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venerdì 20 ottobre 2017

L'Italia ha bloccato la rotta dalla Libia dei migranti. UNHCR: 14.550 bloccati vittime di soprusi di ogni tipo.

Linkiesta
Secondo l’Unhcr più di 14.500 migranti sono rimasti imprigionati per mesi in condizioni indecenti dai trafficanti vicino alla città costiera di Sabrata. Il 44% di loro dice di voler tornare a casa. Abbiamo puntato tutto sul piano Minniti ma ci siamo scordati che in Libia c’è una guerra civile.


Pensavamo di aver risolto il problema. Sempre meno migranti nelle nostre coste, (-24% rispetto al 2016 ), l’accordo tra Italia e Libia per tenerli nei campi di detenzione, “l’invasione” fermata dopo anni di indecisione politica. Che fine hanno fatto i migranti che non sbarcano più? Non ce ne frega nulla, come quando buttiamo la spazzatura. Mica importa dove va a finire. Quei “rifiuti” di cui non vogliamo sentir parlare, fino a venerdì erano tenuti prigionieri in condizioni indecenti dai trafficanti vicino alla città costiera di Sabrata, a 100 km dalla capitale. Sono 14.500 migranti, tra cui donne incinte, neonati e bambini senza genitori. Erano bloccati in fattorie, case e magazzini nell’area costiera a metà strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Senza cibo, acqua, vestiti scarpe e servizi igienici. L’ha rivelato l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che sta portando aiuti umanitari da una settimana.

Lavori forzati, abusi sessuali, ferite causate da proiettili. La maggior parte dei migranti ha detto ai volontari dell’Unhcr di aver subito almeno una violazione dei diritti umani. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom),il 44% dei migranti detenuti intervistati vuole tornare a casa preferendo la povertà e le guerre all’inferno vissuto fino a questo momento. Le autorità del governo provvisorio libico hanno trasferito i migranti in un hangar nella zona di Dahman per portarli poi nei centri di detenzione ufficiali, dove potranno ricevere le cure.

Pensavamo che il piano di Minniti avesse risolto il problema per sempre. A luglio il ministro dell’Interno aveva stretto un accordo con le milizie “Martire Abu Anas al Dabbashi” e “Brigata 48”: finanziamenti (tanti) per fermare i trafficanti e bloccare i migranti sulle coste. Per questo sono crollati gli sbarchi, proprio da Sabrata, fino a quel momento il principale punto di partenza dei migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. Ma ci siamo scordati che in Libia c’è ancora una guerra civile in corso.

A Tripoli comanda Fayez al Serraj, capo del governo che l’Italia (per ora) appoggia e garante dell’accordo con le due milizie, entrate in tutta fretta nel suo esercito. A Bengasi però, comanda il generale Khalifa Haftar. A lui rispondono i soldati del “Comando operativo contro lo Stato islamico” che fino a venerdì hanno attaccato le milizie finanziate dall’Italia che controllavano per noi i migranti. E mentre le fazioni rivali combattevano per il controllo di Sabrata, i migranti erano intrappolati in case e magazzini. Senza i carcerieri, fuggiti per gli scontri ma senza anche aiuti umanitari. Una settimana fa la battaglia tra le milizie è finita e più di tremila migranti sono stati imprigionati e portati in un altro centro di detenzione controllato dal "Comando operativo contro lo stato islamico", anche lì senza aiuti umanitari.

Intanto le due milizie finanziate dall'Italia sono state cacciate dalla Sabrata. E non è detto che ritorneranno. Finora la strategia italiana, avallata dall'Unione europea, è stata quella di appoggiarsi al governo libico di Al Serraj, ma la sensazione è quella di esserci affidati al cavallo sbagliato. Un piano di un Paese nato per tamponare l'emergenza è diventato la strategia dell'intera Unione europea. Ed ora è in crisi. Tutto basato su accordi con milizie mercenarie che fino a qualche mese fa erano gli stessi a proteggere i trafficanti.

Non sappiamo come finirà la guerra civile, e soprattuto chi la vincerà. Un'ipotesi potrebbe essere quella di finanziare le milizie dell'altra fazione, e non è un caso che Haftar sia andato due settimane fa Roma a incontrare la ministra della Difesa Roberta Pinotti e il ministro dell'Interno Minniti. A parte il possibile voltafaccia diplomatico, cosa faremo se le truppe di Al Serraj prenderanno di nuovo il controllo?

Previsioni a parte, il modello di Minniti sembra già in crisi. E il problema del rispetto dei diritti umani nei campi di detenzione rimane. Capiamoci: nessuno vuole tornare a quando i migranti morivano a migliaia in mare ogni giorno. E l'Italia non si può addossare i problemi dell'Europa solo sulle sue spalle. Ma si possono creare percorsi legali sicuri per far arrivare chi ha veramente bisogno di asilo politico? Si possono almeno rendere decenti le condizioni di chi è rimasto in Libia? E se migliaia di migranti continuano a morire, stipati in campi di detenzione che assomigliano sempre più a campi di concentramento, per molti è sempre meglio che vederli sbarcare a Lampedusa.

Guerre dimenticate Yemen - I bambini: 450mila malnutriti, 1500 soldati, 785 uccisi

La Repubblica
Beirut - “Nello Yemen i bisogni sono immensi e diffusi ovunque – ha detto Saara Bouhouche, responsabile di ‘Solidarités International’ - Siamo di fronte a un’intera popolazione che si sta spegnendo in tutto il Paese. Non ci sono aree senza emergenze ed è difficile rispondere a tutte le necessità, perché le possibilità delle organizzazioni umanitarie non sono proporzionate alle dimensioni della crisi”. 


Il conflitto yemenita, iniziato due anni e mezzo fa, contrappone i ribelli Houthi (sciiti) alle forze del sunnita Abd Rabbo Hadi, ma sono i civili a pagare il prezzo più elevato. “Nello Yemen si sta vivendo la peggiore crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale”, ha detto Stephen O'Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari. “Tutte le parti in conflitto negano arbitrariamente l'accesso sicuro agli aiuti umanitari e lo strumentalizzano per scopi politici.

I numeri parlano da soli. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), 20,7 milioni di yemeniti hanno bisogno di aiuti per sopravvivere. Sette milioni di persone sono denutrite o malnutrite e quasi 16 milioni non hanno accesso all'acqua potabile sicura. I bambini e gli anziani sono le prime vittime. 
Nel Paese un bambino al di sotto dei cinque anni muore ogni dieci minuti per cause legate alla crisi e, secondo OCHA, almeno 450.000 bambini soffrono di grave malnutrizione. A questo si aggiunge l’epidemia di colera dilagante in tutto il Paese. Ogni minuto si ammala un bambino, ad oggi sono 700.000 le persone colpite ed entro la fine dell’anno, secondo la Croce Rossa, i casi potrebbero superare il milione. Nello Yemen 50% delle strutture sanitarie non è più in funzione. mancano i medicinali e il personale medico è insufficiente.
Molti minorenni sono parte attiva nella guerra. Oltre la crisi umanitaria, i bambini sono colpiti dai continui bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, alleata con il governo Hadi. 

Secondo la relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti nel 2016 almeno 785 bambini in Yemen sono stati uccisi e 1.168 sono rimasti feriti, Il 60% colpiti dalla coalizione filogovernativa. Inoltre, molti minori sono anche coinvolti direttamente nella guerra. 

A febbraio l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha affermato che sono almeno 1.500 i bambini soldato in Yemen. Per OCHA la situazione umanitaria si deteriorerà ulteriormente. Al momento 5,9 milioni di persone hanno ricevuto aiuti umanitari nei 22 governatorati del Paese, ma se questo non è ancora sufficiente. Purtroppo, per quanto riguarda i più piccoli la priorità non è data all'educazione o al supporto per aiutarli a superare i traumi che stanno vivendo. “I piccoli dello Yemen devono scampare per le bombe, affrontare le loro paure e le loro perdite, ma anche combattere e lavorare per sostenere la famiglia.” Ha detto ancora Saara Bouhouche. “I bambini di questa guerra dimenticata sembrano condannati a essere una generazione persa.”

Mauro Pompili

UNHCR: Continua il dramma dei Rohingya. 537 mila rifugiati in Bangladesh, migliaia ogni giorno.

Adnkronos
Villaggi bruciati, intere famiglie sterminate, donne e ragazze violentate, non se ne parla quasi più, ma i rifugiati Rohingya continuano a fuggire portando con sé storie terribili. Da agosto, denuncia l'UNHCR, la comunità Rohingya subisce gravi violazioni dei diritti umani nello stato Rakhine, in Myanmar. Oltre 537 mila rifugiati sono già fuggiti dal paese e hanno cercato protezione nel vicino Bangladesh. 



Altre migliaia stanno arrivando in questi giorni. Sono donne, bambini e uomini che hanno vissuto gli orrori più atroci. 


