Pagine

domenica 17 dicembre 2017

Casa Circondariale di Viterbo, una tavola natalizia per 90 detenuti con la comunità Sant’Egidio

Tuscia Up
Dopo il successo dell’iniziativa dello scorso anno la Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con la direzione e tutte le realtà che operano all’interno dell’istituto, apparecchiano nuovamente la tavola natalizia per un gruppo di circa 90 detenuti tra i più poveri.

Gli ospiti d’onore del pranzo infatti saranno proprio i reclusi, in particolare coloro che sono privi di risorse economiche e di riferimenti familiari.

Festeggiare il Natale insieme vuole dire avvicinare la società civile e le istituzioni a chi è sottoposto a una pena detentiva e portare un segno di solidarietà nel periodo delle feste natalizie così duro se trascorso in carcere, lontani dagli affetti familiari.

Il pranzo si svolgerà domenica 17 dicembre nella sala teatro della Casa Circondariale.

Il menù: lasagne fumanti, pollo e patate al forno, panettoni, dolci il tutto sarà rallegrato dalla musica e dalla compagnia degli assistenti volontari. Parteciperanno alcune Autorità del territorio: sarà presente sua eccellenza il Prefetto di Viterbo, sua Eccellenza il vescovo di Viterbo, il Garante Regionale dei detenuti, il Presidente del Tribunale di Viterbo, il Magistrato di Sorveglianza, il presidente della Fondazione Carivit ed altre autorità cittadine, con i quali la direzione dell’Istituto intrattiene proficui rapporti di collaborazione.

L’evento accompagna la presenza di Sant’Egidio e delle altre realtà di volontariato durante tutto l’anno, con colloqui di sostegno, distribuzioni di generi di vestiario e per l’igiene personale, incontri di preghiera e di catechesi e, per i musulmani, incontri di preghiera con l’Imam.

In questo spirito di famiglia si cercherà di non far sentire ”ultimi” e dimenticati i detenuti ristretti presso la Casa Circondariale di Viterbo.

Come lo scorso anno, alla realizzazione del pranzo di Natale, collaborano i volontari del Gavac e della Caritas avviando una tradizione natalizia all’interno di questo Istituto che tutti si augurano possa continuare nei prossimi anni.

Il pranzo è reso possibile anche grazie all’impegno degli operatori della Polizia Penitenziaria e degli educatori.

Si rinnova un doveroso ringraziamento a tutti gli assistenti volontari e tutti gli operatori, penitenziari e non, che renderanno possibile con il loro impegno e la loro collaborazione questo evento.

Buon Natale a tutti!

sabato 16 dicembre 2017

All'indomani delle 38 condanne eseguite nel carcere di Nassiriya in Iraq, l'ONU chiede moratoria esecuzioni pena di morte

Aki
Ginevra - L'Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani ha chiesto al governo iracheno di "stabilire una moratoria immediata sull'uso della pena di morte", dicendosi "profondamente scioccato" per le 38 sentenze capitali per terrorismo eseguite ieri nel Paese.
"Siamo profondamente scioccati e basiti per l'esecuzione di massa di 38 uomini avvenuta giovedì nella prigione della città di Nassiriya, nel sud dell'Iraq", ha dichiarato la portavoce dell'Alto Commissariato, Liz Throssell, nel corso di una conferenza stampa a Ginevra.

"Questi 38 prigionieri sono stati condannati per reati legati al terrorismo", ha detto, ma "sembra estremamente dubbio che in questi 38 casi siano state rispettate le garanzie per un processo giusto ed equo", ha aggiunto.

"Ancora una volta, esortiamo le autorità irachene a sospendere tutte le esecuzioni, a stabilire una moratoria immediata sull'uso della pena di morte e a procedere con una revisione completa del loro sistema di giustizia penale", ha proseguito la Throssell.

L'Alto Commissario per i diritti umani finora ha registrato 106 esecuzioni in Iraq quest'anno. Lo scorso 24 settembre, nel carcere di Nassiriya, sono stati giustiziati altri 42 detenuti sempre per il reato di terrorismo.

Guerre dimenticate - Sud Sudan, un bilancio grave dopo 4 anni di guerra

Presenza
In occasione dell’inizio del quinto anno di conflitto armato nel Sud Sudan, Amnesty International ha sollecitato un’urgente iniziativa globale per porre fine alle terribili violazioni dei diritti umani in corso nel paese africano.


Dal 15 dicembre 2013 decine di migliaia di persone sono state uccise e altre migliaia hanno subito violenza sessuale. Gli sfollati sono quasi quattro milioni.
“Un’iniziativa forte e coordinata è oggi più che mai necessaria per porre fine alla sofferenza della popolazione sudsudanese, soprattutto col passaggio dalla stagione delle piogge a quella secca, che solitamente favorisce un aumento delle ostilità”, ha dichiarato Sarah Jackson, vicedirettrice di Amnesty International per l’Africa orientale, il Corno d’Africa e i Grandi Laghi.

“Gli stati africani e la comunità internazionale devono lavorare insieme per trovare una soluzione definitiva alla crisi e porre fine alle violazioni dei diritti umani”, ha aggiunto Jackson.

Questi quattro anni di conflitto hanno avuto un impatto devastante sulla popolazione civile. Migliaia di uomini, donne e bambini sono stati sottoposti ad atti di violenza inimmaginabili, compresa la violenza sessuale, da parte sia delle forze governative che di quelle dell’opposizione, in alcuni casi equivalenti a crimini di guerra o crimini contro l’umanità.

Nella regione di Equatoria Amnesty International ha verificato che il governo e l’opposizione hanno bloccato le forniture di cibo dirette verso alcune zone, hanno sistematicamente saccheggiato il cibo dalle abitazioni e dai mercati e preso di mira chiunque attraversasse la linea del fronte portando con sé anche la minima scorta di cibo.

“Il cibo è usato come arma di guerra e l’insicurezza alimentare riguarda ormai 4.800.000 persone. La situazione peggiorerà se non saranno assunte iniziative rapide per porre fine alla crisi umanitaria”, ha sottolineato Jackson.

“Le iniziative per porre fine al conflitto dovranno comprendere l’imposizione di un embargo sulle armi rispetto a tutte le parti coinvolte e misure concrete per fornire giustizia alle vittime di gravi violazioni dei diritti umani, soprattutto attivando finalmente la Corte ibrida per il Sud Sudan”, ha commentato Jackson.

Nel corso del conflitto giornalisti, difensori dei diritti umani e sostenitori dell’opposizione sono stati intimiditi, arrestati arbitrariamente e in alcuni casi torturati mentre agli operatori umanitari è stato impedito di portare avanti il loro lavoro.

“Le autorità del Sud Sudan devono consentire alle agenzie umanitarie di distribuire senza alcun ostacolo le indispensabili forniture di cibo e di medicinali e devono permettere agli attori della società civile di agire liberamente”, ha concluso Jackson.


Amnesty International

venerdì 15 dicembre 2017

Dna, iride, impronte: la Cina profila la minoranza islamica degli uiguri

Corriere della Sera
Dna, scansione dell’iride, impronte digitali e quant’altro sia utile — parliamo di dati biometrici — per identificare una persona al di là di ogni dubbio. In Cina si è da poco conclusa un’operazione senza precedenti nel campo della schedatura dei cittadini. Con un piccolo particolare: riguarda la popolazione tra i 12 e i 65 anni di una sola provincia, lo Xinjiang.


Per l’agenzia , denominato «Visite mediche per tutti», ha uno scopo unicamente di salute generale ed è stato offerto «su base volontaria» a 19 dei 21 milioni di residenti della provincia autonoma della Repubblica Popolare, dove risiede la minoranza islamica uigura (11 milioni). 

Per Human Rights Watch, che ha denunciato la procedura, la realtà è diversa. «Questi dati — si legge in un rapporto pubblicato ieri sul sito dell’organizzazione internazionale — possono essere utilizzati per controllare una popolazione sulla base dell’origine etnica e sono una palese violazione dei diritti fondamentali dei cittadini». 

Sempre secondo l’organizzazione umanitaria, non tutti i partecipanti alla raccolta delle caratteristiche personali erano al corrente che i medici impegnati nella profilazione avrebbero trasmesso ai servizi di sicurezza l’intero database. «Le autorità locali dello Xinjiang — ha dichiarato Sophie Richardson, direttore dell’ufficio di Hrw dedicato alla Cina — dovrebbero cambiare nome all’intero progetto. Invece di “Visite mediche per tutti”, dovrebbero chiamarlo “Violazione della privacy per tutti”, dal momento che il consenso informato e una reale scelta non sembrano parte di questi programmi».

In base alle linee guida, differenti autorità fungono da centri di raccolta dei dati. I quadri di partito e la polizia sono responsabili delle fotografie, delle impronte digitali e della scansione dell’iride, oltre che dell’hukou (il permesso di residenza delle famiglie). 

Usano app per smartphone progettate appositamente. Invece le autorità sanitarie si occupano di raccogliere il Dna e i campioni di plasma per determinarne il gruppo sanguigno. Anche questi dati sono alla fine inviati alla polizia. Pechino ha respinto le accuse di Human Rights Watch, spiegando che il programma ha «uno scopo puramente medico-scientifico», mentre i risultati potranno essere utili per «alleviare la povertà della regione, assicurare una migliore gestione locale» e, soprattutto, «promuovere la stabilità sociale». 

