Pagine

domenica 22 gennaio 2017

Papa Francesco scrive ai detenuti: mai incarcerare la dignità. Siete prima di tutto persone.

Avvenire 
Francesco in una lettera rivolta ai detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova chiede loro di tenere accesa la luce della speranza: essere persone prima che detenuti. Serve una conversione culturale, perché i detenuti non smettano mai di essere prima di tutto persone con la loro dignità e affinché la pena non sia la fine della loro vita; affinché ciascuno possa aspirare a un avvenire migliore.

Papa Francesco al carcere di Palmasola in Bolivia
Lo scrive papa Francesco in una lettera rivolta ai detenuti della Casa di reclusione Due Palazzi di Padova, in occasione di un convegno sull'ergastolo, organizzato nei giorni scorsi da "Ristretti Orizzonti", il giornale realizzato dai reclusi di Padova.

"Tenete accesa la luce della speranza", nonostante le tante fatiche, i pesi e le delusioni. Prega per tutti loro papa Francesco e chiede a chi ha "la responsabilità e la possibilità" di aiutare i detenuti a far sì che la speranza non si spenga, affinché l'essere persone "prevalga" sull'essere detenuti. "Siete persone detenute - scrive il Papa - sempre il sostantivo deve prevalere sull'aggettivo, sempre la dignità umana deve precedere e illuminare le misure detentive".

Il messaggio di Francesco è un incoraggiamento alla riflessione, perché si realizzino "sentieri di umanità" che possano attraversare "le porte blindate" e affinché i cuori non siano mai "blindati alla speranza di un avvenire migliore per ciascuno". 


È urgente una conversione culturale, si legge ancora, "dove non ci si rassegni a pensare che la pena possa scrivere la parola fine sulla vita; dove si respinga la via cieca di una ingiustizia punitiva e non ci si accontenti di una giustizia solo retributiva; dove ci si apra a una giustizia riconciliativa e a prospettive concrete di reinserimento; dove l'ergastolo non sia una soluzione ai problemi, ma un problema da risolvere". Se la dignità "viene definitivamente incarcerata", è l'avvertimento di papa Francesco "non c'è più spazio, nella società, per ricominciare e per credere nella forza rinnovatrice del perdono". Ma è in Dio, è la conclusione, che c'è "sempre un posto per ricominciare, per essere consolati e riabilitati dalla misericordia che perdona".

Due milioni e mezzo di donne in marcia contro Trump in 700 luoghi. 500 mila a Washington

AGI
C'era anche Madonna tra li due milioni e mezzo di donne in quasi 700 luoghi - dal'Antartide alla Moscova, da Los Angeles a Tokyo - marciano contro Donald Trump, che il 20 gennaio si è insediato alla Casa Bianca. Secondo gli organizzatori di #WomensMarch che tengono il conto sul sito www.womensmarch.com: le "sister" (sorelle) sono 2.587.190 in 673 località in tutti i continenti. 




Oltre alle principali città Usa citano manifestazioni dall'Antartide all'Australia, dalla Bielorussia al Brasile. In Europa proteste sono in corso secondo le organizzatrici proteste in Francia, Germania, Italia (Firenze, Milano e Roma, sostiene il sito), Gran Bretagna, Austria, Spagna. Manifestazioni anche in Africa e Sud America.

Come è nata #womensmarch
Teresa Shook è un giudice in pensione, nonna di quattro nipotini. Vive alle Hawaii e ha votato per Hillary Clinton. La notte dopo le elezioni che hanno incoronato Donald Trump presidente degli Stati Uniti ha chiesto agli amici come fare per creare una pagina Facebook. L'ha aperta e ha scritto questa frase: "E se le donne marciassero in massa a Washington dopo l'Inauguration Day?" In pochi minuti sono arrivate 40 adesioni. Teresa Shook è andata a letto. Il giorno dopo, le donne iscritte alla pagina erano diventate 10mila. Ora oltre 150mila persone hanno annunciato la loro partecipazione alla marcia di Washington.

