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venerdì 20 ottobre 2017

L'Italia ha bloccato la rotta dalla Libia dei migranti. UNHCR: 14.550 bloccati vittime di soprusi di ogni tipo.

Linkiesta
Secondo l’Unhcr più di 14.500 migranti sono rimasti imprigionati per mesi in condizioni indecenti dai trafficanti vicino alla città costiera di Sabrata. Il 44% di loro dice di voler tornare a casa. Abbiamo puntato tutto sul piano Minniti ma ci siamo scordati che in Libia c’è una guerra civile.


Pensavamo di aver risolto il problema. Sempre meno migranti nelle nostre coste, (-24% rispetto al 2016 ), l’accordo tra Italia e Libia per tenerli nei campi di detenzione, “l’invasione” fermata dopo anni di indecisione politica. Che fine hanno fatto i migranti che non sbarcano più? Non ce ne frega nulla, come quando buttiamo la spazzatura. Mica importa dove va a finire. Quei “rifiuti” di cui non vogliamo sentir parlare, fino a venerdì erano tenuti prigionieri in condizioni indecenti dai trafficanti vicino alla città costiera di Sabrata, a 100 km dalla capitale. Sono 14.500 migranti, tra cui donne incinte, neonati e bambini senza genitori. Erano bloccati in fattorie, case e magazzini nell’area costiera a metà strada tra Tripoli e il confine con la Tunisia. Senza cibo, acqua, vestiti scarpe e servizi igienici. L’ha rivelato l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr) che sta portando aiuti umanitari da una settimana.

Lavori forzati, abusi sessuali, ferite causate da proiettili. La maggior parte dei migranti ha detto ai volontari dell’Unhcr di aver subito almeno una violazione dei diritti umani. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Iom),il 44% dei migranti detenuti intervistati vuole tornare a casa preferendo la povertà e le guerre all’inferno vissuto fino a questo momento. Le autorità del governo provvisorio libico hanno trasferito i migranti in un hangar nella zona di Dahman per portarli poi nei centri di detenzione ufficiali, dove potranno ricevere le cure.

Pensavamo che il piano di Minniti avesse risolto il problema per sempre. A luglio il ministro dell’Interno aveva stretto un accordo con le milizie “Martire Abu Anas al Dabbashi” e “Brigata 48”: finanziamenti (tanti) per fermare i trafficanti e bloccare i migranti sulle coste. Per questo sono crollati gli sbarchi, proprio da Sabrata, fino a quel momento il principale punto di partenza dei migranti provenienti dall’Africa sub sahariana. Ma ci siamo scordati che in Libia c’è ancora una guerra civile in corso.

A Tripoli comanda Fayez al Serraj, capo del governo che l’Italia (per ora) appoggia e garante dell’accordo con le due milizie, entrate in tutta fretta nel suo esercito. A Bengasi però, comanda il generale Khalifa Haftar. A lui rispondono i soldati del “Comando operativo contro lo Stato islamico” che fino a venerdì hanno attaccato le milizie finanziate dall’Italia che controllavano per noi i migranti. E mentre le fazioni rivali combattevano per il controllo di Sabrata, i migranti erano intrappolati in case e magazzini. Senza i carcerieri, fuggiti per gli scontri ma senza anche aiuti umanitari. Una settimana fa la battaglia tra le milizie è finita e più di tremila migranti sono stati imprigionati e portati in un altro centro di detenzione controllato dal "Comando operativo contro lo stato islamico", anche lì senza aiuti umanitari.

Intanto le due milizie finanziate dall'Italia sono state cacciate dalla Sabrata. E non è detto che ritorneranno. Finora la strategia italiana, avallata dall'Unione europea, è stata quella di appoggiarsi al governo libico di Al Serraj, ma la sensazione è quella di esserci affidati al cavallo sbagliato. Un piano di un Paese nato per tamponare l'emergenza è diventato la strategia dell'intera Unione europea. Ed ora è in crisi. Tutto basato su accordi con milizie mercenarie che fino a qualche mese fa erano gli stessi a proteggere i trafficanti.

