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giovedì 27 aprile 2017

Somalia. La fuga di Zeinab, venduta a un uomo per salvare le sorelle dalla siccità

Corriere della Sera
Tra gli arbusti bruciati dal sole, con i raccolti perduti, gli animali morti e i pozzi vuoti, Abdir Hussein non vedeva nessun'altra possibilità per salvare la sua famiglia dalla fame che "vendere" la figlia Zeinab, 14enne. 


Un uomo del villaggio l'aveva chiesta in sposa offrendo in dote mille dollari. Il necessario per intraprendere il viaggio che avrebbe permesso di sopravvivere a lei e alle altre figlie, con nipoti e nipotini al seguito. Destinazione Dolow, cittadina somala al confine con l'Etiopia dove le agenzie umanitarie distribuiscono cibo e acqua agli sfollati in fuga dalla terribile siccità che sta colpendo il Paese dove oltre la metà dei 12 milioni abitanti necessita di aiuti per non soccombere, stima l'Onu.
Il "baratto" - All'inizio la ragazzina aveva opposto resistenza: "Preferisco correre nella foresta ed essere divorata dai leoni", la sua reazione. "Allora staremo qui a morire di fame e gli animali mangeranno anche le nostre ossa", la replica della madre, riferisce la Reuters. Barattare la libertà di Zeinab per la vita delle sorelle è stata una "decisione difficile, ho messo fine ai sogni della mia bambina ma senza quei soldi saremmo tutti morti".
C'è chi nella grande fuga lascia indietro bambini che non camminano o mariti invalidi. "Scelte come queste stanno diventando frequenti in un Paese dove non piove praticamente da due anni e la presenza dei miliziani Shebab complica i movimenti di soccorritori e degli stessi abitanti", raccontano al Corriere gli operatori di Coopi - Cooperazione italiana - , presenti dal 1984 in Somalia con programmi di distribuzione di voucher per alimenti, protezione dei rifugiati e iniziative di sostentamento agli animali. È proprio grazie all'iniziativa di questa ong italiana se la vicenda di Zeinab ha avuto un lieto fine.
Tra gli Shebab - Perché la ragazzina, a soli tre giorni dalle nozze, è riuscita a scappare e a raggiungere i suoi familiari che un po' a piedi un po' in sella a degli asini (affittati) avevano percorso i cinquanta chilometri che separano il luogo della salvezza, Dolow, dal loro villaggio vicino a Malmaley, sempre nella regione di Ghedo. 

Un viaggio non facile: per arrivarci occorre passare da zone controllate dai miliziani Shebab che estorcono "pedaggi" ai passanti, sequestrano ragazzini da arruolare come combattenti, bloccano gli uomini. Zeinab assicura di essere stata "trattata bene", altro non vuole dire, ha troppa paura di ritorsioni dopo che il suo volto è circolato sui media locali.
Passata indenne dalle zone controllate dagli estremisti, Zeinab si è trovata il marito alle calcagna. L'aveva inseguita. Minacciava la madre: "O mi ridate la dote o mi riprendo la ragazza con la forza". Non avrebbero potuto restituire neanche un centesimo del dovuto.
Non esistono programmi ad hoc per rimediare a queste situazioni, diventate più frequenti dopo la carestia. È a questo punto che entra in scena Coopi. "Dobbiamo fare qualcosa sennò ogni notte ci sarà uno stupro", disse Deka Warsame, coordinatrice regionale di Coopi, arrivata sul posto per la visita dei donatori Ue dell'Echo. 