Curioso tuttavia come la procedura abbia riguardato soltanto i residenti dello Xinjiang, provincia grande oltre cinque volte l’Italia, per lo più desertica (ma ricca di risorse naturali) nell’estremo Nordovest del Paese. Non solo, l’ordine di raccogliere i dati è stato esteso anche a chi si è spostato altrove in Cina, di fatto consegnando alle autorità di polizia un archivio capace di rintracciare nomi, volti e origine etnica di tutti, dentro e fuori la provincia.

Lo Xinjiang è percepito a Pechino come una regione «problematica». Molti degli attentati terroristici che hanno mietuto vittime in Cina sono stati rivendicati da «separatisti» uiguri. Ora, tutti i cittadini, senza distinzione, sono nell’occhio (digitale) del governo.

Paolo Salom

Messico - Strage di donne - In aumento il femminicidio - 2.700 donne assassinate nel 2016 - 8 al giorno.

Globalist
Femminicidi, femminicidi, femminicidi. Una strage quotidiana: la violenza contro le donne è tornata a crescere nel Messico e nel 2016 le statistiche - che registravano un calo nel triennio precedente - sono tornate a salire: 2700 donne assassinate.

Il ministero dell'Interno, l'istituto nazionale delle donne e l'Onu hanno presentato uno studio dal titolo "Violenza femminile in Messico, approcci e tendenze 1985-2016" nel quale si evidenzia che lo scorso anno ogni giorno sono state uccise circa 8 donne per un tragico bilancio finale di 2746. 

Vittime sia della violenza sociale che della criminalità organizzata.
Tra l'altro - come se non bastasse - le statistiche dicono che le donne sono uccise ancora più barbaramente degli uomini, ossia accoltellate, impiccate e con tanti altri sistemi crudeli che dimostrano la misoginia degli assassini.

Del resto nel Messico - e purtroppo non solo nel Messico - c'è una cultura dominante che tiene poco in considerazione le donne, percepite da alcuni come veri e propri oggetti usa e getta, tanto che la violenza contro le donne non è considerata da molti un reale problema sociale ma c'è fin troppa tolleranza verso comportamenti sessisti o violenti.
Ultimo dato: i femminicidi non avvengono solo all'interno della coppia o della famiglia, nonostante la violenza domestica resti comunque un problema strutturale in larghi strati della società messicana.
Negli ultimi anni si è ridotto il numero di femminicidi con vittime minori di 15 anni ma è considerevolmente aumentato tra i 20 e i 40 il numero di femminicidi nella terza età.

Iraq - Esecuzione di massa a Nassiriya di 38 detenuti jihadisti

Blog Diritti Umani - Human Rights
Nassirya (Iraq) - Trentotto jihadisti condannati a morte per "terrorismo" sono stati giustiziati giovedì scorso nel carcere di Nassiriya, nel sud dell'Iraq.


Questo è il più grande numero di esecuzioni in Iraq dopo i 42 condanne a morte eseguite il​25 settembre nella stessa prigione.

"L'amministrazione carceraria ha giustiziato giovedì alla presenza del ministro della Giustizia Haidar al-Zameli, nel carcere di Nassiriya, 38 prigionieri del braccio della morte appartenenti ad Al Qaeda e Da'esh accusati di svolgere attività terroristiche", ha detto. Dakhel Kazem, vice direttore della Commissione di sicurezza del consiglio provinciale di Zi Qar.

Queste esecuzioni hanno avuto luogo dopo la conferma del verdetto del Consiglio Presidenziale, come prevede il Ministero della Giustizia.

Tutti i detenuti giustiziati giovedì erano iracheni. Una fonte del carcere afferma che uno di loro era di nazionalità svedese.

Lynn Maalouf, direttrice di Amnesty International 
del Medio Oriente ha dichiarato: "Praticando le esecuzioni di massa, la seconda in tre mesi, le autorità irachene hanno ancora una volta mostrato un flagrante disinteresse per la vita e la dignità umana" .

"Le vittime dell'Isis meritano giustizia e non esecuzioni di massa dopo processi frettolosi e imperfetti", ha detto. "Le persone che hanno commesso attacchi mortali contro la popolazione civile devono essere processate, ma le esecuzioni non sono una risposta".


ES

Fonte: AFP

giovedì 14 dicembre 2017

Gran Bretagna. Indagini dopo la 12ma morte di un immigrato in un Centro di detenzione

Nova
Le circostanze della morte di un immigrato polacco detenuto nella prigione Altcourse di Liverpool gestita dal gruppo privato G4S sarà investigata dallo "Ombudsman", l'organismo indipendente britannico di controllo dell'amministrazione giudiziaria e carceraria. 
Il decesso del 34enne Michael Netyks, fa notare il quotidiano laborista "The Gardian", è la 12esima morte registrata nel corso del 2017 di un immigrato detenuto nelle carceri britanniche: in tutti i casi si è trattato di suicidio e di cittadini di paesi membri dell'Unione Europea; il dato tuttavia, secondo le associazioni di difesa dei diritti umani sentite dal giornale, solleva inquietanti interrogativi sul trattamento in Gran Bretagna dei detenuti immigrati.

Birmania, si scoprono gli orrori: stupri su donne Rohingya metodici, come arma di guerra

Ansa
In un'inchiesta l'Ap ha intervistato 29 donne tra i 13 e i 35 anni.
Lo stupro come arma di guerra, le efferate uccisioni di genitori, figli e fratelli proprio durante le violenze sessuali, il terrore di fronte ai soldati che in alcuni casi paralizza e toglie anche la voce e le lacrime. 


La denuncia di decine di donne musulmane di etnia Rohingya sopravvissute alle violenze dei militari e fuggite dalla Birmania in Bangladesh è stata raccolta dalla Associated Press nei campi profughi. Le vittime hanno tra i 13 e i 35 anni, sul corpo portano i segni delle torture subite, in braccio hanno i bimbi che da quegli stupri sono nati.

L'agenzia Ap precisa che gli atroci racconti delle donne e delle ragazzine sono stati ascoltati separatamente, in diversi campi approntati per gli sfollati Rohingya oltre il confine tra la Birmania e il Bangladesh. Ogni storia è diversa ed è avvenuta in villaggi diversi di cui ormai resta ben poco, ma tutte si somigliano nell'evidenziare la violenza di chi ha il potere, di chi agisce in gruppo e ha le armi e la garanzia dell'impunità.

In Birmania le autorità militari hanno sempre negato che i soldati si siano abbandonati a violenze gratuite contro i civili inermi, ma nelle zone dei villaggi Rohingya da mesi è impossibile accedere, sia per le organizzazioni umanitarie internazionali sia per gli inviati dei media di tutto il mondo.

Il racconto dell'orrore fatto dalla Ap comincia da R., una bambina di 13 anni: le hanno ucciso a coltellate il padre, l'hanno strappata ai fratellini più piccoli, in dieci dopo averla legata a un albero l'hanno stuprata finchè non ha perso i sensi. R. si è ritrovata in Bangladesh, salvata dai fratelli più grandi e soccorsa da un medico che le ha dato un contraccettivo. Ma non dorme, fatica a mangiare, ha incubi continui sui fratellini che le hanno strappato e che teme siano stati uccisi.

Poi c'è F, che l'incubo l'ha vissuto due volte a distanza di pochi mesi. In giugno i soldati erano sette, hanno sparato e sgozzato il marito, rubato le poche cose di valore che c'erano in casa. Dopo averla stuprata a turno, le hanno dato fuoco. L'hanno salvata i vicini ma in settembre cinque soldati sono tornati: di nuovo massacrata di botte e violentata, lasciata per morta, ora in Bangladesh aspetta un bimbo. Ed è decisa ad amarlo. Comunque.

Altre storie parlano di K., che il marito non ha soccorso perchè era stata violentata da non musulmani (i soldati birmani sono buddisti); di R, che a piedi nudi e con la schiena trafitta da varie coltellate per quattro giorni si è trascinata nella foresta e solo quando ha visto il fiume ha capito che si sarebbe salvata; di A. che era un ammasso di sangue e dolore ma, dice, 'Allah mi ha salvato'; di M. che era all'ottavo mese di gravidanza e che dopo gli stupri è stata presa a calci in pancia finchè non ha abortito. I loro racconti si chiudono tutti con una domanda: "Potremo mai ritrovare un po' di pace?".

mercoledì 13 dicembre 2017

Iran conferma pena di morte per Ahmadreza Djalali medico che lavorava a Novara

Il Giornale
Nessun ribaltamento di sentenza in Appello, dove il medico Ahmadreza Djalali, in carcere in Iran dall'aprile del 2016 perché accusato di spionaggio in favore di Israele, è stato di nuovo condannato a morte.

Il medico Ahmadreza Djalali
"Gli avvocati di Ahmadreza Djalali hanno appreso sabato 9 dicembre che la Sezione 1 della Corte Suprema aveva preso in considerazione e ha confermato la sua condanna a morte in modo sommario senza concedere loro l’opportunità di presentare le loro osservazioni difensive", conferma in un comunicato Amnesty International.