La campagna sui social
Mai Teresa Shook avrebbe pensato di diventare l'organizzatrice di una manifestazione di protesta che si annuncia dirompente. Tanto che c'è chi l'ha già paragonata alla grande marcia su Washington in cui il 28 agosto del 1963 Martin Luther King prununciò il celebre discorso I have a dream. Un paragone forse troppo azzardato, bisogna dirlo.

All'appello di Teresa Shook hanno aderito personalità del mondo dello spettacolo, musicisti, attori, da Scarlett Johansson, alle protagoniste della fortunata serie tv 'Orange is the new black', da Demi Moore a Cher. E tanti influencer che hanno rilanciato la marcia sui loro profili social, come Janelle Monae (con 1 milione e mezzo di follower su Instagram) e KT Turnstall (che si esibiscono in piazza a Washington, vicino Capitol Hill).

La marcia anche in Italia e nel resto del mondo
L'iniziativa ha varcato i confini nazionali ed è arrivata anche in Italia. Manifestazioni si sono svolte a Roma e Milano. "I diritti delle donne sono diritti umani, 'Dump Trump' (scarica Trump) gli slogan sui cartelli. Proteste si sono svolte in Australia e Nuova Zelanda: a Sydney 3mila persone hanno marciato nel parco di Hyde fino al consolato americano; ad Auckland in 2mila hanno manifestato fin davanti alla sede diplomatica Usa. Manifestazioni anche in numerosi Paesi europei, in Sudafrica e in Canada.

Perché questa marcia
Una marcia contro la misoginia, il fanatismo, contro chi ha "insultato immigrati, musulmani, omosessuali, neri e disabili" sono le motivazioni che accomunano tutti i partecipanti. Insomma, una protesta che ha l'obiettivo di mandare un messaggio chiaro al nuovo presidente, nel suo primo giorno in carica: "I diritti delle donne sono diritti umani. Noi siamo insieme, difendere i più emarginati è difendere tutti noi". Sul sito ufficiale womensmarch.com sono state pubblicate tutte le informazioni e link per scaricare l'app, la 'guida' per protestare e il collegamento alla pagina Facebook guardare i livestream delle manifestazioni. 

di Giorgio Baglio

sabato 21 gennaio 2017

Migranti: Hrw, Croazia maltratta e respinge richiedenti asilo. Comportamento non degno di un Paese dell'Unione europea'

Ansa
Zagabria - La polizia croata maltratta e respinge in Serbia i richiedenti asilo, in alcuni casi usando violenza e senza dar loro la possibilità di fare richiesta di protezione. A denunciarlo è Human Rights Watch (Hrw), che cita le testimonianze di dieci profughi afghani. 

Immigrati bloccati in Serbia
Gli afghani, tra i quali due minori non accompagnati, hanno detto di essere stati rimandati in Serbia nel novembre scorso dopo la loro cattura in territorio croato. Non e' stato consentito loro di presentare richiesta di asilo, come era nelle loro intenzioni.
Nove dei dieci testimoni - aggiunge Hrw in un comunicato - hanno accusato la polizia croata di averli colpiti e maltrattati togliendo loro effetti personali, compresi denaro e telefoni cellulari. 

"Le notizie sul comportamento brutale e scioccante della Croazia ai suoi confini nei confronti dei richiedenti asilo non sono degne di un Paese dell'Unione europea", ha detto Lydia Gall, responsabile di Hrw per i Balcani e l'est Europa.

"Le autorita' di Zagabria devono fare in modo che tutti i responsabili facciano bene il loro dovere nel proteggere i richiedenti asilo, senza rimandarli con la forza indietro in Serbia", ha aggiunto Gall. 

"La commissione europea - afferma Hrw - deve fare pressioni su Zagabria perche' rispetti i suoi impegni nell'ambito delle leggi della Ue e in fatto di rifugiati, deve indagare sui presunti abusi e consentire il diritto di asilo e procedure regolari a coloro che si trovano sul suo territorio e ai suoi confini".