Non sappiamo come finirà la guerra civile, e soprattuto chi la vincerà. Un'ipotesi potrebbe essere quella di finanziare le milizie dell'altra fazione, e non è un caso che Haftar sia andato due settimane fa Roma a incontrare la ministra della Difesa Roberta Pinotti e il ministro dell'Interno Minniti. A parte il possibile voltafaccia diplomatico, cosa faremo se le truppe di Al Serraj prenderanno di nuovo il controllo?

Previsioni a parte, il modello di Minniti sembra già in crisi. E il problema del rispetto dei diritti umani nei campi di detenzione rimane. Capiamoci: nessuno vuole tornare a quando i migranti morivano a migliaia in mare ogni giorno. E l'Italia non si può addossare i problemi dell'Europa solo sulle sue spalle. Ma si possono creare percorsi legali sicuri per far arrivare chi ha veramente bisogno di asilo politico? Si possono almeno rendere decenti le condizioni di chi è rimasto in Libia? E se migliaia di migranti continuano a morire, stipati in campi di detenzione che assomigliano sempre più a campi di concentramento, per molti è sempre meglio che vederli sbarcare a Lampedusa.

Guerre dimenticate Yemen - I bambini: 450mila malnutriti, 1500 soldati, 785 uccisi

La Repubblica
Beirut - “Nello Yemen i bisogni sono immensi e diffusi ovunque – ha detto Saara Bouhouche, responsabile di ‘Solidarités International’ - Siamo di fronte a un’intera popolazione che si sta spegnendo in tutto il Paese. Non ci sono aree senza emergenze ed è difficile rispondere a tutte le necessità, perché le possibilità delle organizzazioni umanitarie non sono proporzionate alle dimensioni della crisi”. 


Il conflitto yemenita, iniziato due anni e mezzo fa, contrappone i ribelli Houthi (sciiti) alle forze del sunnita Abd Rabbo Hadi, ma sono i civili a pagare il prezzo più elevato. “Nello Yemen si sta vivendo la peggiore crisi umanitaria dalla fine della seconda guerra mondiale”, ha detto Stephen O'Brien, sottosegretario generale delle Nazioni Unite per gli affari umanitari. “Tutte le parti in conflitto negano arbitrariamente l'accesso sicuro agli aiuti umanitari e lo strumentalizzano per scopi politici.

I numeri parlano da soli. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (OCHA), 20,7 milioni di yemeniti hanno bisogno di aiuti per sopravvivere. Sette milioni di persone sono denutrite o malnutrite e quasi 16 milioni non hanno accesso all'acqua potabile sicura. I bambini e gli anziani sono le prime vittime. 
Nel Paese un bambino al di sotto dei cinque anni muore ogni dieci minuti per cause legate alla crisi e, secondo OCHA, almeno 450.000 bambini soffrono di grave malnutrizione. A questo si aggiunge l’epidemia di colera dilagante in tutto il Paese. Ogni minuto si ammala un bambino, ad oggi sono 700.000 le persone colpite ed entro la fine dell’anno, secondo la Croce Rossa, i casi potrebbero superare il milione. Nello Yemen 50% delle strutture sanitarie non è più in funzione. mancano i medicinali e il personale medico è insufficiente.
Molti minorenni sono parte attiva nella guerra. Oltre la crisi umanitaria, i bambini sono colpiti dai continui bombardamenti della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, alleata con il governo Hadi. 

Secondo la relazione annuale del Segretario generale delle Nazioni Unite sui bambini nei conflitti nel 2016 almeno 785 bambini in Yemen sono stati uccisi e 1.168 sono rimasti feriti, Il 60% colpiti dalla coalizione filogovernativa. Inoltre, molti minori sono anche coinvolti direttamente nella guerra. 

