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giovedì 17 agosto 2017

#PrayForBarcellona

Migranti, 600 salvataggi in Spagna. Flusso triplicato dopo forte riduzione dalla Libia in Italia

Il Foglio
Solo ieri 600 salvataggi. Tra le imbarcazioni usate anche dei pedalò. Per le Nazioni Unite, gli arrivi nel paese europeo sono triplicati rispetto al 2016


Nel Mediterraneo si intensificano gli sbarchi dei migranti che seguono la rotta che va dal Marocco alla Spagna. Solo ieri, la guardia costiera spagnola ha salvato 600 persone che, a bordo di imbarcazioni di fortuna – persino dei pedalò –, attraversavano i 13 chilometri che separano l'Africa dall'Europa. Tra di loro c'erano anche 35 bambini e un neonato.
Secondo le ultime statistiche fornite dalle Organizzazione mondiale per l'immigrazione (Oim), quest'anno sono sbarcati in Spagna oltre 9mila migranti, un numero triplicato rispetto al 2016. 

Continuando con questi ritmi, spiegano le Nazioni Unite, il totale degli arrivi nel paese potrebbe superare anche quello relativo agli sbarchi in Grecia, notevolmente rallentato dopo l'accordo tra l'Ue e la Turchia. 

La distanza estremamente ridotta che separa le due sponde dello Stretto di Gibilterra permette ai migranti di usare imbarcazioni vecchie, spesso senza motore con un sistema messo in piedi da trafficanti di uomini del tutto simile a quello che interessa la rotta che separa la Libia dall'Italia. Queste reti criminali, ha scritto la Bbc, contattano direttamente le autorità spagnole nel momento in cui i barconi entrano in acque internazionali, per farsi raggiungere e portare in salvo il carico di uomini. Una tecnica comunque rischiosa, che dall'inizio di quest'anno ha portato alla morte di 120 persone, affondate per le precarie condizioni delle imbarcazioni usate.

I numeri degli arrivi sulle coste della Spagna meridionale non includono gli sconfinamenti nelle enclavi di Ceuta e Melilla, gli unici due confini terrestri che separano l'Europa dall'Africa. I dati dicono comunque che la situazione nello Stretto di Gibilterra non è paragonabile – per numeri di sbarchi, di partenze e di morti – a quella al largo del Mar libico. 

In Italia, però, le organizzazioni internazionali e italiane confermano che nelle ultime settimane, nonostante il mare calmo, gli sbarchi sulle nostre coste sono diminuiti nettamente (meno 57 per cento rispetto a giugno). Un risultato degli accordi presi tra l'Italia e il governo libico, che si è impegnato ad aumentare gli sforzi per il pattugliamento delle sue coste. 

Ma d'altra parte, l'apertura delle nuove rotte nel Mediterraneo, come nel caso spagnolo, conferma le tesi sollevate dal governo italiano in questi anni a Bruxelles: il problema degli sbarchi non è di un paese solo e richiede una risposta organica di tutti i 27 stati Ue.

Venezuela, rivolta in carcere: uccisi 37 detenuti Il governatore di Amazonas: “è stata una mattanza”. Aperta un’inchiesta

Il Velino.it
Negli scontri in un penitenziario venezuelano nello Stato di Amazonas sono rimasti uccisi 37 detenuti. Il governatore regionale Liborio Guarulla ha parlato di "mattanza" riferendosi alla rivolta sedata nel sangue a seguito della quale sono rimasti feriti anche 14 agenti di polizia. 

Un detenuto è riuscito ad evadere e altri 61 sono stati trasferiti in altre strutture. L'ufficio del procuratore generale del Venezuela ha confermato l'apertura di un'inchiesta.

Filippine: 32 uccisi in un giorno. Macabro record di Duterte nella "guerra" alla droga

SIR
Il 15 agosto la polizia delle Filippine ha ucciso 32 persone, probabilmente il più alto numero di vittime in un solo giorno da quando il presidente Duterte ha dichiarato la cosiddetta “guerra alla droga”. 


“Queste morti scioccanti ci ricordano che l’illegale ‘guerra alla droga’ del presidente Duterte va avanti senza sosta, anzi pare raggiungere nuovi livelli di barbarie: uccidere i sospetti, violare il loro diritto alla vita e ignorare le regole del giusto processo sono ormai la routine”, ha dichiarato James Gomez, direttore di Amnesty International per l’Asia sud-orientale e il Pacifico. 