Djalali, esperto di Medicina dei disastri, aveva lavorato a Novara dal 2012 alla fine del 2015, all'Università del Piemonte occidentale. Al momento dell'arresto collaborava ancora con l'ateneo italiano.

L'arresto di Djalali è avvenuto durante un viaggio in Iran, dove si trovava per motivi di lavoro su invito dell'università di Teheran. All'inizio del 2016 aveva lasciato l'Italia per la Svezia, dove si era trasferito insieme alla moglie Vida e ai figli Amitis e Ariou, di 14 e 5 anni.

Madina, la bambina afghana respinta dalla Croazia, è stata sepolta in Serbia

Corriere della Sera
Diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Medici senza frontiere, hanno documentato il respingimento di centinaia di persone con diritto di chiedere asilo. Tutti respinti dai confini europei in Croazia, Ungheria e Bulgaria. Secondo Msf, almeno sette profughi, di cui tre bambini, sono morti al confine tra Serbia e Croazia nell’ultimo anno, proprio lungo la linea dei binari tra Tovarnik e Sid. Madina riposa in pace, purtroppo non da sola.
A sei anni, uccisa sul confine dopo che la famiglia stava cercando di entrare in Europa. La guardia di frontiera li aveva respinti.


Singhiozza sulla terra ghiacciata che copre il corpo della figlia. Madina aveva solo sei anni. La sua vita se l’è portata via un treno di notte al confine tra Serbia e Croazia, mentre camminava lungo un binario sognando l’Europa. Non si dà pace Rahmat Shah Hussein, 39 anni, da due in fuga dall’Afghanistan insidiato da Isis e talebani. Era stato minacciato perché aveva lavorato per le forze americane e voleva mettere la sua famiglia al sicuro. In quattordici avevano attraversato l’Iran e la Turchia, la Bulgaria infine la Serbia. Per quasi un anno sono rimasti intrappolati in quel limbo dove sono si trovano intrappolati altri settemila migranti da quando — nel marzo del 2016 — l’Europa ha chiuso le sue porte a quanti erano in marcia dai Balcani.

Gli Hussein erano pronti per l’«ultimo miglio». Ma per passare il confine si sono dovuti dividere: i soldi per avvicinarsi alla frontiera croata in taxi non bastavano per tutti. E hanno iniziato a farsi strada prima la moglie con Madina e altri cinque figli. Oltrepassato un campo con filo spinato — racconta la madre Muslima all’Agence France Presse — sono arrivati in Croazia, stato dell’Unione dove contavano di vedersi riconosciuto lo status di rifugiato.

Dopo ore di cammino invece le guardie di frontiera li hanno bloccati a Tovarnik, cittadina al confine con la Serbia, e li hanno rispediti indietro. A nulla sono servite le suppliche della madre, che aveva implorato di poter almeno ripartire con la luce del giorno, per far riposare i suoi bambini, quattro sotto i dieci anni. Ma la polizia croata è stata irremovibile: li ha scortati alla frontiera, con l’indicazione di seguire i binari della ferrovia, «senza nemmeno avvisarci che di lì a poco sarebbe passato un treno» ha raccontato la donna. Stremati, al freddo e al buio pesto, Muslima e i suoi figli hanno ripreso il cammino. Fino a quel rumore sordo che si è portato via la sua bambina.

Madina è stata investita vicino a Sid, ultima cittadina in Serbia prima del confine croato. È il fratello Rashid a trovare la sorellina, sbalzata di qualche metro e coperta di sangue. Sconvolti, i familiari sono andati a chiedere aiuto alle stesse guardie croate di frontiera che li avevano respinti. Sono rimasti bloccati nella foresta per un’ora, con gli agenti che intimavano loro di aspettare la polizia serba. Nel frattempo la piccola è stata portata via da un’ambulanza: sua madre avrebbe voluto salire a bordo ma le è stato impedito. E nemmeno è riuscita a sapere dove veniva portata. I familiari vengono riuniti a Belgrado ed è qui che, due giorni dopo l’incidente, apprendono che Madina è morta.

L’indomani all’alba sono stati portati con un imam al cimitero cristiano ortodosso di Sid. «Sotterrateci con lei» ricorda di aver detto il padre, contrario a questa per la sepoltura fatta quasi di nascosto. La famiglia aveva chiesto che Madina fosse sepolta nella capitale, Belgrado, dove è presente una comunità afghana. Madina se n’è andata così, respinta illegalmente da un Paese dell’Unione europea. Ma la autorità croate hanno smentito questa ricostruzione, negano che la piccola e la sua famiglia abbiano messo piede nel loro Paese prima dell’incidente e tanto meno che le guardie di frontiera l’abbiano respinta e indirizzata verso i binari.
Alessandra Muglia

Condividiamo la campagna: "A Natale aggiungi un posto a tavola" della Comunità di Sant'Egidio

Blog Diritti Umani - Human Rights
E' una tradizione della Comunità di Sant’Egidio da quando, nel 1982, un piccolo gruppo di persone povere fu accolto attorno alla tavola della festa nella Basilica di Santa Maria in Trastevere.
La festa negli anni si è andata allargando, come per un benefico contagio, e ha raggiunto anche tanti paesi del Sud del mondo in tutti i continenti. 
Il Pranzo corona un anno di vicinanza e di impegno per chi vive in difficoltà e si realizza nelle chiese, nelle case, ma anche negli istituti per anziani, per bambini, per handicappati, nelle carceri, negli ospedali, perfino nelle strade. 
Quest'anno si vuole offrire il pranzo di Natale ad oltre 200.000 persone in Europa, Africa, Asia e America Latina
Aderiamo alla raccolta fondi “A Natale aggiungi un posto a tavola” di @santegidionews con #SMSsolidale 45568

Con il sms 45568 potrai donare 
2€ da cellulare o 5€ da rete fissa o fare una donazione in questa pagina



martedì 12 dicembre 2017

I cambiamenti climatici e 20 milioni ogni anno i rifugiati ambientali, una questione tutta da affrontare

eHabitat
“A livello globale gli spostamenti legati alle condizioni meteo colpiscono già circa 20 milioni di persone ogni anno, anche se non tutti possono essere attribuiti direttamente ai cambiamenti climatici“.

Queste le parole, riportate dall’Adnkronos qualche giorno fa, di John Slocum, ricercatore associato senior del CIDOB, Barcelona Centre for International Affairs, impegnato da anni a studiare migrazioni internazionali, sviluppo e politiche di immigrazione. Parole che il dottor Slocum ha proferito all’interno del suo intervento presso l’ottavo Forum Internazionale su alimentazione e nutrizione del Barilla Center for Food&Nutrition organizzato a Milano il 4 e 5 Dicembre scorsi.
Cambiamento climatico: cosa vuol dire?
Significa che i cambiamenti climatici, ormai sempre più tangibili e preoccupanti, stanno rendendo meno abitabili interi territori i cui abitanti dovranno spostarsi alla ricerca di luoghi più ospitali, più accoglienti, più vivibili.
Da un lato desertificazione, dall’altra aumento del livello del mare. Due conseguenze dell’innalzamento delle temperature che si sta registrando in questi ultimi anni.

Infatti il 2016 risulta essere l’anno più caldo da quando si è iniziato a rilevare le temperature globali ed è il terzo anno consecutivo con questo record. L’aumento della temperatura è di 1,1° C dall’inizio dell’era industriale (fonte: Climate Change, Migration and Displacement, Greenpeace).

Il rifugiato ambientale non rientra dunque in queste situazioni, cosa che, avverte la Spinelli, rende difficile fornire aiuto internazionale se non quando il disastro ambientale è sfociato poi in guerra o persecuzione.

Inoltre cercano rifugio, almeno inizialmente, all’interno del proprio paese: sono Internally Displaced People, mentre il rifugiato “politico” chiede asilo in un paese diverso da quello da cui proviene. Gli Internally Displaced People rischiano così di entrare in una zona d’ombra, poco visibile dalla comunità internazionale.

Emblematica la storia siriana. Il paese fu colpito tra il 2006 e il 2010 da una terribile siccità. Cause ne furono sfruttamento di terre e irrigazioni eccessive, in altri termini land grabbinge water grabbing. Quasi un milione e mezzo di siriani perse i propri mezzi di sussistenza con l’85 % di bestiame morto e la scomparsa di colture quali grano e orzo. Le prime rivolte possono essere ricondotte a questi fenomeni, a cui il conflitto geopolitico ha poi dato sviluppo e vigore.

Che fare dunque?
Secondo Slocum è necessario per i governi “superare il concetto di sicurezza nazionale che troppo spesso domina il dibattito politico.” E cita il Platform on Disaster Displacement, un’iniziativa volontaria internazionale che “promuove le buone pratiche e lo sviluppo di capacità che possono aiutare i governi e gli stakeholder a proteggere gli sfollati dai disastri naturali e dagli effetti dei cambiamenti climatici“.

Alla base rimane poi l’obbligo di mettere in pratica concretamente e su tutti i livelli le misure più adatte per ridurre le cause del cambiamento climatico a partire dalle emissioni di CO2. Livello di intervento non solo politico ma che riguarda la vita di noi tutti.