Alcuni di loro hanno visto i propri cari perdere la vita mentre attraversavano il golfo del Bengala per superare il confine e raggiungere la salvezza nei campi rifugiati di Kutupalong e Nayapara. Chi riesce ad arrivare in Bangladesh è affamato, sfinito e con urgente bisogno di cure mediche.

giovedì 19 ottobre 2017

Somalia - 300 morti e e centinaia di feriti nell'attentato ... ma già non se ne parla più.

Avvenire
Si fa di ora in ora più drammatico il bilancio del doppio attacco suicida di sabato a Mogadiscio, in Somalia. Fonti mediche riferiscono che i morti sono almeno 300, mentre si contano centinaia di feriti. Si tratta dell'attacco più sanguinoso dall'inizio dell'insurrezione islamista di al-Shabab nel 2007.


Il doppio attacco suicida sarebbe opera dei terroristi di al-Shabaab. Molte persone sotto le macerie di un albergo in parte distrutto.

Il presidente Mohamed Abdullah Mohamed ha decretato tre giorni di lutto nazionale. L'attentato non è stato rivendicato ma viene attribuito ai terroristi di al-Shahab, legati ad al-Qaeda.
Esplose due autobomba
La prima esplosione, apparentemente innescata da un camion-bomba, ha colpito l’entrata di un albergo, il Safari Hotel, nella zona delle ambasciate e su una delle arterie più trafficate della capitale, dove di recente i terroristi di al-Shabaab hanno messo a segno una serie di attentati. Qui si registra la maggior parte delle vittime, con molte persone rimaste sotto le macerie dell’albergo in parte distrutto.

Secondo alcuni testimoni, dopo l’esplosione sono stati uditi anche diversi colpi di arma da fuoco. I vetri delle finestre di numerosi edifici sono andati in frantumi mentre alcuni veicoli sono stati rovesciati dall’onda d’urto della deflagrazione e si sono incendiati. «C’era molto traffico e la strada era piena di gente a piedi e di autovetture – ha raccontato sconvolto Abdinur Abdulle, cameriere in un vicino ristorante –. È un disastro».
Una seconda autobomba è esplosa, sempre sabato, nel quartiere di Madina.
«A Mogadiscio non c'è una famiglia che non sia in lutto»
«Mai vista tanta devastazione... ogni famiglia di Mogadiscio ha perso qualcuno o conosceva qualcuno che è rimasto ucciso nell'esplosione» ha raccontato ad al Jazeera il direttore del servizio ambulanze di Mogadiscio, Abdulkadir Abdirahman. «Era un giorno normale, molto tranquillo. Ero seduto dietro la mia scrivania. Il nostro ufficio è a circa un chilometro dalla scena dell'esplosione - ha raccontato Abdirahman - All'improvviso ho sentito un'enorme esplosione. Ha tremato tutto. Non avevo mai sentito niente di più forte prima. Nel giro di pochi minuti il cielo si è ricoperto di un fumo molto scuro che ha addirittura coperto la luce del sole. Ho alzato il telefono e ho chiamato il resto della squadra. Non ho avuto bisogno di dire nulla, perché tutti avevano sentito l'esplosione. Ci siamo tutti precipitati verso la colonna di fumo».

Il servizio di ambulanze è attivo a Mogadiscio dal 2008, e «non abbiamo mai visto tanta devastazione. Nemmeno in sogno», ha proseguito Abdirahman. «Dovunque ci giravamo, c'erano cadaveri, persone ferite che chiedevano aiuto. Non avrei mai immaginato di vedere una scena simile: edifici enormi completamente distrutti. Edifici crollati. Veicoli ribaltati e bruciati. L'asfalto era coperto di sangue, corpi e brandelli di vestiti. Il nostro Paese non ha mai visto niente di neanche simile. In uno dei minibus bruciati c'erano studenti di ritorno da scuola, non dimenticherò mai quella scena orribile».
In Somalia una forte instabilità politica

L'attentato è stato messo a segno due giorni dopo le dimissioni del Capo delle forze armate, Ahmed Jimale Irfid, in carica da aprile, e del ministro della Difesa, Abdirashid Abdullahi Mohamed. Non sono note le motivazioni di queste dimissioni. Alcune fonti hanno detto al sito somalo Garowe che alcuni Paesi che sostengono la Somalia nella ricostruzione delle proprie forze armate e nella lotta contro gli Shebab avrebbero presentato lamentele nei loro confronti. Secondo altri resoconti, il ministro si sarebbe dimesso a fronte di una mancata collaborazione da parte del premier somalo Hassan Ali Khaire.

Le loro dimissioni sono arrivate in un momento di forte instabilità politica del Paese, con le autorità regionali somale che hanno sfidato l'autorità costituzionale del governo del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, contestando la sua decisione di tenere il Paese neutrale rispetto alla crisi tra i Paesi del Golfo.

Polonia, il primate Wojciech Polak: "Sospenderò preti anti-profughi"

La Repubblica
Le parole dell'arcivescovo metropolita di Gniezno, monsignor Wojciech Polak dopo la manifestazione dell'ultradestra cattolica che ha presidiato i confini del Paese


La Polonia preoccupa la Chiesa. La manifestazione che ha presidiato i confini del Paese con rosari e processioni per "salvare l'Europa dall'islamizzazione" è apparsa dissonante dalla linea di papa Francesco oltre che pericolosamente vicina alle posizioni dell'ultradestra, in una fase in cui la Polonia si è rifiutata di accogliere - come impongono le regole Ue - una quota dei profughi sbarcati in Italia e Grecia. 

Il primate polacco, l'arcivescovo metropolita di Gniezno, Wojciech Polak, ora interviene per ammonire che sospenderà 'a divinis' qualunque prete che parteciperà a iniziative contro i migranti: 
"Se dovessi avere notizia di una protesta contro i profughi alla quale i miei preti dovessero aver partecipato, la mia risposta sarà rapida: ogni sacerdote che si unisce a queste manifestazioni sarà sospeso. Non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte in conflitto, debbo agire immediatamente".
Le sue parole arrivano dopo quelle molto più diplomatiche pronunciate dalla Conferenza episcopale polacca, che ha sdrammatizzato i toni anti-migranti della manifestazione affermando che si trattava di un evento religioso legato alla ricorrenza della Madonna del Rosario. Il 7 ottobre, però, come hanno ricordato esplicitamente gli organizzatori dell'evento religioso, è anche l'anniversario della battaglia di Lepanto che nel 1571 ha visto la coalizione cristiana promossa da papa Pio V sconfiggere l'avanzata ottomana sull'occidente. In quel giorno, si legge sul sito dei promotori, "la flotta cristiana ha battuto la flotta musulmana, salvando così l'Europa dall'islamizzazione".

L'arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski - che siede sulla cattedra che fu di Karol Wojtyla e poi del suo segretario Stanislaw Dziwisz - nel mettersi alla guida della lunga cordata di rosario aveva invitato a "pregare perché l'Europa ha bisogno di restare cristiana per salvare la sua cultura". Secondo Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, si trattava di parole "a favore della pace, dell’amata nazione polacca, dell’Europa perché non dimentichi il ricco patrimonio di fede e di umanità imparato alla scuola del Vangelo". 

E per commentare l'evento il giornale ha rilanciato le espressioni del presidente della Conferenza episcopale polacca Stanislaw Gadecki, che ha parlato della "più grande iniziativa di preghiera in Europa". Toni entusiasti che però non hanno trovato sponda in Vaticano, tanto che l'Osservatore romano non ha dedicato una riga al raduno. Anche perché, come ha fatto rilevare Alberto Bobbio in un tagliente commento su Famiglia Cristiana, il "muro di protezione" invocato dagli organizzatori contrastava con l'invito ad "abbattere i muri" ricorrente negli appelli di papa Francesco.

Andrea Gualtieri

Texas - Poche ore prima dell'esecuzione stop alla pena di morte di Anthony Shore

Blog Diritti Umani - Human Rights
Alcune ore prima della sua esecuzione prevista per la notte di mercoledì, al condannato a morte Anthony Allen Shore, il G
iudice della Contea di Harris ha concesso un rinvio di 90 giorni.
Anthony Allen Shore doveva essere messo a morte mercoledì sera per l'omicidio di quattro donne, ma il giudice ha ritirato il mandato di esecuzione solo poche ore prima che Shore fosse destinato a morire.

Il giudice ha risposto a una richiesta dei procuratori che vogliono indagare ulteriormente sull'affermazione in cui Shore dice che un altro detenuto gli ha chiesto di confessare il suo crimine.

L'esecuzione di Shore è ora fissata per il 18 gennaio.