“A pagare il prezzo di questa brutalità sono soprattutto le comunità più povere di aree come la provincia di Bulacan, dove è avvenuta buona parte delle esecuzioni extragiudiziali da quando il presidente è al potere, comprese 21 delle 32 del 15 agosto”, ha aggiunto Gomez. Secondo Amnesty le recenti parole di Duterte, secondo il quale egli potrebbe non riuscire a risolvere i problemi legati alla droga durante il suo mandato, “sono molto preoccupanti. Con l’estensione a tempo indeterminato di questa fallace strategia, rischiamo di non vedere la fine di queste uccisioni”, ha commentato Gomez. “Considerato che un mese fa Duterte ha minacciato di abolire la Commissione per i diritti umani, l’unica istituzione che svolge indagini approfondite sulle esecuzioni extragiudiziali, pare che mai come oggi dall’inizio del mandato presidenziale i diritti umani siano a rischio”, ha sottolineato Gomez, che chiede di istituire, “senza ulteriori ritardi, una commissione d’inchiesta internazionale sulla ‘guerra alla droga’ e sulla carneficina in corso ogni giorno nelle Filippine”. Dal giugno 2016 Rodrigo Duterte e la sua amministrazione si sono resi responsabili di diffuse violazioni dei diritti umani nel contesto della cosiddetta ‘guerra alla droga’, hanno minacciato e imprigionato persone che esprimono critiche e creato un clima di assenza di legge. In un rapporto del gennaio 2017 intitolato “Se sei povero vieni ucciso”, Amnesty aveva denunciato come la polizia filippina avesse ucciso, o avesse pagato per uccidere, migliaia di presunti autori di crimini di droga in un’ondata di esecuzioni extragiudiziali equiparabili a crimini contro l’umanità.

Dopo la Giordania, il Libano: no alle nozze riparatrici per gli stupratori

Globalist
La legge prevedeva che gli stupratori evitassero il carcere se sposavano la donna violentata. D'ora in poi solo la galera.


Un piccolo passo in avanti verso la civiltà anche se cambiare mentalità è un percorso che ha bisogno di tanto tempo e si è ancora lontani: anche il Libano, come ha fatto recentemente la Giordania, ha abolito oggi un articolo del codice penale che evitava ad uno stupratore ogni punizione se avesse sposato la sua vittima.
L'abolizione dell'articolo 522 del codice penale, votata oggi dal Parlamento di Beirut, è il risultato di una lunga campagna condotta in questo senso da organizzazioni per i diritti civili e in particolare per i diritti delle donne.
La legge prevede pene detentive fino a sette anni di reclusione per chi si renda responsabile di violenza sessuale. Una punizione che però poteva essere finora evitata da chi decidesse di "rimediare" al reato sposando la sua vittima. Una esenzione che era in vigore fin dagli anni '40 del secolo scorso.

Oltre al Libano e alla Giordania, anche Tunisia, Marocco ed Egitto hanno cancellato leggi simili, che però rimangono in vigore in diversi altri Paesi tra cui Algeria, Iraq, Kuwait, Libia, Territori palestinesi e Siria, secondo quanto sottolinea Human Rights Watch.

mercoledì 16 agosto 2017

Regeni, il coraggio della verità. Il ritorno dell'ambasciatore in Egitto è una resa?

La Repubblica
di Mario Calabresi
La decisione di rimandare l'ambasciatore al Cairo lascia stupiti e provoca amarezza: il governo ha cambiato idea per gestire la situazione libica con l'aiuto dell'Egitto. Ma allora perché non assumersi la responsabilità politica del gesto?


Questo giornale, insieme con la famiglia di Giulio Regeni, ha sempre pensato che fosse stato giusto richiamare l’ambasciatore al Cairo. E che non lo si dovesse rimandare finché non si fosse ottenuta la verità sul rapimento, la tortura e l’uccisione di un giovane italiano che era in Egitto per portare a termine un dottorato di ricerca. La decisione, comunicata ieri sera, alla vigilia di Ferragosto, non può che lasciare stupiti e provocare amarezza. Perché dalla verità siamo ancora distanti ma soprattutto siamo lontanissimi dalla possibilità di avere giustizia. La sensazione è che ora tutto possa passare in secondo piano, che la morte di Giulio Regeni sia diventata di intralcio agli interessi nazionali.

Partiamo dall’inchiesta. In quest’ultimo anno il lavoro della Procura di Roma e dei nostri investigatori è stato esemplare, sono state individuate responsabilità precise nella struttura dei servizi segreti egiziani, un organismo che fa capo direttamente al potente ministro dell’Interno. Ma la collaborazione della procura e delle autorità del Cairo è stata discontinua, lentissima e a tratti irridente. Ora, dopo mesi di silenzio, sono arrivati finalmente nuovi documenti, della cui bontà nessuno però è in grado di garantire. La strada sarà ancora lunga e non sappiamo se si arriverà mai al traguardo.

Tenere l’ambasciatore a Roma era considerato come il modo più efficace per fare pressione sul regime di Al Sisi. Il governo ha cambiato idea. Si può comprendere il perché. E qui entra in ballo l’interesse nazionale, che ancora una volta porta in Libia. Cercare di gestire la situazione libica e i flussi migratori senza avere rapporti diretti con l’Egitto — che è il principale sostenitore del generale Haftar e delle sue milizie — è come giocare con un braccio legato. La nostra assenza al Cairo è stata sfruttata a fondo dai francesi e si capisce l’urgenza di porre rimedio.

