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mercoledì 28 giugno 2017

Rom a Roma: «Nei campi manca acqua ed è pieno di topi»

Cinque Quotidiano
E’ una coraggiosa donna di etnia Rom, nata in Bosnia, figlia di un partigiano, a denunciare Roma Capitale ed il Sindaco Virginia Raggi dalle telecamere di Quinta Colonna, trasmissione condotta da Paolo del Debbio su Rete 4.


Sabaheta Hamidovic, madre e cittadina reclusa nel campo di Castel Romano, sulla Pontina: “Non abbiamo l’acqua da 30 giorni ed e’ pieno di topi, i nostri bambini possono morire”. Ecco l’essenza del Piano Raggi riservato ai Rom, Sinti e Caminanti di Roma Capitale, ecco come vengono gestiti i 3.8 milioni di euro ricevuti dall’Unione Europea per promuovere inclusione sociale e politiche per accesso alla casa ed al lavoro. 

Stamani, Marcello Zuinisi, legale rappresentante dell’Associazione Nazione Rom si e’ rivolto nuovamente ad Anac Autorita’ Nazionale Anticorruzione di Raffaele Cantone chiedendo il suo intervento su Governo Nazionale e Governo Capitolino.

Questo il passaggio fondamentale della lettera protocollata alle istituzioni: “al fine di salvaguardare la sicurezza e la vita degli abitanti del Campo di Castel Romano, nel rispetto delle normative sull’igene, della Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea, della Costituzione Italiana, tenendo conto che il Governo Italiano, il Ministero del Lavoro, l’Agenzia di Coesione Territoriale, le Regioni e le Citta’ Metropolitane hanno ricevuto, tramite i programmi Pon Inclusione 2014 – 2020 (1.250.000.000 euro) e del Pon Metro 2014 – 2020 (894.000.000 euro) la cifra economica complessiva di 2.146.000.000 di euro, con la presente si chiede intervento urgente ed immediato di Roma capitale al fine di ripristinare fornitura idrica e derattizzazione degli ambienti del campo di Castel Romano”. 

In Italia ed a Roma “mafia capitale” non e’ mai finita. La richiesta di intervento dell’Autorita’ Nazionale Anticorruzione sul Governo Nazionale e sul Governo Capitolino e’ stata richiesta ufficialmente in data 8 giugno 2017, direttamente alle porte di ingresso del Magistrato Raffaele Cantone. La legge, e’ scritto nei tribunale, e’ uguale per tutti, senza distinzioni di sesso, etnia, religione ed opinioni politiche. Cosi’ in un comunicato l’Associazione Nazione Rom.

Iraq. Nelle carceri languono duemila bambini soldato addestrati dall’Isis

Tempi
Lo Stato islamico li ha addestrati a diventare spie, costruttori di bombe e assassini. Servirebbero programmi di riabilitazione, ma ci sono molte difficoltà


Tra le fila dello Stato islamico è schierato anche un nutrito esercito di bambini soldato. L’Economist riporta che l’Isis in Iraq e Siria ha reclutato migliaia di ragazzi, strappandoli dagli orfanotrofi o rapendoli. Altre volte invece sono gli stessi genitori a consegnare i propri figli nelle mani dei jihadisti, perché entusiasti del Califfato o per ottenere in cambio cibo, gas da cucina e uno stipendio mensile di 200 dollari.

ADDESTRATI A UCCIDERE. Alcuni giovanissimi vengono convinti dai compagni di scuola, altri sono sedotti dalla promessa di avventure, denaro o dalla prospettiva del potere. Questi bambini vengono addestrati come spie, imparano a preparare bombe, cucinare per l’esercito o sorvegliare i prigionieri. In casi estremi, sono proprio loro ad uccidere i prigionieri, decapitandoli o usando armi da fuoco. Diversi filmati diffusi dallo Stato islamico lo dimostrano: nel luglio 2015 un video mostrava un ragazzino che decapitava un pilota delle forze aeree siriane; all’inizio del 2016 un bambino britannico di quattro anni, portato in Siria dalla madre, è stato filmato mentre premeva il pulsante per far saltare in aria un’auto con tre prigionieri all’interno; in un altro ancora, dei ragazzi correvano attraverso delle rovine facendo a gara a chi riuscisse ad uccidere più prigionieri. Ci sono poi diverse foto di ragazzini che stringono tra le mani teste mozzate, con accanto i loro padri pieni di orgoglio. Come fa notare l’Economist, non è la «creatività della violenza» la novità (in molte altri parti del mondo i bambini soldato compiono atti atroci), quanto la diligenza nel documentare e diffondere questa violenza.