Ed è partita una raccolta fondi. Così l'uomo è stato "risarcito" e Zeinab ora è una ragazza libera. Con un progetto: "Voglio studiare e diventare un'insegnante di inglese".

di Alessandra Muglia

Venezuela, massacro nel carcere di Puente Ayala: 12 detenuti morti

Globalist
Nel carcere sono stati rinchiusi 17 degli arrestati durante le proteste antigovernative


Almeno 12 persone sono morte e altre 11 sono rimaste feriti durante violenti scontri nella prigione di Puente Ayala, a Barcelona, nello stato di Anzoategui, nordovest del Venezuela. La notizia diffusa da deputati dell'opposizione - nel carcere sono stati rinchiusi 17 degli arrestati durante le proteste antigovernative - è stata confermata dalla ministra per i Servizi Penitenziari, Iris Varela.

Secondo Varela "nove detenuti sono morti per ferite di arma da fuoco, due per overdose di droga e uno per aver subito contusioni". La ministra ha detto che gli scontri sono scoppiati perché "c'è un gruppo di detenuti che non è d'accordo con il nuovo programma di studio, lavoro e disciplina che vogliamo attuare nella prigione".

Varela ha sottolineato che nelle carceri venezuelane "non comandano i gruppetti ne' le mafie, comanda lo Stato". Secondo il deputato oppositore Armando Armas invece, i morti a Puente Ayala sono stati 13 e gli scontri sono nati "da una disputa sui traffici illegali da parte di due 'pranes', i capomafia che controllano il posto".

Migranti: rapporto Oim, 93% va in Libia per fuggire povertà

AnsaMed
Da Niger i più numerosi (33%). 16% punta a Italia, 5% Germania
Il 93% dei migranti che si trovava negli ultimi mesi in Libia ha detto di aver lasciato il paese di origine per fuggire la povertà e l'assenza di opportunità per migliori condizioni di vita, mentre il 5% lo ha fatto per scappare da guerre, conflitti e condizioni di insicurezza e l'1% per la mancanza di servizi primari in patria. 


Lo riporta l'Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) nel suo ultimo rapporto 'Dtm Libya Migrant Report', sulla base di 1314 interviste sul campo compiute tra dicembre e marzo scorsi.
I dati sono emersi dal Displacement Tracking Matrix, sistema usato dall'Oim - e cofinaziato da Ue e UK Department for International Development (Dfid) - per monitorare i movimenti della popolazione presente in Libia, e sono stati raccolti in con interviste 'random' in nove diverse regioni del Paese.
Il 68% dei migranti intervistati ha riferito che era disoccupato nel Paese di origine. Per quanto riguarda il restante 32%, nel 70% dei casi i principali settori di impiego erano agricoltura, pastorizia, pesca e industria alimentare, nel 9% i settori di costruzioni, fornitura di acqua, energia.

Il 64% dei migranti ha dichiarato che la Libia era il Paese di destinazione, mentre il 16% guardava all'Italia, l'8% alla Francia e il 5% alla Germania. In particolare, il 42% dei nigeriani puntava all'Italia come prima destinazione.

La scelta delle destinazioni era soprattutto legata alle condizioni socio-economiche del Paese di arrivo (83%), mentre l'11% ha scelto in base alle condizioni di accesso all'asilo, ed il 4% per i parenti presenti nei Paesi di destinazione.

Secondo l'indagine, il 53% di chi sceglie l'Italia come destinazione lo fa per motivi economici, il 40% per chiedere asilo, un dato quest'ultimo cresciuto rispetto al 22% del 2016.

Solo il 18% degli intervistati ha preso in considerazione l'idea di tornare nel proprio Paese di origine.

La nazionalità principale tra i migranti intervistati è il Niger con il 33% di persone, seguita dall'Egitto con il 19%, e da Sudan, Mali, Nigeria, Ciad.

La maggioranza dei migranti intervistati era di sesso maschile (98%) e di età compresa tra i 20 e i 29 anni (62%). Il 52% erano single, e nel 76% dei casi avevano completato un percorso di studi: il 25% una scuola coranica, il 22% la scuola primaria, il 12% quella secondaria, il 17% un corso professionale, l'1% un'istruzione superiore.