Sara Pananella

Migranti in Libia - Unione Africana finalmente prende l'iniziativa di organizzare 20.000 rimpatri volontari per sottrarre uomini e donne alla schiavitù.

lanuovabq.it
Dopo la diffusione di filmati che riprendono la vendita come schiavi di emigranti clandestini arrestati in Libia, detenuti in centri governativi, e dopo che l'Organizzazione internazionale per le migrazioni ha dichiarato di aver raccolto prove a conferma, l'Unione Africana sembra essersi finalmente accorta del fatto che da anni centinaia di migliaia di Africani percorrono il continente clandestinamente, affidandosi a organizzazioni criminali, diretti in gran parte in Libia da dove sperano di raggiungere via mare l'Europa.


Quelli che non riescono nell'intento, arrestati prima di imbarcarsi, vengono rinchiusi in centri di raccolta, in condizioni deplorevoli. Si stima che attualmente siano 20.000 gli emigranti in questa situazione. Durante il summit Unione Europea-Unione Africana svoltosi a fine novembre ad Abidjan è stato deciso un piano di evacuazione urgente che dovrebbe consentire di rimpatriarli tutti entro sei settimane.

L'organismo pananfricano informa che sta già predisponendo i necessari servizi consolari e si è attivato per ottenere i permessi di atterraggio per gli aerei che riporteranno a casa gli emigranti. 

Alcuni stati africani pare abbiano già incominciato a rimpatriare i propri cittadini. Entro fine anno almeno 15.000 emigranti dovrebbero aver lasciato la Libia, sostiene il vicepresidente della Commissione dell'Unione Africana, Kwesi Quartey. I rimpatri saranno volontari, ha specificato Quartey, e verranno gestiti in collaborazione con l'Organizzazione internazionale per le migrazioni.

lunedì 11 dicembre 2017

Si chiamava Abdul. Morto di freddo e di stenti: era un piccolo Rohingya

Globalist
Aveva solo 11 mesi e le condizioni misere in cui vivevagli avevano procurato tosse e febbre che l'hanno portato via.


La sua storia l'abbiamo già raccontata l'altro giorno, mostrando la foto della zia in lacrime vegliare sul corpicino.
Oggi abbiamo voluto dare un volto a quel piccolo di 11 mesi di entia Rohingya morto in Bangladesh dove la sua famiglia era fuggita due mesi fa per cercare ripararo dalle violenze dell'esercito del Myanmar.

Abdul Aziz aveva 11 mesi (dalle foto della Reuters sembra più grande ma realmente non aveva compiuto nemmeno un anno) e da circa dieci giorni aveva tosse e febbre alta per le condizioni proibitive in cui vivono i rifugiati.
Il piccolo è morto in un ospedale locale e subito dopo il suo corpo è stato composto nel campo profughi per l'ultimo saluto.

Lui è uno dei volti di questa schifosa e terribile pulizia etnica di questo popolo reietto e senza patria.
Abbiamo parlato dei Rohingya tante volte, E continueremo a farlo per raccontare, nel nostro piccolo, le sofferenza di quella gente così lontana vittima delle ingiustizie di un mondo sempre più ingiusto e sempre più violento contro i poveri e i diseredati.

Crisi Honduras: manifestazioni, denunce e richiesta di nuove elezioni

Euro News
5 mila honduregni hanno partecipato venerdi sera ad una manifestazione pacifica per le strade di Tegucigalpa per protestare contro la situazione di stallo che si è creata dopo le elezioni, macchiate di accuse di brogli. Salvador Nasralla denuncia il presidente del tribunale e chiede nuove elezioni.

"Fuori Juan Orlando Hernandez, via il Dittatore", gridano i circa 5 mila dimostranti dell'opposizione che venerdi sera hanno partecipato ad una manifestazione per le strade di Tegucigalpa, la capitale dell'Honduras. 

Musica, bandiere, fiaccole, candele hanno caratterizzato le proteste, comunque pacifiche, contro lo stallo che si è creato dopo le elezioni del 26 novembre scorso. La Polizia, in assetto anti-sommossa, ha controllato che tutto filasse liscio. La manifestazione è stata organizzata dalle opposizioni, l'Alianza di Salvador Nasralla e il partito liberale dell'Honduras di Luis Zelaya, arrivati secondo e terzo dietro al presidente Hernandez (Nasralla addirittura solo per l'1,6% dei voti in meno) nella contestate elezioni, macchiate da accuse di brogli.

"Chiediamo che la democrazia sia rispettata e che Salvador Nasralla sia dichiarato presidente, perché il popolo honduregno ha votato per questo candidato e vogliamo siano rispettati i nostri diritti", dice Renan Ordonez, sostenitore dell'opposizione.

Oltre a richiedere il riconteggio di 18mila schede, i due partiti di opposizione hanno presentato formale richiesta di annullamento delle elezioni, invocando il ritorno alle urne il prima possibile. La stessa Organizzazione degli Stati Americani - presente, al pari dell'Unione Europea, come osservatore - ipotizza le nuove elezioni come l'unica via di uscita per il paese centroamericano, uno dei piu' poveri del continente americano.

Lo stesso Salvador Nasralla, celebre presentatore televisivo, ha altresi denunciato il presidente del Tribunale David Mataramos Batson per abuso di autorità, violazione dei doveri dei funzinari pubblici e falsificazione di documenti.

Cristiano Tassinari

Congo: Peacekeeper Onu sotto attacco, il 7 dicembre 14 morti di cui 12 caschi blu.

Ansa
Un "grande numero" di peacekeeper dell'Onu sono rimasti uccisi e feriti in un attacco nella Repubblica democratica del Congo. Lo ha reso noto il comando Onu. Il capo dei Caschi Blu Onu Jean-Pierre Lacroix ha reso noto su Twitter che l'attacco si è verificato il 7 dicembre nella provincia del North Kivu, nell'est del paese.


Le evacuazioni sono in corso, ha spiegato Lacroix, che si è detto "indignato" dall'attacco ma non ha identificato gli autori. La missione Onu di peackeeping in Congo è la più grande del mondo, per tentare di porre un argine ai conflitti tra i numerosi gruppi armati che si contendono il territorio nel grande paese centroafricano, ricco di risorse minerarie.

"E' una giornata tragica per la famiglia Onu". Lo ha detto il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. "Condanno questo attacco senza riserve e chiedo alle autorità del Congo di portare i colpevoli alla giustizia". 


Il bilancio e' di almeno 14 morti, tra cui 12 caschi blu della Tanzania, e oltre 40 feriti. "E' il peggior attacco contro i caschi blu nella storia recente dell'Onu", ha detto Guterres.

domenica 10 dicembre 2017

Italia - Il carcere torna a fare notizia con i suoi morti. Ieri 3 suicidi, 2 detenuti e un agente

Il Messaggero
In poco meno di due giorni l'emergenza carceri torna a mostrarsi nella sua gravità: due detenuti si sono suicidati, uno ieri a Regina Coeli, uno oggi a Terni, e un agente di polizia penitenziaria si è tolto la vita mentre era di guardia nella portineria dell'istituto penitenziario a Tolmezzo.

Sull'ultimo caso il Sindacato autonomo di Polizia Penitenziaria (Sappe) ha dichiarato: "Sembra davvero non avere fine il mal di vivere che caratterizza gli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria. Siamo sconvolti. L'uomo era benvoluto da tutti, molto disponibile e lavorando all'Ufficio Servizi del carcere era sempre a disposizione degli altri".

Secondo i dati riferiti dall'associazione "Antigone", negli ultimi tre anni sono stati 56 gli agenti che si sono tolti la vita. Sale invece a 50, con il detenuto marocchino che si è impiccato nella sua cella a Terni, il numero dei suicidi tra i reclusi.

"Ogni suicidio è sicuramente una storia a sé, un gesto individuale di disperazione - ha dichiarato Patrizio Gonnella, presidente di Antigone - detto questo, ogni suicidio è anche il fallimento di un processo di conoscenza e presa in carico della persona. I suicidi non si prevengono con la sorveglianza asfissiante ma con i colloqui individuali, il sostegno psicosociale, la liberalizzazione delle telefonate, la sorveglianza dinamica, l'umanità del trattamento". Secondo Gonnella "vanno chiusi tutti i reparti di isolamento di fatto o di diritto a partire dal carcere romano di Regina Coeli. Tutti i detenuti devono stare almeno 8 ore fuori dalla cella".

"Siamo convinti - dice ancora - che con la riforma della legge penitenziaria, che speriamo arrivi presto, la vita in carcere potrebbe essere meno dura di quello che è oggi. E che sia meno dura anche per lo staff penitenziario tutto, ivi compreso il personale di polizia"

"Il suicidio di un agente a Tolmezzo, il cinquantaseiesimo negli ultimi tre anni - sottolinea Gonnella - al di là delle motivazioni personali, è un grido di allarme verso le istituzioni. Va assicurato prestigio sociale ed economico a tutti gli operatori penitenziari. E vanno subito assunti giovani direttori, educatori, assistenti sociali e psicologi. In questo modo ci sarà anche meno carico sui poliziotti". "Antigone" ricorda come il sovraffollamento negli istituti di pena in Italia continua a crescere. A fine novembre i reclusi risultano aver superato quota 58 mila con un affollamento del 115,1%. Nello stesso periodo del 2016 i detenuti erano 4 mila in meno.