MANDATI AL MACELLO. Nella sua propaganda, l’Isis dipinge i bambini come il futuro del Califfato, le risorse che consentiranno la sopravvivenza del gruppo, tant’è che i jihadisti hanno costruito specifiche scuole dove impartire l’ideologia islamista. In realtà, riferisce la rivista inglese, lo Stato islamico sta mandando a morire i suoi bambini soldato in numero sempre più consistente da quando ha cominciato a perdere terreno in Siria e Iraq (a gennaio, per esempio, 51 bambini si sono fatti saltare in aria a Mosul).
Anche i servizi di intelligence europei sono preoccupati da questo fenomeno che costituisce una vera e propria minaccia per la sicurezza: i bambini addestrati a costruire bombe e indottrinati nell’odio verso l’Occidente possono più facilmente passare i confini ed eludere i controlli. In Iraq il governo è mal equipaggiato per smobilitare migliaia di bambini soldato, mentre nel caos siriano i “cuccioli del Califfato” costituiscono facili reclute.

DUEMILA BAMBINI. Il problema, scrive l’Economist, è decidere come fronteggiare questo pericolo. Nelle carceri irachene sono rinchiusi circa 2 mila bambini accusati di avere lavorato per l’Isis, ma questi centri di detenzione non sono attrezzati per riabilitare i giovani radicalizzati, non forniscono un’assistenza specializzata e, stando alle testimonianze, impartiscono torture e abusi. Il risultato è che i ragazzi rischiano di uscire dal carcere ancora più soli e rancorosi nei confronti dello Stato. L’opzione migliore sarebbe dunque quella di introdurre questi bambini in programmi di riabilitazione per insegnare loro un lavoro e reintrodurli nel tessuto sociale. Tuttavia, anche così ci sarebbero diverse difficoltà.

RIEDUCAZIONE DIFFICILE. Innanzitutto, molti membri della società li disprezzano perché li vedono come assassini che hanno contribuito a distruggere il paese. Molti ragazzi potrebbero rifiutare l’aiuto per paura di essere arrestati dalle forze di sicurezza irachene o uccisi dall’Isis con l’accusa di tradimento. Neanche le famiglie sembrano essere d’aiuto nella transizione di questi bambini alla vita civile, come avvenuto in altri paesi, perché in molti casi sono proprio i genitori a spingere i figli tra le schiere dell’Isis. Anche se cominciano a sorgere scuole nelle aree precedentemente occupate dall’Isis per recuperarli, non è facile trovare insegnanti qualificati in grado di gestire problematiche complesse come la radicalizzazione e il trauma psicologico. Bisogna inoltre considerare l’elevato livello di disoccupazione giovanile, la crisi economica del paese e la diffusa corruzione che renderanno difficile creare nuovi posti di lavoro.

martedì 27 giugno 2017

Migranti, non si può “morire di speranza”

Blog Huffington Post
Ricordare, prima di tutto, le troppe vittime dei viaggi in mare


Non ci si ferma mai. Neanche di fronte a chi muore. Nel tritacarne mediatico del botta e risposta sull'immigrazione, quasi sempre politico e strumentale, non si ha un attimo di tempo per fermarsi e riflettere, considerare che si tratta di persone: uomini, donne, bambini, famiglie, storie. 