Fonte: CBSNews

mercoledì 18 ottobre 2017

Argentina - Ritrovato un cadavere nel fiume, potrebbe essere Santiago Maldonado

Corriere della Sera
Il 28enne è scomparso il 31 luglio durante la repressione di una protesta indigena da parte della Gendarmeria. I dubbi della famiglia: non accertata l’identità del corpo
Un cadavere è stato ritrovato nel fiume Chubut in Argentina. Potrebbe essere quello di Santiago Maldonado, l’attivista argentino di 28 anni scomparso il 31 luglio durante la repressione di una protesta indigena da parte della Gendarmeria. Secondo quanto riportano i mezzi di informazione locali sia televisivi che online, il cadavere ritrovato presenterebbe caratteristiche compatibili con quelle dell’attivista difensore dei Mapuche: si tratterebbe infatti di un corpo di sesso maschile con abiti di colore scuro che potrebbero corrispondere a quelli indossati dal giovane scomparso. Anche Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, conferma la morte di Maldonado mentre la famiglia del giovane avanza qualche dubbio, specifcando che non è stata ancora accertata l’identità del corpo.



Le proteste
Lo scorso 4 ottobre l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani (Unhchr) aveva chiesto alle autorità argentine di «intensificare gli sforzi» per risolvere il caso di Santiago Maldonado. Il responsabile dell’Unhcr per l’America Latina, Amerigo Incalcaterra, aveva espresso la sua «preoccupazione per l’assenza di progressi nell’inchiesta sulla sparizione di Maldonado», sottolineando che risultava «prioritario stabilire le possibili responsabilità della Gendarmeria in questo fatto». 

Il governo di Mauricio Macri, è stato accusato dall’opposizione di aver dato poca importanza alla misteriosa sparizione del 28enne o perfino di aver coperto azioni illegali della Gendarmeria. Una manifestazione in favore di Maldonado si era svolta il primo ottobre in Plaza de Mayo a Buenos Aires.

È stato liberato don Maurizio Pallù, il sacerdote rapito in Nigeria

La Stampa
Rilasciato ieri sera poco prima di mezzanotte a conclusione di una delicata trattativa seguita dalla Farnesina. Il missionario sta bene e tornerà presto in Italia, oggi il suo 63esimo compleanno

Una notizia che tanti attendevano e che giunge proprio nel giorno in cui il missionario compie il suo 63esimo compleanno. A confermarlo a Vatican Insider sono fonti a lui vicine - che in questi giorni hanno seguito da vicino le operazioni che hanno portato alla liberazione - al quale lo stesso Pallù ha telefonato ieri notte per confermare il suo rilascio e le buone condizioni di salute. 

«Don Maurizio sta bene - riferiscono - aveva una buona voce anche se era chiaramente provato, non tanto per il trattamento ricevuto ma per la tensione vissuta in questi giorni». Come già ipotizzato il sequestro è stato opera di un gruppo di criminali locali che aveva derubato e portato via il prete mentre si recava insieme ad altre quattro persone in macchina da Calabar a Benin City per un incontro di catechesi. Tra i sequestrati non c’era solo il sacerdote come reso noto in un primo momento ma anche altre persone nigeriane.

Don Maurizio nella telefonata di ieri ha raccontato che all’interno del gruppo c’erano diverse divergenze su quale dovesse essere la sorte delle vittime. In particolare uno dei rapitori, che si vantava di aver già ucciso quattro persone, li minacciava continuamente di morte. Il capo, invece, con il quale Pallù racconta di aver «stabilito un buon rapporto», ha deciso invece per la loro liberazione. Probabilmente è stato pagato un riscatto, ma per ora di questo non ci sono conferme ufficiali.

Negli ultimi giorni le fasi della trattativa, seguita con grande accuratezza dalla Unità di crisi della Farnesina, si erano rese più delicate. La risonanza del rapimento sui diversi media rischiava di alzare la posta in gioco e si temeva qualche imboscata da parte dei rapitori, considerando anche che nella stessa zona del paese africano non è il primo caso di rapimento di un sacerdote (lo stesso don Maurizio Pallù aveva subito un attacco a febbraio 2016) e che non sempre tali sequestri terminano con un lieto fine.

Ieri sera, invece, poco prima di mezzanotte la notizia del rilascio. Appena libero il prete si è messo in contatto con altri amici in Nigeria e, subito dopo, con i parenti in Toscana in particolare la mamma Laura, 92 anni. Proprio alla madre don Maurizio aveva telefonato la sera di domenica 15 ottobre per annunciarle l’imminente liberazione. Era stata la donna stessa a riferirlo pubblicamente durante una veglia di preghiera dedicata al figlio. Una delle tante celebrate in questi giorni in Italia per l’itinerante, in particolare in Toscana, sua regione di provenienza, ma anche ad Harleem, Londra e Roma dove ha prestato servizio nel corso degli anni.

Attualmente Pallù si trova in Nigeria dove nei prossimi mesi continuerà a portare avanti la sua missione. Quasi sicuramente tornerà per qualche giorno in Italia per abbracciare le persone a lui care e ringraziare tutti coloro che hanno seguito con partecipazione questo momento difficile. Una vicinanza per la quale il sacerdote si è detto «fortemente commosso», soprattutto dopo aver saputo che anche il Papa aveva assicurato di pregare per lui.

18 ottobre 2017 - Giornata europea contro la tratta degli esseri umani. #LIBERAILTUOSOGNO

Radio Vaticana
18 ottobre 2017 #LIBERAILTUOSOGNO: è il motto dell’11ma Giornata europea contro la tratta degli esseri umani impresso su un palloncino da far volare in aria. 


Un gesto a significare la liberazione del sogno di centinaia di migliaia di bambini, donne e uomini del pianeta, che ogni giorno vengono portati via con l’inganno dai loro Paesi di origine, per arrivare in altri Stati, allo scopo di essere sfruttati nell’ambito della prostituzione, del lavoro illegale, dell’accattonaggio forzato, dello spaccio di droghe, di altre attività criminose e perfino del traffico di organi. 

Secondo stime dell’Onu sarebbero quasi un milione le sospette vittime di tratta e/o di grave sfruttamento in Europa, a fronte di un enorme giro d’affari, che travalica i confini e percorre le rotte dei migranti da un continente all’altro.

Il traffico delle persone è infatti una pratica diffusa ed incrementata proprio dai flussi migratori sempre più incontrollati. Un fenomeno troppo spesso sottovalutato, che sfugge alle autorità statali e alle stesse organizzazioni non governative, che operano in campo umanitario e si raffrontano con agguerrite organizzazioni criminali.

Sono tantissime le iniziative nelle città europee per marcare questa ricorrenza. In Italia la Giornata sarà celebrata a livello nazionale con un incontro a Palazzo Chigi, promosso dalla presidenza del Consiglio dei Ministri e dal Dipartimento per le Pari Opportunità. 

Tra i relatori è Oliviero Forti, responsabile dell’Ufficio immigrazione Caritas Italia e Europa. La rete ecclesiale è infatti tra le più radicate sul territorio accanto alle vittime e nel lavoro di allerta e prevenzione. Si tratta - spiega Forti, intervistato alla vigilia della Giornata – della pagina più buia dell’emigrazione. E, purtroppo – aggiunge - non c’è una vera rete europea di contrasto alla tratta ed ogni Paese ha le proprie normative e risponde diversamente. In Italia – dichiara Forti - vi sono validi strumenti ma fondi insufficienti per dare risposte significative e per offrire realtà alternative a chi nello sfruttamento trova oggi l’unica possibilità di sopravvivenza, quando poi non venga sopraffatto da un punto di vista fisico e psicologico.

Roberta Gisotti

Europa: la mappa dei movimenti populisti e nazionalisti che stanno entrando nei Parlamenti

La Repubblica
Ecco quali sono i movimenti populisti, nazionalisti ed euroscettici che si stanno prendendo i Parlamenti e i governi europei: dall'Austria alla Polonia, dall'Ungheria alla Grecia, fino a Belgio e Danimarca.


Austria -
La destra oltranzista del Fpo e di Heinz-Christian Strache vola alle elezioni austriache, confermando l'avanzata generale in tutto il vecchio Continente dei movimenti populisti, xenofobi ed euroscettici. Al governo o in Parlamento le destre hanno rafforzato le loro posizioni in gran parte dell'Europa.

Cechia: A pochi giorni dalle elezioni parlamentari del 20 e 21 ottobre, nulla sembra poter fermare la corsa dell'imprenditore miliardario e proprietario di vari media Andrej Babis, leader del movimento populista Ano 2011 (Alleanza del cittadino scontento). Il movimento anti-establishment, dai toni radicali sui migranti, viene dato in grande vantaggio nei sondaggi, nonostante in passato accuse e sospetti abbiano costretto Babis a dimettersi da ministro delle finanze.

Germania: Alternative fuer Deutschland (AfD) è il terzo partito nel Paese, e con oltre il 13% dei voti alle consultazioni di settembre ha fatto il suo ingresso per la prima volta al Bundestag, con 94 deputati su un totale di 630. Nei Land orientali l'AfD si è imposta come secondo partito, diventando il primo in Sassonia con il 27% dei voti.