Per quanto riguarda i viaggi, il 70% degli intervistati ha dichiarato di essere partito da un Paese al confine con la Libia. Nel 90% dei casi il viaggio è stato compiuto in maniera non 'ufficiale' e il 96% degli intervistati ha riferito di essere entrato il Libia via terra. Per il 67.4% il costo per raggiungere la Libia è stato di meno di mille dollari a persona, mentre il 31.7% ha riferito di un costo tra i 1000 e i 5 mila dollari. Cifre che, secondo lo studio, potrebbero coprire il trasporto dei trafficanti, i checkpoint, cibo e alloggio.

Per quanto riguarda la stima dei migranti ora in Libia, tra gennaio e febbraio 2017 l'OIM ha rilevato la presenza di 381,463 migranti sul territorio del Paese, di cui 7,197 in stato di detenzione. Le principali regioni in cui si concentrano quelle di sono Misurata, Tripoli e Sebha. Di questi, il 96% sono adulti, dei quali l'87% uomini e il 13% donne. I minori sono il 4%, il 38% dei quali (uno su tre) non è accompagnato. Sono 38 infine le nazionalità, fra le quali la maggioritaria è egiziana (18%). Seguono migranti del Niger con il 17%, mentre al terzo posto si collocano quelli del Ciad, l'11%.

mercoledì 26 aprile 2017

Turchia: maxi-blitz contro presunta rete Gulen, oltre 1000 nuovi arresti in 72 province

AnsaMed
Operazioni simultanee in 72 province condotte da 8.500 agenti
Istanbul - Nuova maxi-operazione in Turchia contro la presunta rete golpista di Fethullah Gulen. Una serie di retate condotte simultaneamente in 72 province, con la partecipazione di 8.500 agenti, ha portato all'arresto di oltre mille sospetti affiliati alla struttura considerata eversiva. 



Lo ha annunciato il ministro degli Interni, Suleyman Soylu. A finire in manette, ha spiegato, sono stati 1.009 sospetti 'imam', cioè figure di coordinamento dell'organizzazione.
I sospetti arrestati "si erano infiltrati nella polizia" e "hanno cercato di guidarla dall'esterno formando una struttura alternativa", ha sostenuto il ministro Soylu, secondo cui l'operazione di oggi rappresenta un "passo importante" nello "smantellamento" della presunta rete eversiva di Gulen.
Dal fallito colpo di stato del 15 luglio scorso, sono oltre 47 mila le persone arrestate in Turchia per presunti legami con i 'gulenisti'. Tra questi, ci sono almeno 10.700 poliziotti e 7.400 militari.

Migranti - Mario Giro: “Basta prendersela con le Ong che salvano vite”

Radio Popolare
È un’offensiva senza precedenti quella che si è scatenata contro le Ong, le organizzazioni non governative che con le loro navi salvano centinaia di vite nel Mediterraneo.


La Lega Nord, con Matteo Salvini, ha minacciato di “denunciare il governo italiano” per aver soccorso migliaia di persone al largo della Libia, chiedendo un’indagine parlamentare sulle Ong. Anche il leader dei Cinque stelle Beppe Grillo sul suo blog ha parlato “del ruolo oscuro delle Ong”. Ancora più pesante il vicepresidente della Camera Luigi Di Maio, secondo cui le navi delle Ong impegnate nel salvataggio sono i “taxi del Mediterraneo”. E ha aggiunto: “Chi dice che è inopportuno attaccarle, fa finta di non vedere il business dell’immigrazione”.

Tutto era iniziato il 15 dicembre del 2016, con un articolo del Financial Times. Il quotidiano britannico era venuto in possesso di un rapporto riservato di Frontex, l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere esterne, che parlava dei presunti legami tra i trafficanti di esseri umani e le imbarcazioni delle organizzazioni umanitarie. Ipotesi poi ripresa dal direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, che qualche settimana dopo in un’intervista a Die Welt aveva accusato le Ong di essere un fattore di attrazione (pull factor) per i migranti in fuga dalla Libia.