Tanti che rischiano ogni giorno la loro vita pur di arrivare. E troppi che la perdono nel Mediterraneo, tragico Mare Nostrum. Dall'inizio dell'anno oltre 2.000 le vittime, uno ogni 35 che riesce a salvarsi, percentuale da brivido e in aumento rispetto al 2016.
Non si può "morire di speranza". Lo si è detto e ripetuto a Santa Maria in Trastevere in una veglia promossa dalla Comunità di Sant'Egidio insieme a tante altre associazioni (Centro Astalli, Caritas Italiana, Fondazione Migrantes, Federazione Chiese Evangeliche in Italia, Acli, Casa Scalabrini 634, Associazione Papa Giovanni XXIII). Abbiamo chiesto a tutti di fermarsi, come primo gesto, fondamentale, di umanità e rispetto. Di pietà che diventa protesta, silenziosa e composta. Fa più clamore di un grido. Guardiamo le immagini e fermiamoci tutti, almeno per un attimo.

Nella basilica, affollata, lo hanno fatto in tanti: italiani insieme a centinaia di immigrati, tra cui alcuni sopravvissuti ai terribili viaggi per giungere in Europa, familiari e amici di chi ha perso la vita insieme a chi, invece, è arrivato in sicurezza con i corridoi umanitari. Durante la veglia sono stati letti alcuni nomi di chi è scomparso e sono state accese altrettante candele.

"Morire di speranza" si svolgerà nei prossimi giorni anche in altre città italiane ed europee. Per invitare altri a fermarsi, per ricordare che il salvataggio in mare è un obbligo morale. Prima di tutto. Su questo non si può discutere. E poi che occorre accogliere, ma soprattutto integrare. Se non si vuole restare schiacciati sul presente, quello del botta e risposta politico e mediatico, ma si vuole guardare al futuro dell'Europa e dell'Italia.
Roberto Zuccolini

Non se ne parla! Yemen - 200mila casi di colera, inarrestabile l'epidemia.

UNICEF
Appello del 25 giugno 2017 - Nello Yemen l’epidemia di colera si sta diffondendo rapidamente: oltre 200.000 i casi sospetti, una media di 5.000 al giorno.


Quella cui ci troviamo di fronte è la peggiore epidemia di colera al mondo. In soli due mesi, l'infezione si è diffusa in quasi tutti i governatorati del paese, devastato dalla guerra. Contiamo già oltre 1.300 vittime, un quarto delle quali bambini, e il bilancio è destinato a peggiorare.


UNICEF, Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e organizzazioni partner sono impegnate 24 ore su 24 per frenare questa letale epidemia, monitorandone la diffusione e raggiungendo le comunità locali con acqua potabile, medicine e misure per l'igiene.

Le nostre squadre di intervento rapido si recano di casa in casa per fornire alle famiglie informazioni su come proteggersi dal contagio.

L'UNICEF e l'OMS stanno prendendo tutte le misure per aumentare gli interventi di prevenzione e di cura della malattia, mentre invitiamo le autorità yemenite ad intensificare gli sforzi per impedire che l'epidemia si diffonda ulteriormente.

L'epidemia di colera è la conseguenza diretta di due anni di un sanguinoso conflitto interno.

Il collasso dei sistemi idrici e igienici ha privato 14,5 milioni di abitanti dall'accesso quotidiano all'acqua potabile e a servizi igienici adeguati, favorendo così la diffusione dei vettori dell'infezione.

L'aumento nei tassi di malnutrizione ha indebolito la salute dei bambini e li ha resi più vulnerabili alla malattia.

Circa 30.000 operatori sanitari locali, figure chiave nella lotta all'epidemia, non ricevono un salario ormai da 10 mesi.

Chiediamo al governo yemenita di retribuire immediatamente questi operatori e soprattutto invitiamo tutte le parti a porre fine a questo devastante conflitto.

Colombia - FARC, completata la consegna degli armamenti all’Onu: «Ora un partito politico»

Corriere della Sera
Le Forze Armate Rivoluzionarie hanno concluso la riconsegna delle armi all’Onu come stabilito dall’accordo siglato il 26 settembre scorso che sancisce l’addio dei guerriglieri alla lotta armata e la graduale trasformazione del movimento in un partito politico.

Un giorno storico per la Colombia. Dopo più di 50 anni, le Farc hanno concluso la riconsegna delle armi alle Nazioni Unite, come previsto dalla firma degli accordi di pace fra i guerriglieri e il governo del Presidente Juan Manuel Santos. 

