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mercoledì 24 agosto 2016

I giovani musulmani del Burkina Faso contro l'estremismo

Zenit
Centinaia di giovani africani di religione musulmana, impegnati nei rispettivi Paesi nella lotta a ogni fondamentalismo, si sono riuniti nei giorni scorsi a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, per un convegno dal titolo ‘Contributo alla prevenzione dell’estremismo violento’ che ha avuto l’obiettivo di mettere in guardia sui pericoli contenuti nella radicalizzazione e nell’estremismo violento soprattutto nelle nuove generazioni.

Venuti da otto nazioni della regione, i partecipanti – spiega L’Osservatore Romano – hanno chiesto ai governi di giocare pienamente il loro ruolo offrendo opportunità di impiego e di formazione, al fine di evitare che i giovani cadano nelle grinfie del terrorismo.

È questa un’emergenza – spiega l’Organizzazione della gioventù musulmana in Africa occidentale (Ojemao) — soprattutto per paesi come Togo, Benin, Mali, Guinea, Niger, Costa d’Avorio, Senegal e Burkina Faso, dove i terroristi e alcuni predicatori radicali hanno preso il sopravvento.

Il timore è che altre regioni africane possano subire il fascino dei fondamentalisti, con la creazione di organizzazioni che utilizzino il pretesto della fede per “giustificare” i loro crimini. L’Ojemao è particolarmente attiva in Niger dove, fra l’altro, gli aderenti promuovono delle iniziative di solidarietà islamica.

Bolivia - Fra i migranti climatici di La Paz: “Le nostre Ande muoiono di sete”

La Stampa
La siccità e la desertificazione hanno messo in ginocchio intere regioni del Paese

Un pescatore di etnia Urus nel bacino prosciugato del lago Poopò
«Coltivavamo quinoa e patate. Allevavamo lama. Poi è arrivata la grande siccità e la nostra vita è cambiata». Il mondo stravolto dai cambiamenti climatici ha la faccia cotta dal sole, le braccia nerborute e le mani callose di Nayra. Questa donna di 44 anni, nata e cresciuta a Tarata, un villaggio nel cuore delle Ande della Bolivia, è stata strappata dalla sua terra con il marito e i tre figli. Oggi vende snack e bibite su un rabberciato carretto in una strada di La Paz. «Abbiamo aspettato la pioggia per oltre un anno, poi ci siamo arresi e ce ne siamo andati. Qui mi sento straniera». «Il mio unico sogno - continua Nayra - è tornare a casa, ma so che non succederà».

In Bolivia il cambiamento climatico non è una minaccia su un futuro remoto né una crociata ambientalista. Nel Paese emblema dell’America Latina più povera il surriscaldamento globale è una drammatica realtà che ha già cambiato (in peggio) la vita delle famiglie. Centinaia, forse migliaia ogni mese: nessuna statistica conteggia i profughi climatici boliviani, costretti ad abbandonare le loro terre e a rifugiarsi nelle città. Vivono nelle baracche che spuntano nelle periferie di La Paz, Santa Cruz, Chocabamba. Un popolo di fantasmi. Eugenio è uno di loro: di giorno venditore ambulante, ogni sera torna nel suo tugurio a El Alto. Indaga l’orizzonte con occhi gonfi di nostalgia e rassegnazione: «Pachamama (Madre terra in lingua quechua, ndr.) ci dona la vita, ma ora si vendica per tutto il male che l’uomo sta facendo».

La quinoa che non cresce
Ci sono due Bolivie. A est la natura lussureggiante della giungla amazzonica, descritta da Jonathan Franzen nel romanzo «Purity»: un miracolo di biodiversità tra alberi, fiumi e cascate. A ovest, invece, c’è l’altopiano: deserti, terra brulla e geyser contornati da maestose cime vulcaniche. Questa è la zona del Paese che sta pagando il prezzo più alto per il surriscaldamento globale. «La temperatura registrata nell’ultimo anno è di due gradi sopra la media», quantifica l’ultimo report del governo. L’agricoltura è in ginocchio. «La quinoa è una pianta eccezionale, basta un acquazzone affinché germogli», spiega Rumi Araya, ex minatore, oggi bracciante agricolo. «Il problema è che non piove più». E così anche il cereale di gran moda sulle tavole vegetariane d’Occidente fatica a crescere. Mentre i cespugli scompaiono e gli animali muoiono di fame.

