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sabato 22 luglio 2017

Nave ‘nera’ della destra estrema europea contro Ong a caccia di migranti per riportarli in Libia

Remocontro
Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla dell’estrema destra europea. Addestrati sulle Alpi francesi, hanno una nave arrivata da Gibuti, e navigheranno nel mare di fronte alla Libia, pronti a riportare in Libia i rifugiati raccolti a sud della Sicilia, con lo slogan “Defend Europe”. Con mercenari dall’Ucraina -scopriamo- ai mari caldi e sempre a difendere una certa Europa.

La nave "nera" C-Star che batte bandiera mongola
Guerra di corsa contro la flottiglia delle Ong, corsari anti migranti che, dicono di volerli salvare, ma solo per consegnarli alla guardia costiera libica. Si chiamano “Generazione identitaria”, sigla della estrema destra europea nata in Francia nel 2012 con filiali in Austria, Germania, Paesi Bassi, Belgio, Repubblica Ceca e Slovenia. Il nome scelto per la campagna in mare è “Defend Europe”. 

Già lo scorso maggio, con un’imbarcazione messa di traverso nel porto di Catania, l’organizzazione era riuscita a ritardare l’uscita per i soccorsi della nave francese Aquarius della Ong Sos Mediterranée. 

Per l’impresa attuale si sono addestrati sulle Alpi francesi. Hanno alle spalle una rete internazionale occulta e si riuniscono segretamente comunicando il luogo solo all’ultimo minuto e sono in grado di gestire raccolte di fondi cambiando conto e banca in poche ore.

La nave dei Corsari Neri
Ora hanno finalmente la loro nave da ‘corsa’, nel senso di pirateria e/o, antipirateria. Un vecchio cargo preso a nolo da una società inglese di mercenari del mare, una delle tante ‘carrette del mare’, questa arrivata da Gibuti. 

Per loro, corsari neri ideologici, un programma preciso: bloccare ogni forma di migrazione, respingere chi chiede asilo verso i paesi di provenienza, annullare tutti i visti ottenuti per ricongiungimento familiare. Programmi da destra dura e pura.
C’è anche un referente Italia, scrive Libero simpatizzando: Lorenzo Fiato, milanese di 23 anni, studente di Scienze politiche. «Bloccheremo le barche dei clandestini impedendogli di toccare le coste italiane fin quando la guardia costiera libica non verrà a prenderseli per riportarli indietro». Ronde mediterranee.

Zambia. Il leader opposizione Hichilema detenuto in condizioni "disumane"

Nova
A cento giorni dal suo arresto con l'accusa di tradimento, il leader dell'opposizione in Zambia, Hakainde Hichilema, ha pubblicato un post sulla sua pagina Facebook nel quale denuncia le condizioni "disumane" in cui versano i detenuti. 


Hakainde Hichilema
"A prescindere dai reati commessi, i detenuti devono essere trattati in maniera umana e in conformità con le convenzioni locali e internazionali per quanto riguarda il trattamento delle persone e il rispetto dei diritti umani. La situazione è ancora peggiore per coloro che stanno ancora cercando di capire quale crimine abbiano commesso ma che sono già stati puniti vivendo in queste condizioni inumane", ha scritto Hichilema.

Il leader dell'opposizione zambiana è stato arrestato nel mese di aprile dopo che il convoglio a bordo del quale viaggiava si era rifiutato di farsi da parte per lasciar passare quello con a bordo il presidente Edgar Lungu. 

Lo scorso 15 maggio Hichilema è stato prosciolto dal tribunale di Lusaka dall'accusa di ingiuria, ma deve ancora difendersi dall'incriminazione per tradimento. In precedenza è stata fatta cadere anche l'accusa di disobbedienza agli ordini delle autorità. 

Hichilema, alla guida del Partito unito per lo sviluppo del popolo (Upnd), era stato sconfitto dal presidente Lungu in una contestata elezione presidenziale che secondo l'opposizione sarebbe stata macchiata da brogli.

venerdì 21 luglio 2017

HRW raccolte testimonianze: a Mosul decine di uccisioni e torture a presunti appartenenti Isis

ANSA
Le forze di sicurezza irachene e le milizie ausiliarie sono responsabili di uccisioni e torture di decine di persone a Mosul, ex roccaforte Isis nel nord del paese, perché sospettate o accusate di essere collegate allo 'Stato islamico'.