Con un giorno di anticipo, le Forze Armate Rivoluzionarie hanno letteralmente chiuso le 7.132 armi in loro possesso in contenitori dell’Onu dove verranno tenute con tutte le misure di sicurezza.

La conferma arriva da una nota delle Nazioni Unite che spiegano di aver ricevuto le armi appartenute ai guerriglieri delle Forze Armate Rivoluzionarie. Solo una piccola parte di quelle armi è rimasta nelle mani delle Farc: serviranno per garantire protezione a quei 26 villaggi rurali dove si trovano i circa 7.000 guerriglieri che stanno affrontando il passaggio alla vita civile. 

Un rapporto consegnato, appunto, con 24 ore di anticipo rispetto alla cerimonia ufficiale (prevista per martedì nel comune di Mesetas in Colombia meridionale alla presenza del presidente Juan Manuel Santos e del comandante del gruppo Insurgente, Timoleón Jiménez) in cui le Farc ‘certificheranno’ il loro addio alla lotta armata per trasformare il movimento in un partito politico.

In oltre 50 anni di conflitto interno, il più lungo dell’America Latina, sono morte più di 200.000 persone (l’80 per cento civili) e ci sono stati otto milioni di sfollati. La riforma firmata nel 2016 prevede - oltre al disarmo - una riforma agraria e la partecipazione degli ex ribelli alla vita politica, ma «senza rappresaglia», la fine della produzione di coca e una transizione giudiziaria che si affianca al reinserimento degli ex ribelli nella vita civile del Paese. Un processo di pace delicato, durato quattro anni per cui il presidente Juan Manuel Santos ha lavorato a lungo e per cui ha ottenuto nel 2016 il premio Nobel per la Pace.

lunedì 26 giugno 2017

"Torturati e marchiati come animali", il racconto shock dei baby migranti

La Repubblica
Salvati due giorni fa dalla nave Aquarius di Msf, sono approdati ieri pomeriggio a Pozzallo. Sul corpo e nelle loro parole le tracce di una lunga Odissea: gli spari, la prigionia, le uccisioni a sangue freddo
Il ragazzo ha 16 anni. A giudicare dalla statura dovrebbe pesare più di 70 chili, ma ne pesa appena 42. Per tre volte è salito su un gommone su una spiaggia libica e per tre volte lo hanno riportato indietro. Picchiato, rinchiuso in cella, letteralmente affamato dagli scafisti, terrorizzato per aver visto uccidere a sangue freddo con una colpo di pistola alla testa un migrante incaricato di condurre il gommone colpevole di aver sbagliato la rotta.

Ieri, che finalmente è riuscito a farcela, dal telefono di Craig Spencer, medico di bordo della nave Aquarius di Msf approdata nel pomeriggio a Pozzallo, il giovane gambiano, uno delle decine di minori non accompagnati soccorsi in queste ultime 48 ore nel Mediterraneo, ha potuto chiamare i suoi genitori rimasti a casa e, tra le lacrime, rassicurarli.

"La telefonata - ci dice Craig Spencer - è arrivata proprio a conclusione del Ramadan, un periodo in cui i familiari di questo ragazzo non avevano fatto altro che pregare per lui senza sapere nulla della sua odissea".

La sua storia e quella di altri 12 giovanissimi del Bangladesh, giunti anche loro a Pozzallo sulla Aquarius, arrivano emblematiche nella giornata internazionale di supporto alle vittime di torture. "Ho visto alcuni di loro - dice il medico - marchiati a fuoco sulla pelle come animali. Un ragazzino di 15 anni mi ha raccontato che in 11 sono stati segregati e torturati per giorni dopo che uno di loro era riuscito a fuggire. Un modo per far capire loro cosa li aspettava se non avessero ubbidito agli ordini".