La Paz è un ingorgo di uomini e automobili a 3.600 metri. Osservata dalla catena montuosa della Cordigliera Real, la capitale s’intravede appena, nascosta dalla cappa di particolato che la soffoca. Quassù, fino a qualche anno fa, dominava il ghiacciaio Chacaltaya. Oggi non esiste più. Scomparso. Per sempre. È successo in un decennio. «La cosa più grave è che quasi non ce ne siamo accorti, nessuno ha fatto nulla», denuncia spesso Evo Morales, il presidente cocalero, primo indio a guidare la Bolivia. E così ora su questa montagna brulla restano solo i piloni arrugginiti dello skilift di quella che per decenni fu la stazione sciistica più alta del mondo.

Ecatombe di pesci
L’altro emblema del Paese sconvolto dal clima impazzito è il lago Poopò. Quello che era il secondo bacino della Bolivia, è quasi prosciugato. Fino a tre anni fa misurava circa mille chilometri quadrati. Oggi resta una striminzita pozza d’acqua profonda meno di un metro. Colpa delle siccità permanenti causate dal Niño, dell’inquinamento minerario e dell’uso delle acque affluenti per irrigare le terre. Victor Hugo Vásquez, governatore del dipartimento di Oruro, ha chiesto lo stato di calamità naturale: «Il lago ha avuto i suoi cicli. Ci sono statti anni di piena e altri di siccità momentanea. Ma ormai abbiamo superato il punto di non ritorno». Nel villaggio di Llapallapani raccontano con voce strozzata l’ecatombe: «L’acqua si ritirava, i pesci crepavano. Poi è toccato ai fenicotteri. C’era tanfo di morte ovunque». Centinaia di famiglie sono state costrette ad abbandonare queste terre. C’è chi è finito a faticare nelle miniere di carbone cento chilometri più Sud e chi è andato nelle fabbriche del Salar de Uyuni, la più grande distesa di sale del pianeta sotto cui è custodito un terzo delle riserve di litio della Terra. Anche le anatre sono volate via. «Di giorno scrutavo il cielo e pregavo, la notte piangevo cercando di non farmi vedere dai miei figli», racconta un signore dal viso rotondo e gli occhi arrossati mentre mastica le foglie di coca. «Qui siamo tutti pescatori, senza lago non c’è futuro».

Allarme lagune
Nei paesaggi lunari dell’altopiano andino, la vita di per sé pare un miracolo. Migliaia di turisti, ogni anno, scendono fin qui per ammirare le lagune colorate dalle alghe. Ma anche queste pozze si stanno pericolosamente restringendo. «Ogni anno il livello dell’acqua si abbassa, se va avanti così scompariranno», dice sconsolato Vladimir, guida naturalistica che accompagna stranieri nel tour del Salar. «Io e mio fratello – racconta - lavoravamo nelle miniere di Potosì. Lui è morto in un’esplosione, ha lasciato tre figli. Il giorno dopo mi sono licenziato e me ne sono andato. Ora sento che la mia vista potrebbe cambiare di nuovo, stavolta a causa del clima. Ma vado avanti, non serve avere paura». Riesce ancora a sorridere.


Gabriele Martini

Terremoto in Italia Centrale - Numeri Utili della Protezione Civile

Blog Diritti Umani - Human Rights


Si consiglia di aprire le WIFI nelle zone colpite per aiutare i soccorsi

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martedì 23 agosto 2016

Nigeria - Salva uno studente accusato di blasfemia. Gli bruciano la casa, 8 morti.

Avvenire
Otto persone sono morte ieri nel Nord della Nigeria nell'incendio appiccato da un gruppo di studenti musulmani alla casa di un uomo che aveva cercato di portare in salvo uno studente cristiano accusato di blasfemia. Lo ha reso noto oggi la polizia.


Una chiesa bruciata nel nord della Nigeria
Secondo le prime ricostruzione, lo studente avrebbe fatto commenti offensivi sul profeta Maometto suscitando la rabbia dei suoi compagni di scuola che lo hanno aggredito. Un passante, di fede musulmana, è intervenuto in sua difesa, portandolo in una stazione di poliza, ma gli aggressori hanno appiccato il fuoco alla casa dell'uomo dove c'erano otto persone. "L'uomo che ha salvato lo studente e la moglie non sono tra le vittime", ha detto un portavoce della polizia.