I sospetti di Frontex erano diventati poi elemento per la Procura di Catania, città in cui ha sede l’Agenzia europea per il controllo delle frontiere, per aprire un’indagine sulle Ong.

A tutte queste accuse e sospetti risponde il viceministro degli Esteri italiano Mario Giro, intervistato da Piero Bosio.

Viceministro, ancora in queste ore ci sono forze politiche che avanzano sospetti e denunce di legami tra Ong e trafficanti nel Mediterraneo. Lei che cosa dice?

“Il legame tra Ong e trafficanti è un problema che non esiste. La verità è che da qualche mese a questa parte le navi di Frontex si sono ritirate a nord di Malta e quindi sono rimaste solo le imbarcazioni delle Ong che vengono accusate di essere ‘pull factor’, cioè fattori di attrazione per le imbarcazioni con i migranti. In realtà il vero pull factor è la vicinanza dell’Europa all’Africa, cosa che credo non si possa cambiare. Chi accusa le Ong non conosce la verità di ciò che accade dall’altra parte del mare, in Africa, dove i ‘push factor’, cioè i fattori di spinta per partire, sono molto ma molto più forti di qualsiasi ipotetica attrazione da parte delle navi delle Ong. E questi fattori continueranno a esserci finché non avremo una politica integrata di gestione comune dei flussi insieme ai Paesi africani”.

Intanto c’è chi sostiene che le navi delle Ong entrano nelle acque libiche per prendere i migranti.

“No, questo non lo sostiene più nessuno, nemmeno la Procura di Catania, che oggi dice che si fermano ‘al limite’ (delle acque territoriali, ndr). Adesso è in corso un’indagine conoscitiva. Aspettiamo la magistratura, abbiamo piena fiducia. Se qualcuno ha fatto qualcosa che non doveva fare, naturalmente è giusto che venga punito ma io ho la ragionevole certezza che questi fatti finiranno in un nulla. Questa è una mia opinione, ovviamente aspettiamo la magistratura. In ogni caso abbiamo l’esigenza morale e politica di salvare le persone in mare e non prendiamocela con le Ong che fanno un ottimo lavoro, tra l’altro un lavoro che è monitorato passo a passo dal centro operativo della Guardia costiera che sta a Roma. Ogni movimento delle loro imbarcazioni è autorizzato dai permessi della Guardia costiera, quindi sarà facile rendersi conto di cosa si tratta”.

Lei dice questo ma Fabrice Leggeri, direttore di Frontex, accusò le Ong di avvicinarsi troppo alle coste libiche e disse che “dobbiamo evitare di sostenere il business dei trafficanti andandoli a prendere”.

“Primo: il rapporto di Frontex è molto più complesso e le dichiarazioni di Leggeri non rispecchiano il rapporto di Frontex. Secondo: Frontex si è ritirato indietro e quindi loro vogliono coprire anche quello che stanno facendo o meglio quello che non stanno più facendo. Terzo: Leggeri mi dovrebbe spiegare prima di tutto perché scaricano tutti quanti in Italia e perché invece non si fanno carico dell’accoglienza anche in altri Paesi. Questo è il vero tema. Perché non è possibile che l’Italia rimanga l’unica a doversi far carico di tutti quelli che vengono salvati in mare. Leggeri nasconde questo fatto politico di primaria importanza, su cui vari governi italiani insistono da anni, e se la prende con i più deboli della catena che sono quelli che fanno un ottimo lavoro. Non mi sembra giusto”.

Come si spiega questa offensiva – chiamiamola così – da parte di Frontex sulle Ong?