10 dicembre - La Giornata mondiale dei diritti umani. In aumento guerre e fame.

Radio Vaticana
Nata come risposta alle tragedie e ai lutti della Seconda guerra mondiale e dell’Olocausto, la Dichiarazione universale dei diritti umani fu firmata a Parigi il 10 dicembre del 1948 dai membri delle neonate Nazioni Unite. Il documento, disponibile in più di cinquecento lingue, è il più tradotto del mondo e tutela a livello internazionale libertà individuali e tutele sociali.

La tragica fuga dei Rohingya dal Myanmar in cerca di rifugio in Bangladesh
“Uno strumento che ha aiutato un numero incalcolabile di persone a raggiungere maggiore libertà e sicurezza, e ha anche aiutato a prevenire violazioni, ottenere giustizia e rafforzare le leggi sui diritti umani a livello nazionale e internazionale”, ha scritto in un messaggio il Segretario generale dell’Onu Antonio Guterres. In occasione della Giornata mondiale dedicata al tema, le Nazioni Unite lanceranno a Parigi una campagna per fare il punto sul rispetto dei diritti umani nel mondo in vista del 70.mo anniversario del prossimo anno.

In questa fase la mancanza delle libertà fondamentali dell’uomo è sempre più spesso legata all’aumento della fame come conseguenza delle guerre in corso in Siria e in Paesi dell’Africa come Sud Sudan, Repubblica Centrafricana e l’area in cui operano i terroristi islamisti di Boko Haram. 


“Questa correlazione - diritti umani con la fame e diritti umani con le guerre - diventa un trinomio estremamente preoccupante”, spiega il vicedirettore della Caritas italiana Paolo Beccegato. “Purtroppo la fame nel mondo è tornata a crescere nel corso dell’ultimo anno, dopo un lungo periodo di costante decrescita” , continua, mentre “ accesso all’istruzione, agli strumenti per la salute e poi anche alle condizioni, per esempio, nella gestione della giustizia: le detenzioni arbitrarie, le esecuzioni sommarie, le condizioni carcerarie… Tutti questi diritti non vengono garantiti soprattutto nei contesti di guerra”.

“C’è un recentissimo studio della Fao che dimostra come sarebbe più la fame a spiegare questi flussi migratori improvvisi, rispetto addirittura alla guerra. E certamente tutte le lesioni dei diritti umani sono foriere di grandi flussi migratori”, aggiunge Beccegato. Nell’articolo 12 e 13 della Dichiarazione universale sono esplicitamente tutelati sia il diritto dell’individuo a lasciare e ritornare nel proprio Paese e il diritto di ottenere asilo in altri Paesi in caso di persecuzioni. I 250 milioni di migranti del mondo e i 65 milioni di rifugiati e sfollati tuttavia vedono negato ciò che a loro è dovuto dagli impegni internazionali. “In qualche modo si vogliono chiudere gli occhi di fronte a questa realtà se non quando queste persone arrivano da noi in modo massiccio e in modo illegale: illegale nel senso che li rendiamo noi illegali non permettendo loro dei canali o dei corridoi umanitari sicuri”, spiega ancora.

Decisivo, in questo senso, dovrebbe il ruolo della politica nel tutelare la persona e la dignità umana: “L’esperienza ci dice che lavorare per la solidarietà internazionale, lavorare per la tutela dei diritti, lavorare per l’accoglienza dei migranti, se forse, in un primo momento, può far disperdere delle energie, nel medio, lungo periodo permette un arricchimento veramente di tutti sia dal punto di vista generale, culturale ma anche economico. Quindi accogliere, condividere, tutelare i diritti non sono solo diktat, indicazioni di carattere etico, morale, ma per una politica lungimirante sono anche un’indicazione che può portare veramente al bene comune”.

Michele Raviart

sabato 9 dicembre 2017

E ora l'Europa si accorge dell'Africa: il vertice di Abidjan. di Andrea Riccardi

Andrea Riccardi: il blog
Investire sui giovani africani per un avvenire duraturo, per una crescita economica comune di Africa e Europa: il vertice di Abidjan tra Unione Africana e Unione Europea può rappresentare un'inversione di politica. 
In un editoriale su Famiglia Cristiana Andrea Riccardi spiega il perché.


Da Abidjan, in Costa d'Avorio, viene una buona notizia. Qui si è radunato dal 29 al 30 novembre il summit tra Unione Europea e Unione Africana su "Investire sui giovani per un avvenire duraturo". Non un convegno di studio, ma l'incontro di ottanta leader europei e africani. Si è trattato soprattutto di giovani africani, che sono la metà del continente. Questi troppo spesso lasciano la loro terra, divenuta matrigna. I motivi sono molteplici: guerre, violenza diffusa, crisi ecologica, desertificazione, ma anche fame di futuro e voglia di lavoro. Non credono più nei loro Paesi. Disperazione e speranza, allo stesso tempo, spingono i giovani africani verso l'Europa: rischiano la vita, cadono in mano di mafiosi che li trasportano per terra e per mare, finiscono prigionieri di banditi, talvolta venduti come schiavi (lo abbiamo visto in Libia).

C'è il problema di interrompere questi viaggi tragici. D'altra parte il problema dei governi europei è fermare l'immigrazione. Non basta però alzare muri. Anche i governi africani si stanno finalmente rendendo conto che non possono abbandonare i loro concittadini a una triste sorte, mentre finora sono stati fortemente indifferenti.

Bisogna sviluppare opportunità di lavoro in Africa. I giovani africani cominciano ad associarsi a questo processo: start-up, imprese, lavoro sono tematiche da loro trattate parallelamente al summit di Abidjan. Qui si è vista una rete di giovani di vari Paesi africani in movimento, all'insegna di un futuro migliore. Il trattamento dei migranti africani in Libia è stato il detonatore che ha determinato una reazione: «L'immigrazione clandestina è un suicidio», è stato lo slogan della manifestazione giovanile ad Abidjan, alla vigilia dell'apertura del summit euro-africano. Le società civili africane, talvolta compresse da regimi autoritari o umiliate dalla corruzione, si fanno sentire e vogliono partecipare attivamente al rinnovamento.

Il vertice di Abidjan può rappresentare un'inversione di politica. L'Unione Europea si impegnerà con un cospicuo piano d'investimenti nell'ottica di lavorare con gli africani, cogliendo le opportunità economiche del continente. 

Soprattutto bisogna creare lavoro per i giovani. Non si tratta di aiuti, talvolta deviati in percorsi di corruzione, ma della possibilità di una crescita economica insieme. Il premier Gentiloni ha coinvolto quattro Paesi dell'Europa dell'Est, mostrando come l'Africa sia interesse comune del continente, perché - ha affermato - non è possibile che intervengano in Africa solo Unione Europea, Italia e Germania. Ha poi concluso concretamente: «Bisogna rimboccarsi le maniche e mettere mano anche al portafoglio».

Andrea Riccardi

Libano, sette bambini rifugiati siriani morti in un incendio in un insediamento a Ghaze

TG Com 24
Sette bambini sono morti in un incendio in un insediamento di rifugiati siriani in Libano. 
Lo riferisce l'Alto commissariato dell'Onu per i rifugiati (Unhcr). 
Bambini rifugiati siriani in un insediamento in Libano
Il rogo è divampato nel villaggio di Ghaze, nell'est del Paese. L'Unhcr si dice "profondamente scioccata" dalla tragedia. In Libano si registra ufficialmente la presenza di oltre un milione di profughi siriani, rispetto a una popolazione di poco più di quattro milioni.

venerdì 8 dicembre 2017

Trent'anni fa la prima Intifada: la tragedia di seimila morti e una guerra infinita riaccesa dalle scelte di Trump

Globalist
Dopo la decisione di Trump di spostare l'ambasciata Usa in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, leader politico di Hamas, Ismail Haniyeh ha chiamato i palestinesi a una nuova Intifada.


L'annuncio di una nuova intifada coincide con il trentesimo anniversario della prima, quella delle "pietre", scattata nel campo profughi di Jabalia a Gaza il 9 dicembre 1987 in seguito a proteste spontanee e che si concluse nel 1993, quasi simultaneamente alla firma degli accordi di Oslo (il 13 settembre di quell'anno; il 24 l'Olp ordina agli attivisti di cessare ogni operazione militare contro l'esercito israeliano).
Come racconta bene Brahim Maarad la protesta fu innescata dall'uccisione di quattro profughi palestinesi investiti da un camion guidato da un israeliano. La rivolta venne caratterizzata dai lanci di pietre contro le truppe israeliane, ma assunse anche la forma di disobbedienza civile, scioperi generali e boicottaggi sui prodotti israeliani in tutto il mondo arabo. 

La rabbia darà vita a una sollevazione che durerà sei anni, fino al riconoscimento reciproco tra Israele e l'Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Lo scontro coinvolge per la prima volta tutti i palestinesi, sia di Gaza che della Cisgiordania. Si tratta di una protesta popolare che coglie di sorpresa la stessa direzione dell'Olp, allora di base a Tunisi. In campo scendono migliaia di giovani e giovanissimi che prendono a sassate le forze israeliane, impreparate ad affrontare la nuova situazione. Al lancio di pietre queste ultime rispondono con il fuoco delle armi: 1.258 palestinesi restano uccisi. Nel bilancio dei morti, anche 150 israeliani, uccisi in maggioranza verso la fine della prima Intifada per la radicalizzazione della protesta, che vide l'intervento della Jihad Islamica e di Hamas, movimento islamico sorto con la rivolta.