A febbraio l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati ha affermato che sono almeno 1.500 i bambini soldato in Yemen. Per OCHA la situazione umanitaria si deteriorerà ulteriormente. Al momento 5,9 milioni di persone hanno ricevuto aiuti umanitari nei 22 governatorati del Paese, ma se questo non è ancora sufficiente. Purtroppo, per quanto riguarda i più piccoli la priorità non è data all'educazione o al supporto per aiutarli a superare i traumi che stanno vivendo. “I piccoli dello Yemen devono scampare per le bombe, affrontare le loro paure e le loro perdite, ma anche combattere e lavorare per sostenere la famiglia.” Ha detto ancora Saara Bouhouche. “I bambini di questa guerra dimenticata sembrano condannati a essere una generazione persa.”

Mauro Pompili

UNHCR: Continua il dramma dei Rohingya. 537 mila rifugiati in Bangladesh, migliaia ogni giorno.

Adnkronos
Villaggi bruciati, intere famiglie sterminate, donne e ragazze violentate, non se ne parla quasi più, ma i rifugiati Rohingya continuano a fuggire portando con sé storie terribili. Da agosto, denuncia l'UNHCR, la comunità Rohingya subisce gravi violazioni dei diritti umani nello stato Rakhine, in Myanmar. Oltre 537 mila rifugiati sono già fuggiti dal paese e hanno cercato protezione nel vicino Bangladesh. 



Altre migliaia stanno arrivando in questi giorni. Sono donne, bambini e uomini che hanno vissuto gli orrori più atroci. 


Alcuni di loro hanno visto i propri cari perdere la vita mentre attraversavano il golfo del Bengala per superare il confine e raggiungere la salvezza nei campi rifugiati di Kutupalong e Nayapara. Chi riesce ad arrivare in Bangladesh è affamato, sfinito e con urgente bisogno di cure mediche.

giovedì 19 ottobre 2017

Somalia - 300 morti e e centinaia di feriti nell'attentato ... ma già non se ne parla più.

Avvenire
Si fa di ora in ora più drammatico il bilancio del doppio attacco suicida di sabato a Mogadiscio, in Somalia. Fonti mediche riferiscono che i morti sono almeno 300, mentre si contano centinaia di feriti. Si tratta dell'attacco più sanguinoso dall'inizio dell'insurrezione islamista di al-Shabab nel 2007.


Il doppio attacco suicida sarebbe opera dei terroristi di al-Shabaab. Molte persone sotto le macerie di un albergo in parte distrutto.

Il presidente Mohamed Abdullah Mohamed ha decretato tre giorni di lutto nazionale. L'attentato non è stato rivendicato ma viene attribuito ai terroristi di al-Shahab, legati ad al-Qaeda.
Esplose due autobomba
La prima esplosione, apparentemente innescata da un camion-bomba, ha colpito l’entrata di un albergo, il Safari Hotel, nella zona delle ambasciate e su una delle arterie più trafficate della capitale, dove di recente i terroristi di al-Shabaab hanno messo a segno una serie di attentati. Qui si registra la maggior parte delle vittime, con molte persone rimaste sotto le macerie dell’albergo in parte distrutto.

Secondo alcuni testimoni, dopo l’esplosione sono stati uditi anche diversi colpi di arma da fuoco. I vetri delle finestre di numerosi edifici sono andati in frantumi mentre alcuni veicoli sono stati rovesciati dall’onda d’urto della deflagrazione e si sono incendiati. «C’era molto traffico e la strada era piena di gente a piedi e di autovetture – ha raccontato sconvolto Abdinur Abdulle, cameriere in un vicino ristorante –. È un disastro».
Una seconda autobomba è esplosa, sempre sabato, nel quartiere di Madina.
«A Mogadiscio non c'è una famiglia che non sia in lutto»
«Mai vista tanta devastazione... ogni famiglia di Mogadiscio ha perso qualcuno o conosceva qualcuno che è rimasto ucciso nell'esplosione» ha raccontato ad al Jazeera il direttore del servizio ambulanze di Mogadiscio, Abdulkadir Abdirahman. «Era un giorno normale, molto tranquillo. Ero seduto dietro la mia scrivania. Il nostro ufficio è a circa un chilometro dalla scena dell'esplosione - ha raccontato Abdirahman - All'improvviso ho sentito un'enorme esplosione. Ha tremato tutto. Non avevo mai sentito niente di più forte prima. Nel giro di pochi minuti il cielo si è ricoperto di un fumo molto scuro che ha addirittura coperto la luce del sole. Ho alzato il telefono e ho chiamato il resto della squadra. Non ho avuto bisogno di dire nulla, perché tutti avevano sentito l'esplosione. Ci siamo tutti precipitati verso la colonna di fumo».