Ma allora perché non chiamare le cose con il loro nome? Perché non avere il coraggio di assumersi la responsabilità politica del gesto? Dire con chiarezza: abbiamo bisogno di un ambasciatore in Egitto che agisca nel pieno delle funzioni per gestire la situazione libica. Spiegarlo alla famiglia e agli italiani. Non venderlo come un modo per accelerare la verità. 

Questo non avrebbe diminuito l’amarezza di Paola e Claudio Regeni, i genitori di Giulio, e di molti che li hanno sostenuti in questi mesi, ma avrebbe evitato la sensazione di essere presi in giro. Poi se tutto ciò viene fatto alla vigilia di Ferragosto e a Camere chiuse allora quella sensazione si ingigantisce.

La responsabilità della politica ora è di dimostrare ogni giorno, con gli atti dell’ambasciatore e in ogni sede internazionale, che ottenere giustizia per Giulio Regeni è una priorità nazionale, che interesse degli italiani è anche non accettare che un proprio cittadino venga torturato e ucciso dal governo di un Paese che si professava amico. Altrimenti il gesto di ieri potrà essere definito in un solo modo: una resa.

Morire di terrorismo in Burkina Faso nell'indifferenza generale

Huffpost
A chi interessano i 18 morti di Ouagadougou? A leggere i giornali italiani di questa mattina quasi a nessuno nel nostro Paese, se si fa eccezione per l'Avvenire, quotidiano cattolico sempre attento al Sud del mondo. Eppure, avremmo tutto l'interesse a lanciare un forte allarme dopo quello che è successo domenica notte nella capitale del Burkina Faso tra l'indifferenza generale: una strage perpetrata al caffè-ristorante Aziz Istanbul, nella strada più importante della città, a pochi metri da un altro locale, il Cappuccino, dove nel gennaio 2016 un primo attacco terrorista aveva causato 30 morti.


Per tanti motivi. Prima di tutto perché è disumano abituarci a sottovalutare ulteriormente le tragedie africane – comprese le catastrofi naturali e ambientali - che già pesano troppo poco mediaticamente in tutto l'Occidente, dall'Europa all'America del Nord.

Secondo. Perché si tratta di un attentato terrorista di radice islamista al pari di quelli registrati dolorosamente in Europa, peraltro con morti di diverse nazionalità, africane e non, tra cui un canadese, un turco e un francese. Ormai, pericolosamente, stiamo facendo abitudine a questo tipo di eventi dalle nostre parti e ancora di più nei confronti di quelli che accadono a 4 mila chilometri di distanza.

Terzo motivo, quello che più ci dovrebbe preoccupare. Il Burkina Faso, anche se pochi lo conoscono qui in Italia, non è un Paese così lontano come si pensa. Nel senso che è uno Stato strategico nella lotta al terrorismo insieme a Mali, Niger e Nigeria. 

E' ormai questa, la fascia sahelica subsahariana, non più il Mediterraneo, la frontiera dell'Europa, come dimostrano anche le vicende dei flussi migratori. E' lì che l'Europa deve intervenire, aiutare, rafforzare l'impegno a favore della pace.

Il Burkina Faso era, fino a poco tempo fa, uno dei Paesi più tranquilli, anche se tra i più poveri, dell'Africa, esempio di coabitazione tra diverse etnie e di convivenza tra Islam e cristianesimo. 

Una nazione che ha da sempre accolto numerose Ong e organizzazioni umanitarie, impegnate nei settori dell'agricoltura, dell'educazione e della sanità e dove la Comunità di Sant'Egidio ha affrontato uno dei problemi più gravi esistenti, registrando – con il programma "Bravo!" - oltre 3 milioni di persone, per lo più minori, che non erano mai state iscritte all'anagrafe. Un popolo di "invisibili", che facilmente potevano essere vittime del traffico di esseri umani. Un Paese che stava e sta dando esempio di come, un po' alla volta – anche con la ripresa della cooperazione italiana – si può guardare al futuro con più ottimismo.

La vicina guerra - se non dimenticata ormai trascurata - nel Nord del Mali ha prodotto una nefasta influenza e due gravi attentati terroristici, quasi nello stesso luogo, centralissimo, della capitale, stanno mostrando la fragilità di uno Stato che è da poco uscito, in modo per lo più pacifico, da una grave crisi politico-militare. 

Un Paese che non va lasciato solo e che andrebbe almeno ricordato, quando è sotto attacco, sulle pagine dei giornali. Per il loro (prima di tutto) interesse, ma anche per il nostro. Perché il Burkina Faso non è poi così lontano.

Roberto Zuccolini