La seconda intifada esplose il 28 settembre 2000, con la visita del leader del Likud Ariel Sharon al Monte del Tempio, luogo sacro nella Città vecchia. Negli scontri conseguenti morirono più di 3.300 palestinesi e 1.000 israeliani.
L'Intifada al-Aqsa durò fino 2005: cinque anni prima, due mesi dopo il fallimento del summit israelo-palestinese a Camp David, Ariel Sharon, allora leader dell'opposizione della destra israeliana si era recato sulla Spianata delle Moschee per una visita provocatoria che infiammò gli animi. 

Il giorno dopo, la polizia apre il fuoco e uccide 5 palestinesi sul posto e altri due in città. Il 30 settembre, il video del 12enne palestinese, Mohammad al-Dourra, colpito a morte tra le braccia del padre diventa il simbolo della rivolta.Complessivamente i morti sono 4.700, di cui l'80% palestinesi. Si moltiplicano gli attentati kamikaze in territorio israeliano e gli attacchi contro le forze di sicurezza e i coloni nei Territori occupati.

L'esercito israeliano mette sotto assedio il leader palestinese Yasser Arafat, bloccandolo a Ramallah dal 2001 al 2004, quando riesce a partire per la Francia, dove muore poco dopo. Sharon, divenuto premier, nel 2002 avvia la costruzione di un muro di separazione con la Cisgiordania mentre nel 2005 si ritira unilateralmente da Gaza, evacuando 8mila coloni. L'8 febbraio 2005, Sharon e Abu Mazen, il successore di Arafat, annunciano la fine delle violenze.

La 'terza Intifada', come è stata forse impropriamente definita, è quella dei "coltelli". Hamas, che ha ormai in mano le redini della rabbia e della frustrazione palestinesi, ha dato la propria benedizione ad assalti messi a segno da lupi solitari, che hanno utilizzato sia armi bianche che veicoli lanciati sulla folla. Da ottobre 2015 sono morti oltre 232 palestinesi e più di 40 israeliani.

Rifugiati - Giudici di Lussemburgo si avviano a deferire, Ungheria, Polonia e Cechia per il mancato rispetto dei piani di ricollocamento

Il ManifestoLa Commissione Ue deferisce Ungheria, Polonia e Cechia ai giudici di Lussemburgo. "Mi auguro che negli ultimi minuti che rimangono questi tre Paesi cambino posizione. Se sarà così ne terremo conto", dice Dimitri Avramopoulos al termine del Consiglio Affari interni di ieri. 


Le speranze del commissario europeo per l'immigrazione sembrano però destinate a rimanere tali. Le reazioni che arrivano da Polonia, Repubblica ceca e Ungheria alla decisione della Commissione Ue di deferire i tre Paesi dell'Est alla Corte di giustizia europea perché si rifiutano di accogliere richiedenti asilo da Italia e Grecia, non lasciano infatti pensare a un possibile passo indietro. 

"Per noi la migrazione illegale è una minaccia e nessuna pressione ci farà cambiare idea" ha subito fatto sapere il ministro degli Esteri di Budapest, Peter Szijjarto. Appena più conciliante il neo premier ceco Andrej Babis, che ha annunciato di voler proporre al Consiglio europeo del 14 dicembre soluzioni alternative per risolvere la crisi dei migranti. La sostanza, però, non cambia.

La decisione di ricorrere alla Corte di Lussemburgo è l'ultimo passo della procedura di infrazione avviata dalla Commissione europea contro Ungheria, Polonia e Cechia per la chiusura dimostrata al piano di ricollocamenti deciso nel 2015 dal Consiglio europeo. 

Un meccanismo che prevede la distribuzione automatica dei rifugiati tra gli Stati membri e la cui validità è stata confermata il 6 settembre scorso proprio dalla Corte di giustizia europea.

A Bruxelles si sperava in una cambio di passo da parte dei tre Paesi che con la Slovacchia formano il blocco di Visegrad. Invece niente. "Mentre gli altri Stati membri hanno ricollocato e preso impegni nei mesi passati - spiegava ieri una nota della Commissione - l'Ungheria non ha intrapreso nessuna azione", "la Polonia non ha ricollocato nessuno e non ha preso impegni dal dicembre 2015" e "la Repubblica ceca non ha redistribuito nessuno dall'agosto 2016 e non ha preso alcun impegno per oltre un anno". Insomma chiusura totale, è la conclusione amara.

Adesso il deferimento alla Corte di Lussemburgo è destinato a complicare ulteriormente i già difficili rapporti tra le istituzioni europee e i paesi dell'Est. Per quanto riguarda l'Ungheria, in particolare, ieri la Commissione ha anche deciso di ricorrere al parere della Corte di giustizia per quanto riguarda la legge anti-Ong approvata da Budapest, ma anche di procedere con la procedura di infrazione in relazione alla sua legislazione in materia di diritto d'asilo. 

"Una cosa deve essere molto chiara: non possono esserci soluzioni alla free-rider" ha spiegato il vicepresidente della Commissione Frans Timmermans, lasciando intendere che nessun Paese può decidere da solo come agire. "Se uno Stato membro si trova ad affrontare una crisi, deve poter contare sulla solidarietà di ciascun altro Stato membro. Non ci si può sfilare dalla solidarietà perché non ci si sente a proprio agio".

Seppure indirettamente, la risposta a Timmermans è arrivata da Varsavia. Le quote - spiega una nota del ministero degli Esteri polacco - non solo non hanno contribuito a migliorare la situazione della migrazione né la sicurezza europea", ma "hanno approfondito in modo significativo le divisioni tra gli Stati membri". Una situazione a quanto pare destinata a proseguire.

Carlo Lania

Italia - Sette Ong pronte a partire in Libia per sostenere i migranti reclusi nei campi.

Vita
Ccs, Cefa, Cesvi, Cir, Emergenza Sorrisi, Fondazione Albero della Vita e Gus sono gli enti che hanno partecipato, da soli o in consorzio, al bando ministeriale per andare a operare nel difficile contesto libico, in cui le lesioni dei diritti umani delle persone migranti sono all'ordine del giorno. "Inizieranno a operare prima possibile, spero già entro Natale", indica Mario Giro, viceministro Affari esteri e Cooperazione internazionale.

Ecco le sette organizzazioni non governative italiane che hanno partecipato al bando dell'Agenzia italiana per la cooperazione e lo sviluppo, andranno a operare in Libia con progetti finalizzati a migliorare il più rapidamente possibile le condizioni delle persone migranti “intrappolate” nei centri di detenzione del Paese Nordafricano: sono Cesvi, Cir (Consiglio italiano per i rifugiati), Cefa (Comitato europeo per la formazione e l’agricoltura), Gus (Gruppo umana solidarietà), Ccs (Centro cooperazione sviluppo) Emergenza Sorrisi e Fondazione Albero della Vita. Sono cinque i progetti presentati in tutto, perché alcuni enti si sono consorziati nel presentare domanda: Cefa e Fondazione Albero della Vita hanno fatto la propria porosta assieme a Cir, Ccs assieme a una ong Svizzera, Gus con un'associazione libica, mentre Cesvi ed Emergenza sorrisi con proposte singole. Il bando scadeva il 29 novembre 2017 ed era stato promosso da Aics come "Iniziativa di emergenza a favore della popolazione dei centri migranti di Tareka Al Sika, Tarek Al Matar e Tajoura in Libia", per un importo complessivo pari a 2 milioni di euro.

“Puntiamo a dare loro la possibilità di entrare in azione molto presto, se si riesce già prima di Natale”, ha sottolineato il viceministro agli Affari esteri e alla Cooperazione internazionale Mario Giro in un’intervista a tutto tondo sulle relazioni Italia-Africa che Vita.it pubblicherà nelle prossime ore.

Il tema del rispetto dei diritti umani in Libia è diventato oggi il primo punto all’ordine del giorno delle relazioni tra Europa e Africa soprattutto dopo le reazioni di sconcerto - in particolare tra gli stessi giovani africani dei Paesi di provenienza dei migranti - provocate dal video della rete statunitense Cnn in cui si vede chiaramente una compravendita di persone dell’Africa Subsahariana da destinare ad attività lavorative, proprio come accadeva durante i secoli bui dello schiavismo.

Daniela Biella

giovedì 7 dicembre 2017

Italia - Innocenti in cella, risarcimenti per 21 milioni di euro in soli cinque mesi a 475 cittadini

Il Mattino
Ventuno milioni di euro in soli cinque mesi. È questa la cifra che racconta i guasti del sistema giudiziario. Da gennaio a fine maggio 2017 lo Stato italiano è stato condannato a pagare secondo i dati del ministero dell'Economia 21 milioni di danni a 475 cittadini che hanno subito un'ingiusta detenzione.


Uomini comuni, professionisti, malcapitati di ogni estrazione sociale, che si sono trovati chiusi in cella da un momento all'altro prima dello svolgimento di un regolare processo, o che hanno passato mesi o addirittura anni in carcere in seguito a una condanna definitiva, per poi essere scarcerati perché innocenti con tante scuse e pochi spiccioli di indennizzo per l'errore giudiziario.