Il servizio di ambulanze è attivo a Mogadiscio dal 2008, e «non abbiamo mai visto tanta devastazione. Nemmeno in sogno», ha proseguito Abdirahman. «Dovunque ci giravamo, c'erano cadaveri, persone ferite che chiedevano aiuto. Non avrei mai immaginato di vedere una scena simile: edifici enormi completamente distrutti. Edifici crollati. Veicoli ribaltati e bruciati. L'asfalto era coperto di sangue, corpi e brandelli di vestiti. Il nostro Paese non ha mai visto niente di neanche simile. In uno dei minibus bruciati c'erano studenti di ritorno da scuola, non dimenticherò mai quella scena orribile».
In Somalia una forte instabilità politica

L'attentato è stato messo a segno due giorni dopo le dimissioni del Capo delle forze armate, Ahmed Jimale Irfid, in carica da aprile, e del ministro della Difesa, Abdirashid Abdullahi Mohamed. Non sono note le motivazioni di queste dimissioni. Alcune fonti hanno detto al sito somalo Garowe che alcuni Paesi che sostengono la Somalia nella ricostruzione delle proprie forze armate e nella lotta contro gli Shebab avrebbero presentato lamentele nei loro confronti. Secondo altri resoconti, il ministro si sarebbe dimesso a fronte di una mancata collaborazione da parte del premier somalo Hassan Ali Khaire.

Le loro dimissioni sono arrivate in un momento di forte instabilità politica del Paese, con le autorità regionali somale che hanno sfidato l'autorità costituzionale del governo del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed Farmajo, contestando la sua decisione di tenere il Paese neutrale rispetto alla crisi tra i Paesi del Golfo.

Polonia, il primate Wojciech Polak: "Sospenderò preti anti-profughi"

La Repubblica
Le parole dell'arcivescovo metropolita di Gniezno, monsignor Wojciech Polak dopo la manifestazione dell'ultradestra cattolica che ha presidiato i confini del Paese


La Polonia preoccupa la Chiesa. La manifestazione che ha presidiato i confini del Paese con rosari e processioni per "salvare l'Europa dall'islamizzazione" è apparsa dissonante dalla linea di papa Francesco oltre che pericolosamente vicina alle posizioni dell'ultradestra, in una fase in cui la Polonia si è rifiutata di accogliere - come impongono le regole Ue - una quota dei profughi sbarcati in Italia e Grecia. 

Il primate polacco, l'arcivescovo metropolita di Gniezno, Wojciech Polak, ora interviene per ammonire che sospenderà 'a divinis' qualunque prete che parteciperà a iniziative contro i migranti: 
"Se dovessi avere notizia di una protesta contro i profughi alla quale i miei preti dovessero aver partecipato, la mia risposta sarà rapida: ogni sacerdote che si unisce a queste manifestazioni sarà sospeso. Non ho alcuna alternativa in quanto responsabile della mia diocesi. In una situazione in cui ci sono preti che esplicitamente sostengono una parte in conflitto, debbo agire immediatamente".
Le sue parole arrivano dopo quelle molto più diplomatiche pronunciate dalla Conferenza episcopale polacca, che ha sdrammatizzato i toni anti-migranti della manifestazione affermando che si trattava di un evento religioso legato alla ricorrenza della Madonna del Rosario. Il 7 ottobre, però, come hanno ricordato esplicitamente gli organizzatori dell'evento religioso, è anche l'anniversario della battaglia di Lepanto che nel 1571 ha visto la coalizione cristiana promossa da papa Pio V sconfiggere l'avanzata ottomana sull'occidente. In quel giorno, si legge sul sito dei promotori, "la flotta cristiana ha battuto la flotta musulmana, salvando così l'Europa dall'islamizzazione".