Francia: La leader del Front National Marine Le Pen è arrivata al ballottaggio con Emmanuel Macron alle elezioni di aprile, raccogliendo uno storico 21,53%. Ma Fn si è poi fermato al 13,2% alle legislative di giugno, ottenendo comunque 8 seggi in Parlamento rispetto ai due della passata legislatura.

Ungheria: Il partito Jobbik aveva ottenuto oltre il 20% dei consensi alle politiche dell'aprile 2014 e rimane il partito di estrema destra più rappresentato in un parlamento europeo. La formazione, seconda nei sondaggi, punta a diventare il primo partito del Paese alle prossime elezioni nel 2018. Il premier Viktor Orban, premier di destra nazionalista e anti-immigrazione, è a capo di Fidesz, di stampo nazionalista ed euroscettico, che nonostante rientri nella famiglia europea del Ppe ingaggia spesso duri confronti con Bruxelles.

Olanda: Alle elezioni del marzo scorso, il Partito per la Libertà (Pvv) di Geert Wilders, anti-Ue e anti immigrati, è arrivato secondo dietro il Vvd del premier Mark Rutte (33 seggi). Ha preso il 13,1% dei consensi, ottenendo 20 seggi, cinque in più rispetto al 2012.

Slovacchia: Un elettore su cinque ha votato estrema destra alle politiche di marzo. Il Partito Nazionale Slovacco (Sns) di Marian Kotleba, neonazista, ha ottenuto oltre l'8% ed è nella coalizione di governo con tre ministri.

Polonia: Risultato plebiscitario nell'ottobre 2015 per il partito nazionalista e ultraconservatore Giustizia e Libertà (Pis) fondato dai fratelli Kaczynski, al potere con la premier Beata Szydlo, decisamente in rotta di collisione con Bruxelles.

Finlandia: Il partito di destra dei Veri Finlandesi è nella coalizione di governo formata dal premier centrista Juha Sipila nel 2015. Timo Soini, il leader del movimento che ha fatto dell'euroscetticismo la sua principale carta elettorale, è ministro degli Esteri e degli Affari europei.

Danimarca: Lo xenofobo Partito del Popolo danese (Df) si è confermato seconda forza politica alle elezioni del 2015, col 21,1% dei voti. Il premier Lars Lokke Rasmussen lo ha lasciato fuori dal governo.

Grecia: Nel 2015 i neonazisti di Alba Dorata hanno ottenuto oltre il 7% dei voti e rappresentano la terza forza politica.

Belgio: Dall'ottobre 2014 sono nella coalizione di governo i nazionalisti fiamminghi dell'N-VA, del sindaco di Anversa Bart DeWever. Ha ottenuto il 33% dei voti e punta all'indipendenza delle Fiandre.

di Tonia Mastrobuoni

martedì 17 ottobre 2017

L'urlo di dolore dell'angelo per la morte di Aylan: il dono di Papa Francesco alla Fao

Globalist
La scultura raffigura un angelo che veglia sul piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell'ottobre 2015.


Il Papa ha lasciato in dono alla Fao una scultura di marmo che raffigura Aylan, il piccolo profugo siriano annegato davanti alla spiaggia di Bodrum in Turchia nell'ottobre 2015. 

Opera dell'artista trentino Luigi Prevedel è realizzata in marmo di Carrara, e pesa circa nove quintali. Alla Fao il Pontefice è stato accolto dal direttore Generale della FAO, José Graziano da Silva, e dall'Osservatore Permanente della Santa Sede presso le Organizzazioni e gli Organismi delle Nazioni Unite per l'Alimentazione e l' Agricoltura (F.A.O., I.F.A.D., P.A.M.), il mons. Fernando Chica Arellano. 


La scultura di Ayal è stata scoperta nell'atrio della sede Fao, dopo di che, nella Sala Cina, il Pontefice ha avuto un breve incontro con il direttore generale, con il direttore generale aggiunto, Daniel Gustafson e con il Capo del Gabinetto, Mario Lubetkin.

Nell’inferno di Aida, il campo profughi palestinese soffocato dal muro

DIRE
Ramallah (Territori palestinesi) – “Il campo profughi di Aida è un agglomerato sovraffollato di persone, e nonostante ciò le autorità israeliane negano la possibilità di estenderlo o di edificare. Alla gente qui non resta che andare verso l’alto, costruendo nuovi piani. I lavori però non sono sempre eseguiti a norma, a scapito delle fondamenta. Cosa accadrebbe se cedessero, se arrivasse un terremoto?”. 


E’ Amjad Abou Laban a porsi questo interrogativo. Il responsabile Unrwa – l’Agenzia Onu per i rifugiati palestinesi – è preoccupato per le condizioni in cui i circa 6mila residenti vivono: niente ospedale o centri medici, solo due scuole fondate dall’Unrwa, l’acqua che arriva due giorni la settimana, e restrizioni di movimento che impediscono alle persone di cercare lavoro in Israele o a Gerusalemme Est.
Inoltre, con la costruzione del muro di separazione dallo Stato israeliano, la popolazione ha perso la possibilità di accedere a una vasta area verde. Ma non si è perduta d’animo e ha costruito un campo da calcio e un piccolo parco. “Sono le uniche zone ricreative per queste persone”, aggiunge Abou Laban, che poi ricorda: “Abbiamo dovuto però chiudere la parte superiore con una rete: è capitato che i soldati sparassero gas lacrimogeni, dovevamo proteggere i bambini“.

Le vie di Aida sono strette, rendendo impossibile l’accesso ai mezzi di soccorso. Sono poi sovrastate da cavi elettrici sistemati rudimentalmente, cosa che accresce il pericolo di incendi. L’aria ha un forte odore, perché la rete fognaria funziona solo in alcune zone. Infine, c’è il muro in cementoarmato alto 8 metri, che chiude un lato del campo. 


Ma nonostante ciò, le strade esplodono di colori: pitture, murales, poesie che cantano la voglia di credere in un futuro migliore. All’ingresso di Aida, una grande porta blu ad arco, sovrastata da una chiave: è il simbolo di coloro che ancora credono di poter tornare un giorno nella casa lasciata dopo la guerra del 1948.

L’altra Svizzera, al via la grande marcia pro-migranti in 50 tappe

La Stampa
Associazioni laiche e cristiane, sindacati, movimenti per i diritti civili, studenti e pensionati manifestano in 50 tappe (mille chilometri a piedi) contro la chiusura della Confederazione a rifugiati e frontalieri, tra denunce e droni alle frontiere. «Basta con la sorda burocrazia e i respingimenti indiscriminati, vogliamo più solidarietà»


Anche la Svizzera ha la sua marcia Perugia-Assisi. Una lunga marcia che farà il giro dell’intera Confedazione è partita domenica mattina dalla cittadina di Bellinzona, cuore del Canton Ticino: associazioni laiche e cristiane, sindacati, movimenti per i diritti civili, studenti e pensionati si sono ritrovati per una manifestazione “Welcome refugees” in salsa elvetica, per aprire la porta a migranti e rifugiati, e dire basta alle politiche anti-frontalieri.

In cammino per 50 giorni, mille chilometri di sentieri e strade percorse rigorosamente a piedi: dal confine sud con la Lombardia fino a lambire la Germania, dai passi di montagna al lago di Neuchatel. Ogni tappa un incontro. Per provare a raccontare che c’è un’altra Svizzera, altrettanto ricca ma meno egoista, inclusiva e non esclusiva.

«È una prima volta per far passare il concetto che la barca non è piena», spiega Lisa Bosia, parlamentare socialista a Lugano e anima dell’organizzazione: «Vogliamo toccare centri di identificazione e caserme per denunciare una politica d’asilo sempre più restrittiva, vorremmo maggiore solidarietà verso chi arriva nel nostro Paese e trova solo una sorda burocrazia e respingimenti indiscriminati». Bosia è stata condannata un mese fa (pena sospesa per due anni con la condizionale) per aver aiutato 24 eritrei che provavano ad attraversare il confine nell’estate del 2016. A partire da allora le guardie di confine elvetiche hanno schierato una mole di uomini e mezzi eccezionale per affrontare quella che tra le sonnacchiose cittadine era vissuta come «una minaccia» tanto da portare i cittadini a denunciare «persone di colore» che passavano per strada la sera, come «clandestini», con il drone che di notte sorvolava i valichi.

Uno sforzo di uomini e mezzi che ha dato i suoi frutti: a luglio, nel mese più caldo dei respingimenti con la stazione di Como trasformata in un campo profughi, i migranti hanno provato ad attraversare il varco italo-svizzero 4.834 volte e 3.406 volte sono stati respinti indietro. Con una procedura che secondo Amnesty International violava una ventina di norme nazionali ed europee tra cui il regolamento Dublino, la Convenzione europea dei diritti dell’uomo e il trattato di Schengen a cui la Svizzera aderisce anche se non fa parte dell’Unione europea.