“Prima ancora di Leggeri c’erano stati altri che avevano fatto alcune osservazioni in questo senso. Da un lato dà fastidio che ci siano delle entità indipendenti, come sono le Ong internazionali, che si interessano di un fatto che invece le polizie vorrebbero gestire in totale autonomia. Ma questo non è possibile, tutto avviene sotto gli occhi di tutti. Certamente la Libia è un inferno sotto ogni punto di vista. Il governo italiano sta perseguendo la via della riunificazione libica attraverso il negoziato e la trattativa. Ci vorrà del tempo. Naturalmente siamo tutti preoccupati di quello che succede nel Mediterraneo, però non si può fare nessun ragionamento al prezzo di vite umane”.

Osservando tutte queste polemiche contro le Ong non le pare che sia in atto una sorta di campagna di disinformazione sulle Ong, alimentando i sospetti su di loro?

“Quando, come adesso, si avvicinano le elezioni in maniera contemporanea in vari Paesi europei, il tema delle migrazioni, da qualunque punto di vista lo si voglia prendere, ritorna sempre in auge come questione politica. Io dico: togliamo il tema delle migrazioni dalle vicende politiche nazionali. Facciamone una vera politica europea così la smettiamo di strumentalizzare questo tema, che è di grande sofferenza umana, al fine di logiche politiche interne”.


Leggi anche >>> Il Manifesto: "La Cei scomunica Di Maio: “Le sue accuse alle Ong sono vergognose”

USA - Arkansas - Pena di morte - Continua la mattanza, altre 2 esecuzioni in un giorno.

Corriere della Sera
Per un prigioniero c'era stato un rinvio: "È obeso, potrebbe soffrire". L'Arkansas ha eseguito le due condanne a morte programmate per martedì sera; un giudice federale in un primo tempo aveva sospeso la seconda esecuzione: l'avvocato del detenuto aveva infatti presentato un ricorso sostenendo che il primo prigioniero aveva sofferto in seguito all'iniezione letale. Sofferenze che, a suo avviso, avrebbe potuto patire anche il suo assistito, per via dell'obesità. Un giudice aveva concesso il rinvio ma alla fine non c'è stato nulla da fare.

Jack Jones e Marcel Williams
Il primo condannato, Jack Jones, 52 anni, è stato dichiarato morto nelle prigione di Cummins, a circa 120 km dalla capitale Little Rock. Qualche ora dopo è stato messo a morte anche il detenuto Marcel Williams, 34 anni. 

L'Arkansas è così diventato il primo stato americano a portare a termine una doppia pena capitale dal 2000. Il governatore dello Stato, Asa Hutchinson, ha messo in programma quattro doppie esecuzioni nell'arco di undici giorni, prima che a fine aprile scadano le scorte del sedativo midazolam, uno dei veleni usati nell'iniezione letale.
[...]
I condannati, entrambi rei confessi, avevano affidato le loro ultime speranze a un ricorso basato sulle cattive condizioni di salute, sostenendo che i loro problemi medici potevano provocare loro dolori orribili durante la procedura della "morte di Stato".

martedì 25 aprile 2017

Corridoi umanitari: 27 e 28 aprile, altri 125 profughi, arrivando al numero totale di più di 800

La Repubblica
Il 27 e 28 aprile arriveranno in Italia 125 profughi siriani che inizieranno una nuova vita tra Torino, Milano, Padova e la Calabria. Il loro sarà un viaggio sicuro e legale, organizzato con voli di linea dalla Fcei (Federazione delle chiese evangeliche d'Italia) e dalla Comunità di Sant'Egidio per il progetto Mediterranean Hope, che ha l'obiettivo di scongiurare la conta dei morti in mare e non alimentare il traffico dei migranti, evitando di riprodurre all'infinito la strage dei barconi. 
Con questo arrivo il numero di rifugiati siriani arrivati in Italia con corridoi umanitari sono più di 800.


Attraverso una selezione restrittiva, il progetto dei corrodoi umanitari individua tra i profughi chi vuole realmente vivere in Italia e informa i residenti dei comuni che accoglieranno le famiglie in arrivo sulla storia di ognuno di loro.