L'arcivescovo di Cracovia Marek Jedraszewski - che siede sulla cattedra che fu di Karol Wojtyla e poi del suo segretario Stanislaw Dziwisz - nel mettersi alla guida della lunga cordata di rosario aveva invitato a "pregare perché l'Europa ha bisogno di restare cristiana per salvare la sua cultura". Secondo Avvenire, il quotidiano della Conferenza episcopale italiana, si trattava di parole "a favore della pace, dell’amata nazione polacca, dell’Europa perché non dimentichi il ricco patrimonio di fede e di umanità imparato alla scuola del Vangelo". 

E per commentare l'evento il giornale ha rilanciato le espressioni del presidente della Conferenza episcopale polacca Stanislaw Gadecki, che ha parlato della "più grande iniziativa di preghiera in Europa". Toni entusiasti che però non hanno trovato sponda in Vaticano, tanto che l'Osservatore romano non ha dedicato una riga al raduno. Anche perché, come ha fatto rilevare Alberto Bobbio in un tagliente commento su Famiglia Cristiana, il "muro di protezione" invocato dagli organizzatori contrastava con l'invito ad "abbattere i muri" ricorrente negli appelli di papa Francesco.

Andrea Gualtieri

Texas - Poche ore prima dell'esecuzione stop alla pena di morte di Anthony Shore

Blog Diritti Umani - Human Rights
Alcune ore prima della sua esecuzione prevista per la notte di mercoledì, al condannato a morte Anthony Allen Shore, il G
iudice della Contea di Harris ha concesso un rinvio di 90 giorni.
Anthony Allen Shore doveva essere messo a morte mercoledì sera per l'omicidio di quattro donne, ma il giudice ha ritirato il mandato di esecuzione solo poche ore prima che Shore fosse destinato a morire.

Il giudice ha risposto a una richiesta dei procuratori che vogliono indagare ulteriormente sull'affermazione in cui Shore dice che un altro detenuto gli ha chiesto di confessare il suo crimine.

L'esecuzione di Shore è ora fissata per il 18 gennaio.


Fonte: CBSNews

mercoledì 18 ottobre 2017

Argentina - Ritrovato un cadavere nel fiume, potrebbe essere Santiago Maldonado

Corriere della Sera
Il 28enne è scomparso il 31 luglio durante la repressione di una protesta indigena da parte della Gendarmeria. I dubbi della famiglia: non accertata l’identità del corpo
Un cadavere è stato ritrovato nel fiume Chubut in Argentina. Potrebbe essere quello di Santiago Maldonado, l’attivista argentino di 28 anni scomparso il 31 luglio durante la repressione di una protesta indigena da parte della Gendarmeria. Secondo quanto riportano i mezzi di informazione locali sia televisivi che online, il cadavere ritrovato presenterebbe caratteristiche compatibili con quelle dell’attivista difensore dei Mapuche: si tratterebbe infatti di un corpo di sesso maschile con abiti di colore scuro che potrebbero corrispondere a quelli indossati dal giovane scomparso. Anche Patrizio Gonnella, dell’associazione Antigone, conferma la morte di Maldonado mentre la famiglia del giovane avanza qualche dubbio, specifcando che non è stata ancora accertata l’identità del corpo.



Le proteste
Lo scorso 4 ottobre l’Alto Commissariato dell’Onu per i Diritti Umani (Unhchr) aveva chiesto alle autorità argentine di «intensificare gli sforzi» per risolvere il caso di Santiago Maldonado. Il responsabile dell’Unhcr per l’America Latina, Amerigo Incalcaterra, aveva espresso la sua «preoccupazione per l’assenza di progressi nell’inchiesta sulla sparizione di Maldonado», sottolineando che risultava «prioritario stabilire le possibili responsabilità della Gendarmeria in questo fatto». 

Il governo di Mauricio Macri, è stato accusato dall’opposizione di aver dato poca importanza alla misteriosa sparizione del 28enne o perfino di aver coperto azioni illegali della Gendarmeria. Una manifestazione in favore di Maldonado si era svolta il primo ottobre in Plaza de Mayo a Buenos Aires.