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lunedì 16 ottobre 2017

Migranti. Da gennaio oltre 142mila arrivati in Europa, quasi 3mila morti nel Mediterraneo

Agenpress
Un totale di 2.775 migranti e rifugiati sono morti nel Mediterraneo dall’inizio dell’anno mentre tentavano di raggiungere l’Europa. Lo ha detto oggi a Ginevra, l’Agenzia delle Nazioni Unite per le migrazioni (Oim). Dall’inizio dell’anno a oggi, 142.913 migranti e rifugiati sono giunti in Europa via mare, oltre il 75% dei quali in Italia, precisa l’Oim. Nel corso dello stesso periodo dell’anno scorso, erano stati registrati 318.791 arrivi, ricorda l’Oim. Dal primo gennaio all’11 ottobre del 2016, l’Oim aveva registrato 3.193 decessi.


L’ultimo grave incidente nel Mediterraneo centrale risale a domenica 8 ottobre quando un barcone con a bordo 87 migranti si è scontrato con una nave della marina tunisina nei pressi dell’isola di Kerkennah. Trentotto migranti sono stati soccorsi, ha spiegato l’Oim.


Myanmar - Soldati buttano un bebè Rohingya tra le fiamme ma non fa notizia

Huffington Post
Centinaia di donne erano in piedi nel fiume, con i fucili puntati contro, sotto ordine di non muoversi. Un gruppo di soldati si avvicinò a una giovane donna gracile, dagli occhi castano chiaro e gli zigomi delicati. Si chiamava Rajuma, l'acqua del fiume le arrivava al petto, teneva in braccio il suo bebè, mentre il suo villaggio in Birmania andava in fiamme alle sue spalle. "Tu", hanno detto i soldati, puntando il dito verso di lei. Lei si irrigidì. "Tu!" Lei strinse il suo bebè.
La disperazione di Rajuma mamma del bambino ucciso  - Il Video
Nella confusione degli istanti successivi, i soldati bastonano Rajuma in faccia, le strappano il bebè urlante dalle braccia e lo gettano fra le fiamme. Poi trascinano Rajuma in una casa e la violentano in gruppo.

Ho tradotto la prima parte di questo articolo del New York Times dell'undici ottobre perché in molti non parlano inglese per leggere l'originale. Se volete rovinarvi la giornata, ecco il video di Rajuma che racconta la sua storia. È in inglese anche quello, ma il pianto straziante della giovane mamma non ha bisogno di traduzione.

Se pensate che ne parli solo Al Jazeera perché i Rohingya sono una minoranza musulmana, ecco qui la BBC, anche loro parlano di crimini contro l'umanità, verificati con gli standard impeccabili del giornalismo della BBC.

Non riesco a togliermi dalla mente l'immagine di un bimbo strappato dalle braccia della madre e gettato nel fuoco. Eppure il silenzio della stampa italiana sulla crisi dei Rohingya è quasi totale. Per riepilogare, i Rohingya sono una minoranza, per lo più di religione musulmana, perseguitata in Myanmar dalla maggioranza buddista, che li considera immigranti illegali. La discriminazione verso di loro va avanti da anni, e sono spesso chiamati 'la minoranza più perseguitata al mondo.'

Barbara Serra

Nel Ruanda del miracolo economico l'esercito ancora tortura i civili

Estwest
Una crescita economica da capogiro, lo sviluppo di istruzione e sanità pubblica, il parlamento con la maggiore pecentuale di donne al mondo. Ma il Ruanda del boom vive in realtà sotto un regime tirannico che con molta disinvoltura viola i diritti umani e utilizza vari sistemi di torture.

Il presidente eletto di Ruanda Paul Kagame (C) ispeziona la guardia d'onore prima della sua cerimonia di
giuramento nello stadio di Amahoro a Kigali, Ruanda, 18 agosto 2017. REUTERS / Jean Bizimana
Alla vigilia delle elezioni presidenziali dello scorso agosto in Ruanda, la corrispondente da Londra del New York Times, Kimiko de Freytas-Tamura, spiegava che l’autoritarismo del presidente Paul Kagame è tollerato dalla comunità internazionale perché controbilanciato da prosperità e crescita economica.

Nel Paese, sconvolto dal genocidio del 1994, l’economia dal 2001 al 2015 è cresciuta in media di un 8% annuo (dato Banca mondiale), mentre la percentuale di popolazione in stato di povertà è calata dal 57% del 2006 al 40% del 2014.

La capitale Kigali è in pieno boom economico, come parte fondamentale del progetto di sviluppo del Paese noto come Vision 2020, un insieme di strategie per trasformare un’economia basata sull’agricoltura di sussistenza in un’economia basata sulla conoscenza tecnica e orientata alla fornitura di servizi, con l’ambizioso obiettivo di raggiungere lo status di Paese a reddito medio entro il 2020.

Nel frattempo, le diseguaglianze si sono ridotte, il governo ha istituito dei programmi-modello di educazione e sanità pubblica. Senza dimenticare, che il suo Parlamento vanta il 56% di donne, la maggior percentuale al mondo.

Dietro questo rassicurante scenario di crescita economica, programmi di sviluppo e stabilità politica, si cela la realtà di un regime tirannico, come testimonia un report di Human Rights Watch (HRW) pubblicato martedì scorso, sul diffuso e sistematico uso della tortura e le detenzioni illegali nel Paese africano.

Lo studio di 91 pagine dall’eloquente titolo “Vi costringeremo a confessare” rileva che i militari ruandesi detengono illegalmente e torturano i prigionieri con pestaggi, pesi legati ai testicoli, finte esecuzioni, scariche elettriche e la pratica della busta plastica con cui si simula la morte per asfissia.

Il dossier dell’Ong newyorchese ha confermato 104 casi di persone illegalmente detenute e torturate nei centri di detenzione dell’esercito ruandese tra il 2010 e il 2016. Queste informazioni sono state raccolte attraverso i racconti di 61 ex detenuti e lo studio dei processi. Tuttavia, la relazione stima che il numero effettivo dei prigionieri sottoposti a maltrattamenti sia molto più alto.

Dalle testimonianze emerge che molti prigionieri sono stati torturati fino a quando non firmavano la confessione, spesso basata su accuse inventate. Inoltre, i giudici e i procuratori ruandesi vengono incolpati di ignorare le denunce relative alle detenzioni illegali e ai maltrattamenti, diventando in questo modo complici nella creazione di una cultura di totale impunità per le forze armate.

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domenica 15 ottobre 2017

Roma - Marcia in memoria della deportazione degli ebrei romani

www.santegidio.org
Domenica 15 ottobre alle ore 18:30 da Piazza Santa Maria in Trastevere fino al quartiere ebraico migliaia di romani faranno memoria della deportazione degli ebrei della città avvenuta il 16 ottobre 1943, quando oltre 1.000 ebrei romani furono presi e condotti verso la morte nel campo di concentramento di Auschwitz. Solo un esiguo numero, 16 persone, tra cui una sola donna, tornarono alle loro case.

Ogni anno la Comunità di Sant'Egidio e la Comunità Ebraica di Roma ricordano insieme quel tragico giorno, con una marcia da Piazza Santa Maria in Trastevere a Largo 16 Ottobre 1943. Un "pellegrinaggio della memoria" perché tutti, soprattutto le giovani generazioni, non dimentichino la tragedia della deportazione avvenuta durante l'occupazione nazista.
Programma

La marcia inizia alle ore 18:30 da Piazza Santa Maria in Trastevere e si conclude a Largo 16 ottobre 1943, accanto alla sinagoga.
Intervengono:

Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma
Ruth Dureghello, Presidente della Comunità Ebraica di Roma
Pietro Grasso, Presidente del Senato della Repubblica
Virginia Raggi, Sindaco di Roma
Andrea Riccardi, Fondatore della Comunità di Sant’Egidio
Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio
Ambrogio Spreafico, Presidente della Commissione Episcopale per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso

Percorso della marcia >>>

Diecimila donne israeliane e palestinesi hanno marciato insieme per la pace tra i loro popoli

TPI News
La marcia si è tenuta l'8 ottobre, organizzata da un movimento pacifista femminile, con l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica per la ripresa dei negoziati e la fine delle ostilità.

L’8 ottobre 2017 si è tenuta in Israele una marcia per la pace, a cui hanno preso parte 10mila donne ebree e musulmane. A organizzare la marcia il movimento Women Wage Peacefondato da donne israeliane e palestinesi nel 2014.

Il movimento, composto da sole donne, si pone l’obiettivo di influenzare il più possibile l’opinione pubblica e i capi di governo israeliani e palestinesi al fine di riprendere i negoziati di pace e fermare le ostilità.

Shazarahel, donna ebrea israeliana, referente per la stampa in Italia del movimento Women Wage Peace e vicepresidente della Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa (CILI), ha raccontato a Tpi cosa è avvenuto durante la marcia per la pace e le emozioni che ha provato.