Il primato delle ingiustizie, com'è ormai tradizione consolidata, appartiene al Sud. E in particolare alla Calabria, dove sono stati versati 4 milioni e mezzo di euro per un errore giudiziario e 74 ingiuste detenzioni nella corte d'Appello di Catanzaro. Ma la Campania segue a ruota: Napoli, con 63 risarcimenti registrati fino al 31 maggio di quest'anno e risarcimenti per 1,9 milioni di euro complessivi, è la seconda città italiana per casi di ingiusta detenzione.

La città si avvia a celebrare quindi un'altra annata nera, in perfetta sintonia con un 2016 da incubo che ha visto la Corte di Appello di Napoli liquidare 350 indennizzi per ingiusta detenzione ad altrettanti cittadini arrestati ingiustamente, per un totale di 4 milioni e duecentomila euro di risarcimenti.

Nella bolgia dell'ingiustizia napoletana, fatta di tempi biblici, di abusi della custodia cautelare, di carceri campane sovraffollate dove 7.219 detenuti devono sgomitare in spazi previsti per 6.120 persone, le storie di malagiustizia sono varie e drammatiche.

[...]

di Francesco Lo Dico

"La povertà non è reato" assolti 7 rom che vivevano in una baraccopoli di Milano

Avvenire
Il fatto"non costituiva reato". Lo ha detto una sentenza del Tribunale di Milano a proposito dell'occupazione abusiva contestata ai rom che abitavano nella piccola baraccopoli di via Cima. In Occasione dello sgombero del 15 marzo, sette di loro erano stati indagati per "invasione di terreni", colpevoli di vivere "all'interno di baracche fatiscenti utilizzate come dimora abituale". 


Ma ieri il giudice alla quarta sezione pennelli ha assolti. Il legale della Comunità di Sant'Egidio, che li ha difesi al processo, ha infatti invocato lo stato di necessità per salvaguardare il diritto fondamentale all'abitazione, senza causare danni a nessuno. 

Il terreno su sui sorgevano era - ed è tuttora - inutilizzato. "Dovevano riparare i bambini, non avevano alternative possibili" dice Genesa, tra gli imputati ascoltati al processo. Suo marito, invece non era indagato: la mattina dello sgombero aveva accompagnato i figli a scuola e la polizia non lo aveva trovato.

Quella di Genesa è una delle otto famiglie che abitavano nella baraccopoli, due volontari della Comunità di Sant'Egidio avevano avviato dei percorsi sociali. Tutto i minori presenti erano iscritti regolarmente dall'asilo nido alle superiori, frequentavano il doposcuola della Comunità presso la biblioteca di zona e le docce nella vicina parrocchia. Per gli adulti erano stati avviati dei percorsi di inserimento lavorativo.
Spiega Sant'Egidio:
"La sentenza  è importante perché è uno stop alla criminalizzazione della porta. Quei rom vivevano nelle baracche non per scelta ma perché poveri". 
Oggi grazie alla Comunità, le otto famiglie vivono in casa, continuano la scolarizzazione dei figli e in ciascuna almeno un componente lavora.
"La povertà non si sconfigge con le ruspe o denunce che intasano i tribunali, ma con seri progetti di accompagnamento sociale"
 ha concluso il comunicato.

Stefano Pasta

Filippine, ucciso Tito Paez, prete difensore dei diritti umani

La Stampa
Colpito a morte da un killer padre Tito Paez, 72 anni, responsabile locale dei Rural Missionaries che si battono in difesa dei più poveri nelle periferie del Paese.

Padre Tito Paez, 72 anni
Ancora un prete ucciso nelle cattolicissime Filippine. Un altro sacerdote impegnato da decenni in battaglie per la giustizia sociale nelle aree rurali del Paese. È successo l’altra sera nel distretto di Nueva Ecija, nella parte centrale della grande isola di Luzon: un killer a bordo di una moto ha sparato a padre Marcelito (Tito) Paez, prete di 72 anni della locale diocesi di San José che è morto poco dopo in ospedale. 

Padre Tito era stato il responsabile della pastorale sociale nella sua diocesi e attualmente era il coordinatore locale dei Rural Missionaries, organismo che nelle Filippine riunisce religiose e religiosi di diverse congregazioni impegnati nelle battaglie per la difesa dei diritti dei più poveri nelle periferie agricole delle Filippine.

A destare scalpore è il fatto che proprio ieri padre Tito fosse riuscito a ottenere la scarcerazione di un’attivista dei movimenti contadini locali che protestano contro l’avanzata delle compagnie minerarie e delle grandi piantagioni nella zona: Rommel Tucay - arrestato a marzo con l’accusa di fiancheggiare la guerriglia maoista degli Npa - era stato rilasciato dopo quasi nove mesi, grazie alla battaglia legale portata avanti in suo favore dal sacerdote. Alla sera qualcuno deve aver deciso di colpire padre Paez proprio per questo.

«Condanniamo con forza l’uccisione ingiusta e brutale di padre Tito Paez - ha scritto in una nota il vescovo di San José, monsignor Roberto Mallari -. Chiediamo alle autorità di indagare e fare giustizia per la sua morte».

Non è la prima volta che nelle Filippine viene ucciso un prete in circostanze del genere: sono molte, ad esempio, le somiglianze tra questo omicidio e la morte di padre Fausto Tentorio, il missionario italiano del Pime ucciso a Mindanao nel 2011 . Anche padre Tentorio era legato ai Rural Missionaries; e anche lui - per il suo impegno in difesa dei diritti delle popolazioni manobo nella valle dell’Arakan - era additato come un fiancheggiatore degli Npa, in un contesto dove gruppi paramilitari al soldo di interessi economici e politici corrotti non vanno troppo per il sottile.

Va aggiunto che a preoccupare è anche il contesto generale in cui si inserisce l’omicidio di padre Paez. Lo scorso 23 novembre il presidente filippino Rodrigo Duterte ha formalmente dichiarato chiusi i negoziati di pace con il National Democratic Front, la formazione considerata il braccio politico della guerriglia maoista. Il dialogo era frutto di una mediazione della diplomazia norvegese e all’inizio del suo mandato Duterte si era detto disposto a rilanciarlo. Invece è arrivata la rottura, scandita anche da rinnovati scontri tra l’Npa e l’esercito filippino, soprattutto nelle aree rurali che sono le roccaforti dei miliziani.

Duterte ha quindi ordinato una lotta a tutto campo contro la guerriglia maoista; ma il timore è che possa diventare il pretesto per togliere di mezzo anche tante altre voci scomode nelle aree rurali.

Giorgio Bernardelli

mercoledì 6 dicembre 2017

Migranti - Il limbo di Ventimiglia - Sul Roia oltre 200 migranti allo stremo. Uno su tre è un minore.

Globalist
La denuncia di Oxfam e Diaconia Valdese. “Costretti in un limbo: sono fantasmi, in una condizione di spaesamento, isolamento e abbandono”.
I 200 immigrati chedormono all’aperto nel campo improvvisato lungo il greto del fiume Roia
“Ho provato 10 volte ad attraversare la frontiera con la Francia nelle ultime settimane, 8 volte a piedi e 2 volte in treno. Ogni volta la polizia francese mi ha fermato, ammanettato. Più volte mi hanno picchiato e ogni volta rimandato a piedi in Italia”. 
Così Sheref (nome di fantasia), 16 anni, fuggito da solo dal Ciad, dove guerra e carestia stanno generando una delle più gravi emergenze umanitarie del mondo, racconta la sua storia, mentre si accinge ad affrontare un'altra notte al freddo dell’inverno, senza sapere nulla di ciò che gli riserverà il domani. L’inferno che ha dovuto attraversare in Libia, dove si è imbarcato per raggiungere l’Europa, non è poi tanto lontano. Quella di Sheref è solo una delle storie raccolte nelle prime settimane di lavoro dell’unità mobile di Open Europe a Ventimiglia, di Oxfam e Diaconia Valdese. 

Al confine tra Italia e Francia, infatti, ci sono centinaia di migranti, per lo più fuggiti da paesi in guerra (Sudan, Iraq, Afghanistan, Eritrea e altri ancora), che si ritrovano a vivere sotto un cavalcavia, lungo il fiume Roia, fuori dal sistema di accoglienza per i richiedenti asilo, in condizioni disumane.

Lungo il fiume Roia oltre 200 migranti allo stremo: 1 su 3 è un minore. Oxfam sottolinea che le persone sono ormai costrette in un “limbo”: sono fantasmi, in una condizione di spaesamento, isolamento e abbandono. La gran parte tenta di attraversare il confine con la Francia, mettendo a rischio la propria vita lungo sentieri di montagna, la ferrovia o i cavalcavia dell’autostrada. “A Ventimiglia è in atto una vera e propria emergenza umanitaria - sottolinea l’organizzazione- sono circa 700 i migranti che si trovano qui nel pieno dell’inverno: 500 vivono nel centro di transito gestito dalla Croce Rossa, mentre oltre 200 dormono all’aperto nel campo improvvisato lungo il greto del fiume Roia. Tra loro circa 1 su 3 sono minori non accompagnati, che dopo non aver ricevuto la protezione a cui hanno diritto in Italia, si vedono respinti con brutalità dalle autorità francesi”.