Ucciso in Messico un altro 'Nobel Verde', l'ambientalista Isidro Baldenegro

Ansa
Secondo vincitore del premio Goldman assassinato nel'ultimo anno
Isidro Baldenegro Lopez, un dirigente indigeno messicano noto nel mondo per le sue battaglie ambientaliste e vincitore del Premio Goldman - il maggior riconoscimento internazionale per la difesa dell'ambiente - è stato ucciso nella sua comunità nelle montagne della Sierra Madre settentrionale, nello stato di Chihuahua, da un gruppo di uomini armati.

Isidro Baldenegro Lopez
Baldenegro è il secondo attivista al quale era stato concesso il Premio Goldman ucciso in America Latina negli ultimi 12 mesi, dopo l'omicidio dell'honduregna Berta Caceres, nel marzo dell'anno scorso. Ma nel 2016 era stata uccisa in Honduras un'altra attivista, Lesbia Yaneth Urquia, che apparteneva alla ong Consiglio delle organizzazioni popolari e indigene dell'Honduras (Copinh), organismo fondato da Berta Caceres.

Dalla sua comunità di Coloradas de la Virgen, nella località di Guadalupe y Calvo, Baldenegro, ha promosso numerose battaglie contro la deforestazione selvaggia e per la protezione della Sierra Tarahumara, finendo nel mirino delle autorità locali.

Nel 2003 era perfino finito in carcere, accusato di possesso di stupefacenti e di armi da guerra, ma la giustizia aveva dovuto liberarlo dopo una vasta campagna internazionale a suo favore, durante la quale Amnesty International lo aveva adottato come prigioniero di coscienza.

Nel 2005 è diventato uno dei quattro dirigenti messicani ad essere riconosciuti con il Premio per l'Ambiente della Fondazione Goldman, considerato il "Nobel Verde", ma si era comunque visto obbligato a mantenere un profilo basso ed esiliarsi dalla sua comunità, a causa delle costanti minacce contro la sua vita.

"L'uccisione di Isidro ci indigna e ci preoccupa. Non disponiamo dell'informazione sufficiente per stabilire chi è il colpevole di questo omicidio. Dal 2007 a questa parte non esiste più una distinzione chiara fra caporali locali, tagliaboschi e narcotrafficanti", ha detto al quotidiano Norte Digital una militante ambientalista che ha voluto restare anonima.

Amnesty. Trump abbandoni la retorica dell'odio protegga i diritti umani.

Corriere della Sera
Nel giorno del giuramento come 45° presidente degli Usa, Amnesty International ha sollecitato Donald Trump ad abbandonare quella retorica dell’odio che ha caratterizzato la sua campagna elettorale e a impegnarsi a proteggere i diritti umani di tutti.


Molto scarsa la partecipazione all'inaugurazione della presidenza Trump
Il presidente Trump e la sua amministrazione dovrebbero in particolare proteggere le persone affette dai conflitti armati e da quella che ormai è una vera e propria crisi umanitaria globale.

Dalla Seconda guerra mondiale, non si era mai visto un così elevato numero di persone in fuga dalla violenza e dall’instabilità. Il presidente Trump dovrebbe ricordare che gli Usa hanno per tanto tempo accolto persone che cercavano un rifugio e sono un paese in gran parte fondato e costruito da migranti e rifugiati.

Durante la campagna elettorale, Amnesty International aveva più volte espresso preoccupazione per le proposte di Trump, come l’istituzione di un registro dei cittadini musulmani o il divieto d’ingresso a rifugiati musulmani, e per i suoi attacchi contro le donne, le persone di colore, le persone con disabilità, le persone Lgbti, gli attivisti, i giornalisti e chi lo criticava.

Le nomine in posti-chiave dell’amministrazione, a loro volta, non lasciano sereni.

Rimangono poi questioni aperte, tra cui la grazia a Edward Snowden e a Leonard Peltier, la mancata chiusura del centro di detenzione di Guantánamo, l’uso indiscriminato e illegale delle armi da fuoco da parte della polizia.