“Ieri 10.000 donne si sono incontrate nel deserto, senza perquisizioni, senza alcun controllo di sicurezza e nessuna di noi sembrava preoccupata. Ci siamo abbracciate e abbiamo danzato insieme, in una fiducia totale”, racconta Shazarahel.

La marcia è cominciata nel deserto vicino al Mar Rosso, poi le donne israeliane e palestinesi si sono tutte riunite per danzare insieme in una grande tenda che hanno chiamato “Tenda di Hager e Sarah”.

“Hager e Sarah sono le due mogli del profeta Abramo, per questo abbiamo scelto di chiamare così il luogo dove ci siamo radunate. Hager rappresenta la madre dei musulmani e Sarah la madre degli ebrei”, ha spiegato Shazarahel.

“Abbiamo ballato insieme al ritmo di musica orientale, le cui antiche sonorità ci richiamano tutte ad un’origine comune su questa terra”.

Insieme alla referente del movimento hanno preso parte alla marcia anche le due figlie, Esther ed Eden, di sette e quattro anni.

“Le donne palestinesi e in genere le donne musulmane sono molto materne, proprio come noi donne ebree. Ieri le mie due bambine sono state avvolte da grande affetto e attenzioni. Mia figlia crescerà con quei gesti di amore che ha scambiato con queste donne palestinesi, che lei ha percepito come delle altre mamme e nonne”.

“Questa esperienza spazzerà via dalla sua vita ogni tentativo di indurla ad odiare i palestinesi e i musulmani per partito preso, così come tanti tenteranno di farle credere”.

Molte delle donne presenti alla marcia hanno perso i propri cari durante i vari conflitti e guerre tra il governo israeliano e le autorità palestinesi.

“Ho stretto amicizia con molte donne palestinesi – ha detto Shazarahel – per me non sono amiche ma sorelle. Piangiamo una sulla spalla dell’altra. Non vogliamo più spargimento di sangue”.

Erano stati invitati al raduno anche il primo ministro israeliano Netanyahu e il presidente palestinese Abu Mazen. Quest’ultimo ha inviato una sua rappresentante mentre Netanyahu non si è presentato e non ha risposto all’invito

Guerre dimenticate - Somalia: esplode camion-bomba, 30 morti

Ansa
'L'Hotel Safari è in parte crollato, persone intrappolate'
Aumenta ancora il bilancio dell'esplosione di un camion-bomba in una zona centrale della capitale somala Mogadiscio. 


La Bbc riferisce che il numero delle persone uccise è salito a 30 e la deflagrazione è avvenuta proprio vicino all'ingresso dell'Hotel Safari. Secondo un reporter della Bbc somala, l'albergo è in parte crollato.

La polizia ha riferito anche di una seconda bomba esplosa successivamente nella capitale, facendo due morti nel distretto di Madina.

sabato 14 ottobre 2017

Ungheria - Orban chiede soldi dall'Europa per il muro. Juncher: finanziamo l'accoglienza non i muri

East Journal
Lo scorso 31 agosto il primo ministro ungherese, Viktor Orban, ha scritto al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, chiedendo che l’UE si faccia carico della metà dei costi (circa 400 milioni di euro)sostenuti dallo stato ungherese per costruire il muro al confine con la Serbia. Orban si è appellato al principio di solidarietà europea”


Juncker ha risposto che il principio di solidarietà europea non è un “menu à la carte”, non si può chiederla per la gestione dei confini, e rifiutarla quando si tratta di adempiere alle decisioni prese in merito al ricollocamento dei migranti. 

Una risposta prevedibile, visto che il portavoce della Commissione, Alexander Winterstein, aveva già fatto sapere che la richiesta ungherese sarebbe senz’altro stata esaminata, ma anche che in genere il supporto dell’Unione Europea è volto a coprire i costi di sorveglianza, gestione ed equipaggiamento delle zone di confine, non la costruzione di muri o barriere.

La costruzione del muro ungherese, annunciata nel giugno 2015, in piena crisi migratoria, è stata ultimata lo scorso marzo. Il progetto prevedeva inizialmente un recinto, alto circa quattro metri, che avrebbe coperto il confine serbo-ungherese per circa 175 chilometri, a cui però hanno fatto seguito la chiusura del confine con la Croazia, nell’ottobre dello stesso anno, e la posa di una rete in filo spinato lungo tutto il confine con la Slovenia. Una barriera che isola l’Ungheria e che Orbán ritiene una difesa di cui si è giovata l’Europa intera: “Non è un’esagerazione affermare che la sicurezza dei cittadini europei è stata finanziata dai contribuenti ungheresi” ha dichiarato il premier ungherese, convinto che “l’Unione Europea dovrebbe almeno in parte contribuire alle spese straordinarie sostenute dall’Ungheria”.

La questione dei rifugiati
Dalle parole di Juncker si evince come la questione del muro sia legata a quella dei rifugiati. Viktor Orbán si è infatti opposto al piano di ridistribuzione dei rifugiati promossa dall’UE e la questione è arrivata fino alla Corte di giustizia europea che, infine, si è pronunciata negativamente riguardo al ricorso presentato da Ungheria e Slovacchia nel 2015 contro il sistema delle quote, confermandone la validità giuridica.

L’Unione Europea non costruisce muri e non li finanzia, ma davvero ha lasciato l’Ungheria da sola ad affrontare il flusso dei migranti? Le istituzioni europee hanno stanziato 93 milioni di euro provenienti sia dall’AMIF (il Fondo europeo per le migrazioni, l’asilo e l’integrazione) sia dal fondo di Sicurezza Interna (ISF). Altri 6 milioni erano stati garantiti in fondi di emergenza, per non parlare dei Fondi regionali europei e di quelli strutturali di cui l’Ungheria è all’ottavo posto tra i paesi beneficiari.

Queste due sconfitte rendono la sua posizione di Orban in Europa ancora più delicata con possibili contraccolpi anche all’interno del paese. Rimane da capire, in vista delle elezioni politiche del 2018, quanto la sua leadership ne risentirà: se Fidesz, il partito di governo, ha una quasi certa maggioranza, l’attuale premier potrebbe subire i contraccolpi della sua eccessiva intransigenza nei confronti dell’UE. Intransigenza che ha portato l’Ungheria ad assumere una posizione sempre più isolata all’interno delle istituzioni europee.

Sequestrato in Nigeria Don Maurizio Pallù, prete italiano da tre anni in missione

Vatican Insider
Un sacerdote italiano della diocesi di Roma è stato rapito in Nigeria. Don Maurizio Pallù, in missione da tre anni, l’altro ieri stava raggiungendo Benin City, nel sud del Paese, insieme ad altre quattro persone: i cinque sono stati bloccati da uomini armati che, dopo averli rapinati, hanno portato via solo il prete. 

Don Maurizio Pallù, 63 anni
Sulla vicenda è al lavoro l’Unità di crisi della Farnesina, mentre la Procura di Roma ha aperto un fascicolo, coordinato dal pm Sergio Colaiocco, procedendo per il reato di sequestro per fini di terrorismo. 

Don Pallù, 63 anni, è un «presbitero itinerante» appartenente al movimento ecclesiastico del Cammino neocatecumenale.
Originario di Firenze, laureato in Storia, missionario laico per undici anni in vari Paesi, nel 1988 in seminario, al Redemptoris Mater di Roma. Cappellano in due parrocchie della Capitale, si è trasferito in Olanda, nella diocesi di Haarlem. Poi, l’Africa, ad Abuja.

In Nigeria è attivo il gruppo terrorista di Boko Haram, ma nella Chiesa locale si pensa che don Pallù sia vittima di una banda di delinquenti comuni che mirerebbero a un riscatto in denaro. L’ipotesi escluderebbe la matrice religiosa islamista, ed è avvalorata dai frequenti rapimenti con movente economico avvenuti negli ultimi mesi, che hanno riguardato anche alcuni sacerdoti.

Il vicario del Papa per Roma, l’arcivescovo Angelo De Donatis, è «in apprensione» per don Pallù, «e spera di riabbracciarlo presto», si apprende dal Vicariato. Mentre Greg Burke, direttore della Sala stampa della Santa Sede, riferisce su Twitter che Francesco «è stato informato e sta pregando per lui».

Parla anche l’Arcivescovo di Abuja (capitale della Nigeria), il cardinale nigeriano John Olorunfemi Onaiyekan: «Per ora non abbiamo buone notizie ma abbiamo fiducia e continuiamo a sperare che a breve don Maurizio venga liberato. Le forze dell’ordine stanno facendo del tutto per rintracciarlo. Tra poco i rapitori dovranno rilasciarlo perché non è facile portare in giro un italiano nel bosco senza essere visti. Anche noi abbiamo mobilitato e impiegato tutte le forze possibili. 

Dobbiamo continuare a pregare perché prima o poi verrà rilasciato», dice in un’intervista al Tg2000, il telegiornale di Tv2000. Aggiunge Onaiyekan: «Ho parlato con l’arcivescovo di don Maurizio perché è qui con me insieme agli altri vescovi della Nigeria per celebrare la festa dell’anno mariano che si conclude oggi. Anche l’Arcivescovo è in attesa di buone notizie. Con don Maurizio non c’erano suore ma solo altri passeggeri».