E' l'accusa rivolta al governo iracheno da Human Rights Watch, organizzazione umanitaria internazionale che sta conducendo un'inchiesta basata su testimonianze e prove raccolte sul terreno. 


Secondo quanto documentato finora da Hrw, i militari iracheni e i miliziani alleati hanno ucciso e torturato decine di persone nelle ultime settimane dentro e fuori Mosul nel corso di raid, perquisizioni e missioni punitive contro sospetti jihadisti e loro familiari.

Arabia Saudita - Esecuzioni, torture, arresti arbitrari. Colpiti i difensori dei diritti umani.

Nema News
Si moltiplicano gli attacchi alla minoranza sciita e proseguono spedite le condanne a morte. Amnesty denuncia: torture usate per estorcere confessioni


In Arabia saudita sono presi di mira in particolare gli intellettuali, le attiviste dei diritti delle donne, i commentatori online, gli esponenti della minoranza sciita e i difensori dei diritti umani. 


Resta vietata l’esistenza di partiti, sindacati e associazioni a tutela dei diritti umani: nei mesi passati sono stati vari i casi di lavoratori arrestati per aver chiesto migliori condizioni di lavoro.

I prigionieri politici sarebbero almeno 10mila ma sono definiti dalle autorità «terroristi». 

La polizia compie ogni anno centinaia di arresti arbitrari e Amnesty International denuncia l’uso sistematico della tortura per estorcere confessioni ai detenuti e l’imposizione di pene violente e umilianti. 

Come nel caso del poeta e artista palestinese Ashraf Fayadh condannato per «apostasia» a 800 frustate oltre a otto anni di carcere. 

Decine di condanne a morte sono state eseguite anche quest’anno; più di 150 persone erano state giustiziate nel 2016 e 158 condanne a morte erano state eseguite nel 2015. Si moltiplicano anche le intimidazioni e gli attacchi contro la minoranza sciita, di pari passo con la linea anti-iraniana di Riyadh

Russia - Testimoni di Geova fuorilegge. 175 mila persone rischiamo condanne fino a 10 anni

Blog Diritti Umani - Human Rights
Non entrando nel merito della fede professata dai Testimoni di Geova, considerare un reato esercitare un credo religioso con la possibilità di comminare pene fino a 10 anni di carcere è un fatto inquietante che merita di essere messo in risalto.
La libertà religiosa è un diritto che non può essere violato anche se, come in questo caso,  gode dell'appoggio della grande maggioranza della gente e dei vertici di potere del Paese.

TPI
Circa 175mila persone rischiano l’arresto e condanne fino a 10 anni, se sorpresi a professare la propria fede o fare proselitismo



La Corte suprema russa ha confermato la sentenza con cui aveva bollato come estremista l’organizzazione religiosa dei Testimoni di Geova e l’aveva dichiarata fuorilegge.

Nell’aprile 2017, la stessa corte aveva accolto una richiesta del ministero della Giustizia russo e aveva vietato all’organizzazione religiosa ogni attività in Russia, ordinandone il sequestro dei beni a favore dello Stato.

Così, 175mila persone rischiano l’arresto e condanne fino a 10 anni, se sorpresi a professare la propria fede o fare proselitismo.

Nel paese erede dell’Urss i seguaci di Geova sono presenti fin dall’epoca zarista. Da Lenin a Stalin sono stati perseguitati insieme ad altre fedi definite anti-sovietiche.

Oggi la fede anti-trinitaria nata negli Stati Uniti nel 1870 è vittima della controversa legge federale russa sull’estremismo religioso, di fatto equiparandola a movimenti come Isis o al-Qaeda.

“La libertà di religione in Russia è finita. È una situazione molto triste per il nostro paese”, ha dichiarato Yaroslav Sivulskiy, il portavoce dell’organizzazione religiosa in Russia.

La decisione non ha fatto scandalo nel paese, secondo un sondaggio del centro demoscopico Levada infatti, il 79 per cento dei russi è a favore del divieto imposto ai testimoni di Geova.

Sivulskiy ha confermato che i Testimoni di Geova si rivolgeranno ora alla Corte europea dei diritti dell’uomo. I giudici di Strasburgo già nel 2010 bocciarono la decisione di una corte penale di Mosca di vietare le attività dell’organizzazione religiosa nella capitale russa.

giovedì 20 luglio 2017

Liu Xiaobo: dopo la morte del Premio Nobel, la moglie scompare

Globalist
Dopo la morte, il mistero. Ma non è un appassionante romanzo giallo, bensì ciò che sta accadendo in Cina. E' passata una settimana dalla dipartita del premio Nobel per la pace Liu Xiaobo e ora la sua vedova sembra scomparsa nel nulla. Le autorità cinesi affermano che Liu Xia è una "una donna libera", ma alcuni giornalisti hanno provato ad avvicinarsi alla sua casa di Pechino e pare siano stati cacciati via da agenti in borghese.