Terribile il racconto del 16enne gambiano che ha ricostruito al medico di Msf il suo viaggio lungo sette mesi, dal Gambia al Senegal, alla Nigeria fino alla Libia. Da lì il primo tentativo di imbarcarsi su un gommone fatiscente dopo aver pagato un trafficante. L'imbarcazione viene intercettata a poche miglia dalla partenza da una motovedetta libica e costretta a tornare indietro, i migranti finiscono in prigione senza cibo. Lì comincia il deperimento del ragazzino che, facendosi mandare da casa altri 500 euro, riesce a farsi liberare e a salire su un altro gommone.

Questa volta la barca viene attaccata da altri trafficanti che sparano e lo fanno affondare. I migranti vengono soccorsi e riportati di nuovo in Libia e nuovamente imprigionati. La terza volta il sedicenne viene messo su un gommone affidato ad un altro migrante come sempre più spesso accade. L'uomo non è in grado di seguire la rotta che gli viene data e ritorna verso la spiaggia dove viene ucciso con un colpo di pistola alla testa.

Due giorni fa, finalmente, il viaggio andato a buon fine con il salvataggio dei migranti da parte della nave Aquarius di Msf.

di ALESSANDRA ZINITI

domenica 25 giugno 2017

Sant’Egidio a Washington: rafforzare impegno contro pena di morte

Radio Vaticana
“No Justice without Life”, “Nessuna giustizia senza vita”. E’ il tema della conferenza in corso a Washington promossa dalla Comunità di Sant’Egidio e da un folto numero di organizzazioni cattoliche statunitensi e non solo impegnate contro la pena di morte. 

Sull’importanza di questo evento, Alessandro Gisotti ha intervistato Carlo Santoro, coordinatore di Sant’Egidio contro la pena di morte, raggiunto telefonicamente nella capitale statunitense:

R. - Nell’ambito dell’assemblea generale di questa associazione che è la World coalition to abolish death penalty che raccoglie 150 associazioni del mondo noi, insieme alla Chiesa cattolica statunitense, abbiamo organizzato questo evento a cui hanno partecipato anche diversi familiari delle vittime.

D. - Quali sono le indicazioni che sono emerse da questa riunione che ovviamente guarda agli Stati Uniti ma non solo?

R. - Ci sono state voci, ad esempio dall’India, ma anche dalla Nigeria… Le indicazioni sono forti. Io penso che noi dobbiamo tutti lavorare molto più insieme e in connessione tra di noi e questo mi sembra molto importante perché ci sono grosse spinte in diversi Stati verso l’uso della pena di morte con la scusa del terrorismo, chiaramente. Però, spesso, scopriamo in molti Paesi che a essere messi a morte in genere si tratta, per esempio, di stranieri. In Paesi come l’Arabia Saudita quasi la metà dei condannati a morte sono in realtà o filippini o nigeriani. Questo perché la pena di morte continua a essere uno strumento politico di repressione ma che spesso anche negli Stati Uniti colpisce le fasce più povere della popolazione. In genere in alcuni Stati, per esempio, in Florida o nel Texas le condanne a morte si concentrano in alcune aree dello Stato. Questo è un fatto significativo non perché ci siano lì dei tassi di delinquenza molto più alti che nel resto dello Stato ma perché è un problema politico e anche di fasce molto povere della popolazione.

D. - C’è un rinnovato appello a rafforzare il movimento contro la pena di morte. In questa battaglia si sente ovviamente l’incoraggiamento e il sostegno di Papa Francesco…

R. - Assolutamente sì. C’è stato chiesto aiuto da parte di Catholic Mobilizing Network, un’associazione che di fatto si rifa alla Conferenza episcopale americana. Noi vogliamo rilanciare il loro appello, venire incontro a questa loro richiesta per rilanciare questo impegno che parte proprio dalle parole del Papa il quale in diverse occasioni ha invitato ad aiutare l’abolizione della pena di morte ma che anche ha detto: “Non solo siamo chiamati come cristiani a combattere per abolire la pena di morte, legale o illegale, ma anche a migliorare le condizioni di vita in carcere”. Questo per noi di Sant’Egidio è molto importante perché ovunque lavoriamo nel mondo siamo a contatto con la realtà del carcere stiamo iniziando una grossa battaglia per umanizzare le carceri a partire da quelle in Africa ma anche a partire dalle nostre, in Italia.