Migranti: Chiusa la rotta dalla Libia si riapre quella dalla Tunisia con le barche fantasma.

Roma Sette
«Stiamo tornando al tempo di Lampedusa e delle prime carrette del mare: una volta arrivavano in Tunisia per andare in Libia ora ricominciano a partire da qui». È preoccupato monsignor Ilario Antoniazzi, arcivescovo di Tunisi, dopo aver appreso la notizia della nave della marina militare tunisina che ha speronato un barcone con 70 migranti, provocando un naufragio con decine di morti. «È vero, si sta riaprendo la rotta tunisina verso l’Italia. E ultimamente ne arrivano sempre di più – dice -. Questo per noi è un campanello d’allarme».
Gli accordi tra Italia e Libia per frenare la partenza stanno provocando i primi effetti sulla Tunisia? Come avvenuto dopo gli accordi con la Turchia, le migrazioni irregolari non si fermano. Si tappa una falla…E se ne apre un’altra. Gli accordi con la Libia sono forse una bella cosa per l’Italia ma non per i migranti che sono lì. Sono diminuiti gli sbarchi in Italia ma i migranti in Libia sono aumentati: lì hanno scoperto anche campi profughi clandestini, dove i migranti non vengono trattati come persone umane. È naturale, allora, che il posto più sicuro da cui provare a partire sia la Tunisia. E ultimamente ne arrivano sempre di più. Questo per noi è un campanello d’allarme. Una volta arrivavano in Tunisia nel Sud Sahara per andare in Libia, poi tramite i trafficanti cercavano d’imbarcarsi verso l’Europa. Adesso è il contrario: scappano dalla Libia e vengono in Tunisia perché sanno che con gli accordi attuali è molto difficile andare in Italia. Ma io dubito che questi trafficanti con cui l’Italia ha fatto accordi siano persone molto affidabili.
Partono dalla zona di Sfax?
Non c’è un posto fisso per le partenze, può essere nella zona di Sfax o in tanti altri piccoli porti. Stanno lì un po’ di tempo per lavorare poi si mettono d’accordo con i pescatori, che si fanno pagare, e partono. È difficile distinguere tra un pescatore e chi vuol venire in Italia.
Quindi le condizioni di sicurezza di queste piccole imbarcazioni saranno pessime.
Stiamo tornando alle prime spedizioni verso l’Italia con i barconi. Ho l’impressione che siamo tornati al tempo di Lampedusa e delle carrette del mare.
Molte di queste “barche fantasma” riescono ad approdare clandestinamente nell’agrigentino o a Lampedusa e Linosa. C’è il rischio di infiltrazioni terroristiche?
Non si sa chi arriva in Italia, questo è vero. C’è stato un condono da parte del presidente della Tunisia che ha aperto le porte delle carceri. Perciò ci si domanda se queste persone siano rimaste qui o siano partite verso l’Italia. È gente che ha già scontato la pena. Ma ci si chiede in che condizioni queste persone siano uscite dal carcere.
In Italia è stato arrestato Anis Hannadi, tunisino radicalizzato e fratello dell’attentatore di Marsiglia. La Tunisia è il Paese più piccolo con il più alto numero di foreign fighters in Siria. 
Sono tutti tunisini e questo fa paura. I foreign fighters non escono dalle carceri con la stessa facilità degli altri, però la domanda è: “Si esce migliori dalla prigione o più indottrinati di prima?”. Basta vedere in Europa come molti si siano radicalizzati in carcere.
Come vi state attrezzando dopo la chiusura della frontiera libica?
Stiamo controllando e guardiamo con un po’ di tremore a cosa sta succedendo. Certo ne arrivano di più. Non sappiamo se sia un inizio oppure un fenomeno provvisorio, però stiamo in allerta.
La Chiesa tunisina è composta soprattutto da africani sub-sahariani. Vogliono tutti partire?
Tuttora ci sono persone che vengono a chiedere la benedizione per partire. L’Europa è ancora considerata il paradiso.
Come fare per arginare seriamente partenze così rischiose?
Piuttosto che fare campi per i migranti in Libia, servirebbe una grande campagna per dire che l’Europa non è più un paradiso terrestre ma che tentare il viaggio è un grande rischio. In molti Paesi africani c’è moltissima ignoranza in materia, non sanno cosa succede una volta arrivati in Europa. Pensano che ci sia lavoro, invece la realtà è molto differente. Tanti per partire vendono terreni e case e, una volta partiti, non tornano più perché è un disonore. Preferiscono rischiare la vita piuttosto che rientrare da persone sconfitte e umiliate.
Patrizia Caiffa

venerdì 13 ottobre 2017

Ucraina: I diritti umani in Crimea sono in costante pericolo

East Journal
Un recente report dell’ONU ha riportato l’attenzione della comunità internazionale sulla situazione dei diritti umani in Crimea. Ne abbiamo parlato con due attivisti, intervenuti a Bruxelles allo scopo di informare i rappresentanti dell’Unione Europea sulle reali condizioni in cui versa la regione.


Le violazioni dei diritti umani
“La situazione dei diritti umani in Crimea continua a peggiorare” afferma Emil Kurbedinov, avvocato e difensore dei diritti umani che vive e lavora a Sinferopoli. Kurbedinov, nel 2017 vincitore del premio conferito dall’associazione Front Line Defenders, da anni lavora in difesa dei tatari di Crimea.

Le repressioni contro la minoranza tatara, di cui Kurbedinov stesso fa parte, sono cominciate con l’annessione della penisola, da secoli patria dei tatari. I tatari sono strenui oppositori del nuovo ordine e vittime prevalenti dell’attuale situazione; tuttavia, tra le fila dei prigionieri politici compaiono anche nomi di ucraini, spesso colpevoli di avere affisso bandiere e simboli, o di aver fatto affermazioni considerate “estremiste” dai servizi di sicurezza russi. Le leggi anti-estremismo e anti-terrorismo sono usate in modo strumentale, al fine di limitare l’opposizione politica, come dimostra il caso dello stesso Medžlis, il parlamento della minoranza tatara abolito l’anno scorso con l’accusa di essere un’organizzazione terroristica.

“Nel 2014, quando sono cominciate le prime repressioni, quasi nessuno si è unito a me nella difesa dei miei connazionali” racconta Kurbedinov. I rischi da intraprendere, effettivamente, sono molti, in quanto arresti e ispezioni avvengono in modo alquanto arbitrario.
Kurbedinov racconta di essere stato arrestato in modo totalmente ingiustificato, mentre si recava in aiuto a un attivista, la cui casa stava venendo perquisita dai servizi federali per la sicurezza russi (FSB).

Le intimidazioni proseguono e l’avvocato racconta di ricevere tutt’oggi telefonate, minacce e “saluti speciali” dagli agenti del FSB, che gli ricordano le conseguenze del suo lavoro. Kurbedinov può ora tuttavia contare sull’appoggio di altri cinque avvocati unitisi alla causa, segno che la paura sta iniziando a venir meno e la resistenza, al contrario, si sta rafforzando. Ciononostante, la situazione dei diritti umani nella penisola continua a peggiorare: rapimenti, sparizioni, arresti e torture sono all’ordine del giorno, mentre l’attenzione internazionale continua a scemare e la penisola si trova, di fatto, quasi isolata.

Le missioni di monitoraggio delle organizzazioni internazionali sono, al momento, praticamente assenti. “Se ci fossero missioni internazionali permanenti,” fa notare Ivan (che ha preferito rimanere anonimo, ndr) “anche coloro che si oppongono in Crimea saprebbero che non sono soli nella loro lotta contro queste costanti vessazioni”. Agli scettici sulla possibilità di una missione di monitoraggio nella penisola, Ivan risponde che se la Russia non permettesse l’ingresso di osservatori internazionali, darebbe a vedere a tutti di avere qualcosa da nascondere. L’attivista prevede che le repressioni diminuiranno poco prima delle elezioni presidenziali russe, quando i riflettori saranno puntati sulla penisola, ma che torneranno sempre più forti dopo la prevedibile vittoria di Putin.

Palermo, arrivata la "nave dei bambini": a bordo 241 minori, mai così tanti

La Repubblica
La battaglia di Sabratha ha riacceso la rotta libica. Appello di Sos Méditerranée: " Navi dei soccorsi insufficienti" - L'imbarcazione con i 241 minori a bordo ha attraccato nel porto del capoluogo siciliano questa mattina.


E' arrivata nel porto di Palermo nave Aquarius di Sos Mediterranee, con a bordo 606 migranti salvati in sette operazioni di soccorso in meno di 36 ore. La 'nave dei bambini' è stata ribattezzata: sul natante dell'organizzazione franco-italo-tedesca, infatti, 241 minori, 178 dei quali non accompagnati. Sono undici le donne incinte, di cui due al nono mese di gravidanza; e c'è anche un neonato di appena una settimana.