Le autorità hanno imposto il coprifuoco dal tramonto all'alba nella città di Talata Mafara e la scuola è stata chiusa per scongiurare nuove violenze.

Filippine presidente Duterte minaccia di uscire dall’ONU dopo le critiche alle numerose uccisori sommarie di narcotraficanti

ONU Italia
Manila – Il discusso presidente delle Filippine Rodrigo Duterte ha minacciato un’uscita del paese dalle Nazioni Unite in risposta alle critiche dell’ONU sulle esecuzioni sommarie nei blitz della polizia nell’ambito del programma governativo di lotta al narcotraffico. 

Il presidente delle Filippine Rodrigo Duterte
Nel darne notizia l’agenzia Reuters ricorda che giovedì scorso gli esperti dell’Onu per i diritti umani avevano condannato i metodi delle autorità filippine, esortandole a prevenire le uccisioni indiscriminate e le esecuzioni sommarie dei sospetti trafficanti di droga, contro cui non vengono condotte indagini corrette ed esaustive.

Duterte si era difeso sostenendo che le morti non sono legate alle azioni della polizia e esortando le Nazioni Unite a condurre indagini più approfondite su quello che avviene nelle Filippine.

Il presidente ha criticato l’ONU e i suoi membri, compresi gli Stati Uniti, alleato molto vicino nella regione, sottolineando che le Nazioni Unite non svolgono le proprie funzioni e “si preoccupano delle ossa dei criminali”. “Non voglio offendervi. Ma potremmo essere costretti a separarci dalle Nazioni Unite. Perché dovremmo ascoltare questi sciocchi?”, ha detto in un discorso televisivo.

Duterte ha parlato anche della possibilità di creare un’organizzazione internazionale alternativa, in cui saranno invitati la Cina e altri Paesi.

Il presidente filippino Rodrigo Duterte è l’organizzatore di una campagna su larga scala contro i tossicodipendenti, così come i narcotrafficanti e dal suo insediamento alla presidenza 900 persone legate al mondo della droga sono state uccise. In particolare nelle ultime sei settimane i morti sono stati 650.

Un linguaggio diretto quello di Duterte che, insieme alle politiche sbrigative adottate per la lotta al crimine, è uno degli elementi che l’hanno portato al potere.

Germania - Piloti disobbediscono ai rimpatri forzati dei migranti: 600 casi nel 2016

Il Manifesto
Resistenza alla deportazione. Piccola cronaca della disobbedienza civile di chi si oppone al rimpatrio forzato dei migranti. Oltre 600 casi di obiezione fisica e di coscienza inceppano il piano di espulsioni del governo Merkel.

È la «politica della porta aperta» che consente di uscire dall’aereo all’ultimo minuto; il «Ce la facciamo» opposto a Mutti delle associazioni pro-asilo che cominciano a spiegare ai profughi i trucchi per aggirare i rimpatri. La prova che, come sempre, in Germania non tutti sono disposti a obbedire fino in fondo agli ordini delle autorità. A partire dai piloti dell’aviazione.

Sul sito Deutsche Welle (Dw) sono di pubblico dominio le “spigolature” della resistenza alla macchina delle espulsioni guidata dal ministro dell’interno Thomas De Maizière (Cdu). Nel primo semestre 2016, nonostante gli annunci del giro di vite sulle espulsioni (100 mila entro dicembre è la tabella di marcia del governo) i rimpatri di migranti si sono limitati a 35 mila casi certificati e non tutti andati a buon fine.

Di questi spiccano seicento «abbandonati» perché la polizia non è riuscita a completare la procedura, più che sintomatici dell’inceppo etico-legale alle deportazioni.

La situazione tipica è riassunta nella partenza dell’ultimo volo di ritorno per i profughi pronto all’allineamento sulla pista dell’aeroporto di Lipsia-Halle. «Il passeggero viene scortato da due agenti di polizia a bordo dell’aereo. Qualche minuto prima del decollo insieme ad altri rifugiati si rifiuta di partire, quindi inizia a urlare che non vuole allacciare le cinture di sicurezza. Infine spiega ai piloti che non sta viaggiando sotto la propria volontà» riporta Dw puntualmente, e ufficialmente visto che si tratta di un organo di informazione controllato dal governo. A quel punto il comandante comunica all’ufficiale di polizia che si rifiuta di decollare.

