci sono diversi casi che Il Dubbio ha segnalato. La storia dei tre detenuti ultranovantenni che attualmente sono in regime del 41 bis al carcere di Parma, tra i quali uno che soffre di diverse patologie come l'Alzheimer e ci si chiede come mai possa ritenersi ancora pericoloso e lucido, tale da giustificare il regime duro. Altro caso emblematico riguarda la storia di Vincenzo Stranieri, ex boss della sacra corona unita, che presenta gravi patologie come il tumore alla faringe e viene alimentato con un sondino: infatti, attualmente recluso al carcere milanese di Opera, fa andirivieni tra il carcere e l'ospedale di San Paolo.
Ovviamente sempre in regime di 41 bis. In realtà avrebbe già da tempo finito di scontare la sua pena, ma il ministero della Giustizia ha deciso di internarlo per altri due anni. Anna, la figlia di Stranieri, sta conducendo una battaglia giudiziaria per ottenere almeno la revoca del 41 bis, vista la sua vistosa incompatibilità con tale regime. Chiede di poterlo almeno abbracciare o dargli una carezza, ma non può farlo: c'è sempre il vetro divisore a separarli.

di Damiano Aliprandi

Appello dell’UNICEF: in Siria 9 milioni di bambini a rischio senza aiuti

La voce di New York
Un report UNICEF rivela una grave carenza di fondi per le attività assistenziali in Siria
L’UNICEF, per adempiere al suo mandato e mantenere le attività in Siria, ha chiesto 1,4 miliardi di dollari per le sue operazioni di emergenza nel 2017 all'interno della Siria e dei paesi limitrofi. Senza nuovi fondi, l'agenzia ONU stenta a mantenere le necessarie attività di soccorso 


La grave mancanza di fondi per i programmi del Fondo delle Nazioni Unite per l’Infanzia (UNICEF) mette a rischio 9 milioni di bambini in Siria e nei paesi limitrofi. 

L’UNICEF lavora ormai da sette anni in Siria per fornire assistenza a oltre 6 milioni di bambini in Siria, e 2.5 milioni di rifugiati. Il conflitto, che non sembra aver fine, è la più grande crisi umanitaria e di dislocamento dalla Seconda Guerra Mondiale.

Per far fronte alla crisi, è necessaria un’iniezione di nuovi fondi per portare avanti attività critiche dell’UNICEF. Queste attività includono i servizi sanitari per oltre 1,2 milioni di bambini che vivono in campi, gli insediamenti informali e le comunità ospitanti, ma anche l’accesso alle cure sanitarie e ai trattamenti nutrizionali essenziali per quasi 5,4 milioni di bambini, l’assistenza monetaria alle famiglie – che aiuta a mantenere quasi mezzo milione di bambini a scuola – e la distribuzione di vestiti e coperte nei mesi invernali.

L’UNICEF, per adempiere al suo mandato e mantenere le attività in Siria, ha chiesto 1,4 miliardi di dollari per le sue operazioni di emergenza nel 2017 all’interno della Siria e nei vicini Libano, Giordania, Turchia, Iraq e Egitto. I paesi limitrofi, che già sostengono un gran numero di persone vulnerabili, hanno ricevuto l’80 per cento di tutti i profughi dalla Siria. La mancanza di fondi affligge anche le generose comunità ospitanti perché sta compromettendo seriamente la loro capacità di sostenere gli sforzi.

In un comunicato di venerdì, l’UNICEF ha reso noto che “senza l’iniezione di nuovi fondi, alcune attività critiche e salvaguardanti (…) sono a rischio serio per essere tagliati, con gravi conseguenze per i bambini siriani”. Il direttore regionale dell’UNICEF per il Medio Oriente e il Nord Africa, Geert Cappelaere, ha inoltre dichiarato: “Questa è la più grave mancanza di finanziamenti che l’UNICEF ha avuto fin da quando abbiamo iniziato a rispondere alla crisi siriana, una delle maggiori operazioni umanitarie nella storia dell’organizzazione”.

Non è solo l’UNICEF a soffrire per la mancanza di fondi. I programmi d’aiuto dell’ONU sono in difficoltà a causa di carenze critiche di finanziamenti durante la crisi siriana. L’agenzia di rifugiati dell’ONU ha dichiarato di aver ottenuto solo 29 milioni di dollari dai 153 milioni di dollari che aveva richiesto per soddisfare le esigenze umanitarie nella Siria settentrionale.

Infine, l’UNICEF ha fatto un appello all’ONU per incoraggiare una serie di azioni immediate per porre fine alla guerra in Siria. Al netto delle sorti del conflitto, però, è necessario assicurare nel frattempo la protezione dei civili e i diritti dei bambini. Senza i fondi necessari, infatti, l’UNICEF e le altre organizzazioni ONU stenterannno a mantenere le necessarie attività di soccorso.

Morire di Speranza: preghiera in memoria di quanti perdono la vita nei viaggi verso l'Europa

www.santegidio.org
In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, Sant'Egidio si raccoglie in preghiera in Italia e in Europa, ricordando i migranti che perdono la vita nei viaggi della speranza. 



In occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato, la Comunità di Sant'Egidio insieme ad altre comunità di immigrati e rifugiati e associazioni di volontariato, organizza a Roma, e in molte città d'Italia e di Europa, la veglia di preghiera ''Morire di Speranza'', in memoria di tutti i profughi e i migranti che ogni anno perdono la vita nei viaggi verso l'Europa. 



Nel corso della preghiera vengono letti i nomi e le storie delle vittime dei viaggi della speranza. Perchè la loro memoria non vada perduta. Perchè non accada più. 


A ROMA l'appuntamento è il 
22 giugno 
nella basilica di Santa Maria in Trastevere 
alle 18:30


sabato 17 giugno 2017

Raggi, maggio 2016: "I migranti sono una risorsa. Trovare luoghi per accoglierli"

Curiosandoonline
Intervista ad Agorà, 27 maggio 2016

Si scrive Virginia Raggi si legge Laura Boldrini. A pochi giorni dalle amministrative la candidata sindaco del M5S svela il suo programma elettorale per Roma. E sui migranti e rom, le risposte sembrano un copia incolla dei discorsi della presidente della Camera. 

A Gerardo Greco, che nel corso del faccia a faccia ad Agorà, le chiede una presa di posizione sull’emergenza immigrazione ribadisce il concetto caro alla Boldrini dei “migranti che sono una risorsa”. 

Lo aveva già detto a La7, lo ribadisce nell’intervista a Raitre. L’emergenza immigrati? «Colpa della politica nazionale che esporta la guerra e di quelle economie basate sul commercio di armi», risponde la Raggi con un classico slogan da sinistra terzomondista e arcobaleno. Perché vengono da noi in Italia? Perché «noi abbiamo importato la guerra» da loro. La colpa «è dei paesi industrializzati che hanno sfruttato il terzo mondo». 

Cosa farà da sindaco di Roma?« Il Comune di Roma dovrà lavorare sull’accoglienza dei migranti con la distribuzione sul territorio». Che significa in parole chiare? Vanno alloggiati in case in appartamenti? «Significa cercare dei luoghi dentro la città e nella provincia dove accoglierli», eludendo la questione.