Diversi naufraghi presentano sintomi di malnutrizione e appaiono provati dalla prolungata mancanza di cure, un giovane porta i segni di ferite da arma da fuoco e da machete. Numerose donne di origine subsahariana hanno dichiarato di essere state ripetutamente vittime di violenze sessuali e di essere state imprigionate per diversi mesi.

"Un naufrago su tre è bambino o adolescente", ha confermato Madeleine
Habib,coordinatrice Sar (Search and Rescue) di Sos Mediterranee. I migranti soccorsi martedì e mercoledì provengono da più di 15 Paesi differenti: Siria, Egitto, Mali, Costa d'Avorio, Guinea Bissau, Sudan, Marocco, Somalia, Eritrea, Senegal, Camerun, Nigeria, Liberia, Etiopia, Algeria, Ghana, Benin, Gambia, Yemen. Tra loro anche un migrante originario della Turchia; 50 sono i richiedenti asilo siriani in fuga dalla Libia, tra i quali intere famiglie con bambini.

Texas - Eseguita pena di morte per Robert Pruett. Numero 20 dell'anno in Usa

Askanews
Lo stato del Texas ha giustiziato oggi un uomo condannato per l'uccisione di una guardia carceraria, malgrado la mancanza di prove materiali che stabilissero l'implicazione diretta del detenuto nell'omicidio. Robert Pruett, 38 anni, aveva inoltre solo 15 anni al momento del suo arresto e non ha trascorso un solo giorno della sua vita da adulto al di fuori di una prigione.
Pruett è stato ucciso alle 18.46 locali di ieri (01.46 di oggi in Italia), un'ora dopo che la Corte suprema Usa ha respinto le ultime richieste di clemenza dei suoi avvocati. "Vi voglio solo dire, lo voglio dire a tutti, che amo. Ho fatto male a delle persone e delle persone mi hanno fatto male", ha detto nelle sue ultime parole di addio, secondo un comunicato della Giustizia penale del Texas.
Il suo arresto avvenne quando aveva solo 15 anni, per complicità in un omicidio commesso dal padre. Allora fu condannato a una pena di 99 anni di carcere, secondo una legge assai controversa che equipara la pena per un omicida e i suoi complici. Questa condanna non offriva possibilità di redenzione a un adolescente cresciuto tra una madre tossicomane e un padre spesso in prigione. Lo stesso Pruett aveva già cominciato all'età di sette anni a consumare stupefacenti, che vendeva ai suoi compagni di scuola elementare.

Nonostante fosse un minore, fu immediatamente incarcerato in una prigione per adulti. All'età di 20 anni si ritrovò accusato dell'uccisione di un agente penitenziario, Daniel Nagle, ritrovato pugnalato. Aveva appena scritto un rapporto disciplinare su Pruett, che fino all'ultimo istante ha rivendicato la sua innocenza. Dal 2013 Pruett è riuscito a sfuggire all'esecuzione, richiedendo il test del Dna sui vestiti della vittima e sull'arma del delitto. Queste analisi si sono rivelate non conclusive e non hanno provato la presenza di Pruett sulla scena del delitto Nagle. Tuttavia non sono state giudicate sufficienti a rimettere in questione il verdetto.

La famiglia di Daniel Nagle ha reagito all'annuncio dell'esecuzione attraverso la sorella della vittima, Nora Oyler, citata da un comunicato delle autorità texane: "Anche se sono 18 anni che ce l'hanno tolto, Daniel ci manca ancora ogni giorno e l'esecuzione non diminuirà in alcun modo la nostra perdita. Abbiamo scelto di passare questo momento lontano dai media per poter celebrare la vita di Daniel e non la tragedia della sua morte"

E' il ventesimo prigioniero messo a morte quest'anno negli Stati Uniti, il sesto nel Texas, stato che conta il maggior numero di esecuzioni. 

giovedì 12 ottobre 2017

Consiglio d'Europa: "L'Italia chiarisca il suo accordo con la Libia". Rischio tortura e trattamenti inumani.

HuffingtonPost
Il Consiglio d'Europa ha scritto all'Italia chiedendo chiarimenti sul suo accordo con la Libia. In una lettera del commissario dei Diritti umani, Nils Muiznieks, al ministro degli Interni Marco Minniti si legge: "Le sarei grato se potesse chiarire che tipo di sostegno operativo il suo governo prevede di fornire alle autorità libiche nelle loro acque territoriali, e quali salvaguardie l'Italia ha messo in atto per garantire che le persone" salvate o intercettate non rischino "trattamenti e pene inumane, e la tortura".


In particolare, nella lettera inviata il 28 settembre, si chiede "quali salvaguardie l'Italia ha messo in atto per garantire che le persone eventualmente intercettate o salvate da navi italiane in acque libiche, non siano esposte al rischio di essere vittime di trattamenti e pene inumane e degradanti e alla tortura".

Nel documento si chiedono anche informazioni sul nuovo Codice di condotta per le ong coinvolte in operazioni di salvataggio in mare, una richiesta già rivolta alle autorità italiane in una lettera adottata ieri dalla Commissione migrazioni dell'assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa e indirizzata al capo della delegazione italiana, Michele Nicoletti (Pd).

Rispetto agli accordi con la Libia il commissario evidenzia che "il fatto di condurre operazioni in acque territoriali libiche non assolve il Paese dagli obblighi derivanti dalla convenzione europea dei diritti umani".

Muiznieks ricorda che la Corte di Strasburgo ha stabilito, in varie sentenze, che gli Stati membri del Consiglio d'Europa rispondono delle loro azioni come se agissero nel proprio Paese quando hanno un controllo effettivo o esercitano l'autorità su un individuo sul territorio di un altro Stato. Secondo il commissario "questo sarebbe, a suo avviso, vero per le navi italiane che intercettano e salvano migranti nelle acque libiche".

In giornata è arrivata la risposta del ministro Minniti. "Mai navi italiane o che collaborano con la Guardia costiera italiana hanno riportato in Libia migranti tratti in salvo", scrive il ministro. L'attività delle autorità italiane è finalizzata alla formazione, equipaggiamento e supporto logistico della Guardia costiera libica, non ad attività di respingimento", aggiunge nella lettera.

Papa Francesco: "La pena di morte è contro il vangelo", anche la Chiesa ha sbagliato.

Famiglia Cristiana
"E' una misura disumana", ha detto Jorge Mario Bergoglio che ha chiesto scusa per le esecuzioni avvenute nello Stato pontificio "trascurando la misericordia". La terza richiesta di perdono fatta da Francesco, dopo quelle ai valdesi e ai pentecostali italiani

Settembre 2015 - Papa Francesco al Congresso Usa: “Abolite la pena di morte"
Sulla pena di morte la Chiesa ha sbagliato e anche il Catechismo va cambiato. Papa Francesco fa quello che nessun dei suoi predecessori ha mai fatto e pronuncia un articolato “mea culpa” per il fatto che “purtroppo anche nello Stato pontificio si è fatto ricorso a questo estremo e disumano rimedio, trascurando il primato della misericordia sulla giustizia”. Si tratta del terzo mea culpa di Francesco dopo le scuse alla comunità valdese per le persecuzioni cattoliche durante il viaggio a Torino fatto nel 2015 e dopo la richiesta di perdono ai pentecostali, durante la visita a Caserta al suo amico il pastore Giovanni Traettino, per le persecuzioni fasciste nei loro confronti appoggiate anche dalla Chiesa.

Il Papa ha detto queste parole in un discorso in occasione dell’anniversario della promulgazione, venticinque anni fa, dalla promulgazione del catechismo della Chiesa cattolica da parte di Giovanni Paolo II. E ha aggiunto: 

“Assumiamo le responsabilità del passato, e riconosciamo che quei mezzi erano dettati da una mentalità più legalistica che cristiana. La preoccupazione di conservare integri i poteri e le ricchezze materiali aveva portato a sovrastimare il valore della legge, impedendo di andare in profondità nella comprensione del Vangelo. Tuttavia, rimanere oggi neutrali dinanzi alle nuove esigenze per la riaffermazione della dignità personale, ci renderebbe più colpevoli”.
Pertanto 
“è necessario ribadire pertanto che, per quanto grave possa essere stato il reato commesso, la pena di morte è inammissibile perché attenta all’inviolabilità e dignità della persona”. 
Bergoglio ha spiegato che quello della pena di morte è un esempio di “progresso della dottrina” anche in relazione alla “mutata consapevolezza del popolo cristiano, che rifiuta un atteggiamento consenziente nei confronti di una pena che lede pesantemente la dignità umana”. 

La pena di morte ha aggiunto “è in se stessa contraria al Vangelo perché viene deciso volontariamente di sopprimere una vita umana, che è sempre sacra agli occhi del Creatore e di cui Dio solo in ultima analisi è vero giudice e garante”.