Oltre 330 deportazioni nel 2016 sono fallite perché il personale di volo ha preferito seguire le regole sulla libertà del «passeggero» che il foglio di via al migrante espulso della polizia federale. In 160 casi è intervenuto personalmente il comandante a spiegare che «non avrebbe preso a bordo nessuno se non dopo la conferma della volontà dei passeggeri di far ritorno nel “Paese sicuro” di destinazione».

Spicca il nein di 46 piloti della compagnia di bandiera Lufthansa ma anche di 23 di Air Berlin e di 20 in servizio a Germanwings. Per ben 108 volte sono riusciti a far abortire il take-off dell’aereo affittato dal governo accogliendo il rifiuto “last-minute” dei profughi al rimpatrio.

In maggioranza chi resiste è iracheno, siriano, afghano o somalo ma c’è anche chi ha il passaporto di Eritrea, Gambia, Camerun. A loro il sito w2eu fornisce le dritte per opporsi alla deportazione, una serie di «independent information for refugees» fondamentali per orientarsi nella trincea delle espulsioni: «Di solito basta un sonoro “No” quando si viene fatti sedere nell’aereo. Se non funziona, è utile iniziare gridare, buttarsi sul pavimento dell’aereo o praticare altre forme di disobbedienza passiva».

Succede così a Lipsia come a Francoforte, altro hub da cui partono i voli di ritorno dei profughi, e si può fare anche perché sulla polizia “pesa” il caso di un migrante che nel 1999 morì durante la deportazione. Da allora in Germania le forze dell’ordine hanno l’ordine scritto di «rendere il processo trasparente e in linea con i Diritti umani».

Per questo il numero di rimpatri non segue l’«accelerazione delle espulsioni» chiesta dal governo quanto dall’opposizione di Alternative für Deutschland. Come se non bastasse, in 37 dei casi abbandonati dalla polizia la deportazione non è riuscita perché «il Paese di origine ha rifiutato l’ingresso al connazionale» riporta sempre Dw.

Briciole comunque nel mare di respingimenti che non si ferma. Nonostante i relativamente pochi casi eseguiti, i rimpatri aumentano. Da gennaio a giugno in Germania si è registrato il 50% di “partenze” in più rispetto all’intero 2015. Ai confini della Baviera la polizia di frontiera ha bloccato 13.324 migranti contro gli 8.913 di 12 mesi fa.

Linciaggi, in forte aumento in America latina. In Guatemala 40 ogni anno.

L43 Blog
In America latina aumentano i casi di linciaggio non sono cosa nuova, ma son senz'altro in crescita, specie in Messico - cinquantasei casi nel 2015 - e nel Venezuela travolto dalla crisi. Ove, detto per inciso, si sono registrate ben trentasette morti, tra gennaio e aprile 2016. In ogni caso sono il Guatemala (quaranta morti l'anno, in media) e la Bolivia - forte di trenta linciaggi annuali - le Nazioni in cui la piaga è più radicata: nello Stato centramericano l'usanza avrebbe messo radici durante Guerra civile, che ha insanguinato quel Paese tra il 1960 e il 1996.

Secondo gli esperti, le cause dei linchamiento sono simili, nelle diverse Nazioni dell'Area: scarsa fiducia nelle forze dell'ordine, e nella magistratura, l'inefficienza, la corruzione e la debolezza del potere pubblico in certe zone. Raúl Rodríguez Guillén, docente presso l'Universidad autónoma metropolitana (Uam) di Città del Messico, fa riferimento anche all'esasperazione della società innanzi all'impennata della criminalità; aggiunge che però il farsi giustizia da soli finisce per erodere l'Autorità, e ciò a lungo termine è ben più grave rispetto all'aumento della delinquenza. Roberto Briceño León dell'Observatorio venezolano de violencia (Ovv) riferisce che i due terzi della popolazione locale giustificano i linciaggi, e che la pratica - che «ha un effetto catartico nella società» - ha l'aggravante di colpire a volte degli innocenti, basandosi spesso in rumors e malintesi.