Se nei prossimi quattro anni il mondo sarà un luogo migliore in cui vivere o uno in cui l’odio, la paura e la discriminazione cresceranno sempre di più, dipenderà in buona parte da Donald Trump.

di Riccardo Noury

venerdì 20 gennaio 2017

Il Gambia a un passo dalla guerra civile. Il neo presidente eletto Adama Barrow rifugiato in Senegal

Euro News
La situazione nel Paese è caotica, con il presidente eletto Adama Barrow che ha prestato giuramento all’interno nell’ambasciata gambiana di Dakar, in Senegal. Qui Barrow si è rifugiato dopo che il Presidente uscente ha deciso di non cedere il potere. Continua così il braccio di ferro Yahia Jammeh, che nonostante abbia perso le presidenziali si rifiuta di lasciare il potere che detiene da 22 anni, denunciando presunti brogli.


Adama Barrow
L’insediamento all’estero di Barrow di fatto apre le porte all’intervento militare in Gambia dei Paesi della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (CEDEAO/ECOWAS). Già pronti soldati e aerei da combattimento. Barrow, riconosciuto come legittimo Capo dello Stato dalla comunità internazionale, potrà infatti invocare l’intervento degli Stati vicini per deporre Jammeh e prendere il potere.

Sul fronte diplomatico il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite vota su un progetto di risoluzione presentato dal Senegal per sostenere l’intervento militare mentre secondo indiscrezioni, Jammeh avrebbe reclutato diversi mercenari originari di Liberia, Sierra Leone, e Mali.

Israele ha terminato la costruzione del muro di 230 Km lungo il confine con l’Egitto

Il Post 
È stato voluto soprattutto dal primo ministro Netanyahu, che ieri ne ha inaugurato la sezione principale, per contrastare terrorismo e immigrazione clandestina


Israele ha terminato la costruzione della parte principale del muro lungo il confine con l’Egitto: era stata decisa nel 2010 e iniziata nel novembre 2011. La barriera è alta cinque metri, è sormontata da filo spinato, torri di controllo alte 30 metri, telecamere di sicurezza e allarmi. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, che ha fortemente sostenuto il progetto, ha partecipato a una cerimonia che ha sancito la fine della costruzione della prima sezione, lunga 230 chilometri. 


Nei prossimi tre mesi ne verrà realizzata un’ulteriore parte, lunga 14 chilometri: una volta definitivamente terminato, il muro si estenderà dal porto israeliano di Eliat, sul Mar Rosso, fino alla Striscia di Gaza, affacciata sul Mediterraneo.

La barriera è stata costruita per impedire l’arrivo in Israele di immigrati clandestini e le incursioni di presunti terroristi islamici: entrambi i fenomeni sono aumentati dopo la caduta del regime egiziano di Hosni Mubarak – avvenuta nel febbraio 2011 – e il conseguente vuoto di potere che si è creato nella regione del Sinai, al confine con Israele. Seppur con lentezza e difficoltà, negli ultimi mesi il nuovo governo egiziano sta cercando di imporre la sua autorità nella regione. 

Netanyahu ha velocizzato i lavori di costruzione della barriera, e la sicurezza e la lotta all’immigrazione clandestina sono due punti fondamentali della sua campagna elettorale in vista del voto del 22 gennaio. Il suo governo ha anche espulso alcuni immigrati e imposto sanzioni penali a chi li assume senza permesso di lavoro. Negli ultimi anni più di 60 mila africani, provenienti soprattutto dal Sudan e dall’Eritrea, sono entrati illegalmente in Israele in cerca di lavoro o per rifugiarsi dalle persecuzioni nei loro paesi. Molti di loro hanno subito maltrattamenti e sono stati ingiustamente discriminati una volta in Israele.

Il muro lungo il confine dell’Egitto è il quarto costruito da Israele lungo i confini con gli stati vicini: oltre a quello che lo separa da Gaza e dalla Cisgiordania, lo scorso aprile il paese aveva realizzato anche una barriera lungo il confine con il Libano, lunga circa due chilometri e alta fino a sette metri, per prevenire gli attacchi sempre più frequenti.