Minori, madri con bambini: “Li aiutiamo ma bisogna fare di più”. “Ogni giorno incontriamo ragazzi come Sheref, respinti dalla Francia. – raccontano Chiara Romagno responsabile dell’intervento di Oxfam Italia a Ventimiglia e Simone Alterisio, operatore della Diaconia Valdese – Ci sono anche madri con figli molto piccoli, magari a loro volta fuggite quando erano minorenni da conflitti, come quello in Somalia, che si ritrovano a vivere in una totale assenza di diritti e servizi essenziali. Una condizione non lontana da quella infernale della loro provenienza. A loro ogni giorno rivolgiamo tutti i nostri sforzi, distribuendo coperte, scarpe, cappelli per affrontare il freddo della notte”. L’unità mobile di Open Europe, costituita da due operatori socio-legali e un mediatore linguistico-culturale, oltre a distribuire kit di prima necessità ai migranti, identifica i casi di abuso soprattutto verso i soggetti più vulnerabili. Fornendo, là dove necessario, assistenza legale per presentare ricorso verso il decreto di respingimento a supporto di un’eventuale richiesta di protezione internazionale. Vengono inoltre date informazioni sui servizi presenti sul territorio e i rischi connessi all’attraversamento della frontiera italo-francese. "Il progetto Open Europe a Ventimiglia non risolverà i problemi di tutti - ammette il segretario esecutivo della Diaconia Valdese, Gianluca Barbanotti - ma, a volte, è importante essere presenti e cioè essere dove appaiono con vivida concretezza le contraddizioni dell'accoglienza nel momento in cui queste si manifestano alle persone che cercano un futuro migliore. Fornire consulenza legale o un supporto per comunicare con le proprie famiglie lontane, è un'occasione per significare la solidarietà nostra, e di conseguenza di tutte le persone che hanno ancora a cuore i diritti delle persone e non si sono lasciati sopraffare dalla paura."

L’appello alla Ue e all’Italia per la tutela dei diritti dei migranti minori non accompagnati 
“I minori migranti hanno diritto di chiedere protezione internazionale in qualunque Stato membro dell’Unione europea si trovino. A stabilirlo è una sentenza del 2014 della Corte di Giustizia, per questo i respingimenti dalla Francia sono un abuso intollerabile. - afferma il direttore dei Programmi in Italia di Oxfam, Alessandro Bechini – Chiediamo quindi alla Commissione europea e agli Stati membri che vengano messe in atto tutte le procedure affinché i diritti - in particolare di minori fuggiti da guerre, persecuzioni e povertà - vengano sempre garantiti. In questa direzione anche l’Italia può fare la sua parte: ad esempio riducendo i tempi necessari per le procedure di ricongiungimento familiare e garantendo così canali di accesso sicuro verso l’Europa”.

Bahrain - Amnesty e HRW: "repressione politica e religiosa contro gli sciiti", con il via libera di Trump

La Repubblica
La denuncia di Amnesty International e di Human Rights Watch. La piccola monarchia, governata da una famiglia sunnita, in un Paese con il 65% di sciiti.
Beirut - In Bahrain continua la repressione contro l’opposizione politica e religiosa. Il leader del principale partito di opposizione sciita, lo sceicco Ali Salmane, è stato recentemente incriminato dalla procura di Manama per spionaggio con il Qatar. È accusato di avere legami con “un Paese straniero... e di agire per sovvertire l’ordine costituito in Bahrain e danneggiare i gli interessi nazionali”. E' accusato inoltre di “aver rivelato a un Paese straniero informazioni che possono danneggiare lo Stato e la reputazione del Bahrain”. Negli stessi giorni altri dieci esponenti sciiti sono stati condannati a dieci anni di carcere e privati della nazionalità per “complotto terroristico”. Mentre altre 19 persone sono state condannate per “collaborazione con l’Iran per rovesciare il governo.”

Una famiglia sunnita controlla un Paese con il 65% di sciiti. Il piccolo regno, una monarchia costituzionale ereditaria, è guidata dalla famiglia sunnita Khalifa, anche se la popolazione musulmana è per il 65% sciita. La repressione è iniziata nel febbraio 2001 quando, sull’onda delle cosiddette ‘primavere arabe’, anche in Bahrain iniziarono le rivolte. Al centro delle proteste, la denuncia delle discriminazioni contro la comunità sciita. Le dimostrazioni furono represse dal regime con l’aiuto di forze inviate dall’Arabia Saudita. Nel luglio 2016, il partito guidato da Ali Salmane, “al-Wefaq” era stato sciolto dal tribunale del Bahrain. Ali Salmane era stato già arrestato dalle autorità nel dicembre 2014 ed era stato condannato a nove anni di carcere.

Fuorilegge anche leader sunnita di Waad. Poche settimane fa è stato messo fuorilegge anche il “Waad”, movimento alleato di “al-Wefaq”. Il religioso Issa Qassim, massima autorità spirituale sciita del Paese, è stato privato della sua nazionalità, nel 2016, su richiesta del Ministero degli Interni. La repressione del regime non riguarda solo la comunità sciita. Il leader sunnita di Waad, Ibrahim Charif, è stato arrestato nel 2016, con l’accusa di “incitamento all’odio”, per la sua continua richiesta di maggiore democrazia nel Paese. 

A maggio Amnesty International ha denunciato lo scioglimento dei principali partiti politici di opposizione. “Il Bahrain si sta muovendo verso una repressione totale dei diritti umani”, ha detto Lynn Maalouf, direttore presso l’ufficio regionale di Amnesty International a Beirut. “Lo scioglimento di “Waad” è un attacco alla libertà di espressione e associazione. Dimostra ancora una volta che le autorità non hanno intenzione di mantenere gli impegni presi a favore del progresso dei diritti umani.”

Denunciate organizzazioni per i diritti umani. Nella stessa direzione vanno le denunce di altre associazioni per i diritti umani. “Per anni le autorità del Bahrein hanno soffocato la società civile, ma nel 2016 hanno deciso di ridurla al silenzio”, ha dichiarato Joe Stork, vice direttore della divisione Medio Oriente di “Human Rights Watch”. “La stabilità a lungo termine del Bahrain dipende da un processo di riforma politica che rispetta i diritti umani fondamentali, ma per il momento purtroppo sta avvenendo il contrario.”
Anche la mancanza di risposta internazionale alla repressione nel paese è stata ripetutamente denunciata dalle organizzazioni umanitarie.

Il via libera di Donald Trump. Nel marzo 2017, il presidente USA Donald Trump aveva detto al re Hamad del Bahrain; “Non ci sarà alcuna pressione sul Paese con la mia amministrazione”. La piccola monarchia sembra aver interpretato questa dichiarazione come una luce verde per continuare la sua politica di repressione. C’è un chiaro segnale che quella di re Hamad sia l’interpretazione corretta. Nonostante il piccolo regno ospiti la “Quinta Flotta” statunitense, Barack Obama aveva congelato la vendita degli aerei militari F-16, considerando che Manama non aveva fatto abbastanza progressi nel campo dei diritti umani. L’amministrazione Trump a settembre è tornata su questa decisione per autorizzare la vendita.

martedì 5 dicembre 2017

Niger - Acqua garantita nel carcere per minori di Niamey grazie al dono di un grande serbatoio

Blog Diritti Umani - Human Rights
Questo blog pone attenzione a tutti gli sforzi che vengono fatti in vari paesi per umanizzare i luoghi di detenzione, che specialmente nei paesi più poveri, versano in condizioni gravi, con livelli di disagio veramente gravi.
Nell'articolo la realizzazione, della Comunità di Sant'Egidio, di un serbatoio che garantisce la presenza dell'acqua in questa struttura dove sono reclusi dei minori, con un importante miglioramento delle condizioni igienico sanitarie.

www.santegidio.org
Nella prigione di Niamey, nella zona dove sono accolti i “minori” (14-19 anni), un grande serbatoio idrico è stato realizzato dalla Comunità di Sant’Egidio per far fronte alla penuria d’acqua che tante volte ha causato problemi di igiene e di salute, rendendo ancora più dura la detenzione ai 90 ragazzi. “Da quando è arrivata l’acqua”, ha detto il direttore del carcere, “sono diminuiti i ricoveri in ospedale”.



Una cerimonia bella, emozionante e carica di gratitudine alla quale hanno partecipato i ragazzi con giochi e parole di ringraziamento e che ha messo in risalto il lavoro di umanizzazione, così prezioso, che la Comunità porta avanti in tante carceri. 


Anche mons. Ambroise Ouedraogo, vescovo di Maradi, ha invitato i ragazzi a sognare con Sant’Egidio un mondo senza più prigioni: “Vorrei che ciascuno di voi che abita in questa casa, sogni di uscire da qui ed essere migliore. L’inaugurazione di questo serbatoio inaugura la vita nuova che auguro a tutti voi”.

Da molti anni la Comunità di Sant'Egidio è presente in Niger accanto ai poveri e i carcerati, un lavoro che è stato riconosciuto dal governo, che ieri a Roma ha formalizzato la collaborazione attraverso la firma di un Accordo di Sede tra la Repubblica del Niger e la Comunità di Sant'Egidio.