Dopo il funerale del dissidente sabato scorso nessuno degli amici ha più visto la 56enne Liu Xia, né è riuscito a mettersi in contatto con lei. "E' in totale isolamento, sembra sparita dalla faccia della terra - denuncia Jared Genser, un avvocato americano che si è impegnato a lungo per la liberazione di Liu Xiaobo.


"Suo marito è morto - continua Genser- non siamo al corrente di nessun suo contatto con qualcuno. I suoi genitori sono morti. Anche suo fratello è scomparso. Lei è l'unica persona che possa riferire cosa le ha detto Liu Xiaobo".

Liu Xia era stata posta agli arresti domiciliari nel 2010 quando suo marito, già in carcere da un anno per "incitamento alla sovversione", aveva ricevuto il premio Nobel. Durante i lunghi anni di isolamento, senza telefono o internet, Liu Xia ha sofferto di depressione e ha avuto un attacco di cuore. La donna ha potuto visitare il marito in carcere e gli è stata accanto quando lui è stato trasferito nell'ospedale dove è morto, per un tumore al fegato.




Liu Xiaobo sapeva di essere prossimo alla fine, ma aveva chiesto invano di poter essere curato all'estero perché sperava che così la moglie lo avrebbe potuto accompagnare ed essere finalmente libera. Secondo alcune voci, Liu Xia è stata ora condotta nella provincia sud occidentale dello Yunnan.

Boeri INPS, c'è sempre più bisogno di migranti lavoratori regolari

Ansa
Ma aumentano gli irregolari. Con stop arrivi 37 miliardi di costi nel 2040


Un lavoratore in nero su tre è clandestino. È quanto emerge dai dati delle ispezioni di vigilanza Inps nel periodo 2013-2015 nelle aziende illustrati dal presidente Tito Boeri in un' audizione. 

Boeri spiega che la regolarizzazione dei lavoratori immigrati porta a "un'emersione persistente nel tempo di lavoro altrimenti svolto in nero": dopo le sanatoria del 2002 del 2012, l'80% degli immigrati risulta contribuente alle casse dell'Inps anche cinque anni dopo la regolarizzazione. "Il confronto pubblico - afferma Boeri - dovrebbe incentrarsi su come inserire gli immigrati stabilmente nel nostro mercato del lavoro regolare. L'integrazione nel mercato del lavoro contribuirebbe anche a migliorare la percezione che gli italiani hanno degli immigrati".

C'è sempre più bisogno di quelli regolari - "Proprio mentre aumenta tra la popolazione autoctona la percezione di un numero eccessivo di immigrati, abbiamo sempre più bisogno di migranti che contribuiscano al finanziamento del nostro sistema di protezione sociale"

Lo dichiara il presidente dell'Inps, Tito Boeri, presentando in un'audizione alla Camera lo studio che ha portato alla stima di costi per oltre 37 miliardi nel 2040 in caso di un azzeramento dei permessi di lavoro per lavoratori stranieri. "Il nostro paese - spiega - ha chiuso molti canali di ingresso regolare nel mercato del lavoro, mentre sta attraendo un crescente numero di rifugiati ed immigrati irregolari" anche se è proprio l'immigrazione regolare che "contribuisce a finanziare il nostro sistema pensionistico". 

In particolare aiuta il fatto che gli immigrati che arrivano sono giovani, lontani dall'età della pensione, con l'80% dei nuovi permessi di soggiorno che è concesso a stranieri con meno di 35 anni. La quota degli Under 25 che cominciano a contribuire all'Inps come dipendenti, poi, è passata dal 27,5% del 1996 al 35% del 2015.

"Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci hanno regalato circa un punto di Pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni"

Lo afferma il presidente dell'Inps, Tito Boeri, in un'audizione alla commissione parlamentare d'inchiesta sul sistema di accoglienza dei migranti. In particolare, Boeri spiega che "gli immigrati regolari versano ogni anno 8 miliardi contributi sociali e ne ricevono 3 in termini di pensioni e altre prestazioni sociali, con un saldo netto di circa 5 miliardi per le casse dell'Inps".