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domenica 25 settembre 2016

Carceri aumenta sovraffollamento. In 6 meni aumentate 1800 unita, +3,5%

Il Sole 24 Ore
Rispetto ai primi sei mesi dello scorso anno aumenta di oltre 1.800 unità il numero dei detenuti nelle carceri italiane: dai 52.389 registrati al 31 agosto 2015 si è arrivati ai 54.195 del 31 agosto 2016, rispetto a una capienza di 49.600 posti. Una cifra che cresce soprattutto per effetto della custodia cautelare in carcere. 



Difficile dire se i nuovi ingressi nelle celle sono il risultato dell'aumento della criminalità o di una lettura restrittiva da parte della giurisprudenza delle norme sul carcere preventivo.

Il dato non è sfuggito all'Associazione nazionale magistrati, intervenuta ieri alla seconda giornata del Festival del diritto di Piacenza. "L'aumento del numero dei detenuti che si è registrato negli ultimi 6 mesi desta preoccupazione - dice la presidente del Tribunale di sorveglianza di Milano, Giovanna Di Rosa. Intanto c'è una ricaduta immediata sul sovraffollamento ma l'attenzione per il futuro è obbligata".

Per il sostituto procuratore Giuseppe Cascini il legislatore agisce sull'onda del momento. Una volta si fanno provvedimenti per svuotare le carceri, e in un altro si inaspriscono le pene. Manca una risposta coerente all'interrogativo su cosa fare di chi ha commesso un reato, in un'eterna altalena tra garantismo e giustizialismo. Per il sostituto procuratore di Torino, Armando Spataro, che ha affrontato il tema del processo, la dignità sta nella coerenza, nel non fare quella marcia indietro che rende traballanti principi che dovrebbero essere saldi, come spesso avviene nelle riforme "condivise".

Spataro parla anche di immigrati e richieste di asilo politico. L'iter prevede la possibilità di rivolgersi al magistrato se la richiesta per avere lo stato di rifugiato viene respinta dal prefetto. Alcuni giudici hanno chiesto di eliminare l'appello perché non ce la fanno a smaltire le richieste e l'immigrato resta anni in attesa senza sapere cosa fare. Spataro spiega, però, che sono molti di più i magistrati che la pensano diversamente. "Un folto gruppo di giudici, Pm, avvocati e professori ha preparato un testo "Malta 2013" per affermare la necessità di non allentare le garanzie". E oggi la nona edizione del Festival chiude i battenti, con 20 mila presenze all'attivo.

di Patrizia Maciocchi

La sete di Aleppo - Cari Tg, avete cancellato l'olocausto di Aleppo dai vostri titoli

L'Unità


La guerra. Ad Aleppo un ragazzo beve l’acqua fuoriuscita dalle tubature distrutte dai bombardamenti. L’esercito siriano ha riconquistato zone a nord della città, ma i danni all’acquedotto assetano altre 250mila persone: adesso - rivela l’Unicef - sono due milioni i cittadini di Aleppo senza acqua ed elettricità


Globallist
Cari Tg, avete cancellato l'olocausto di Aleppo dai vostri titoli

E' la polvere che si può mettere sotto il tappeto, non l'umanità ferita a morte. 
Aleppo dolente e vestita a lutto, che prova a salvare i bambini da sotto le macerie, che seppellisce quelli che non ce l'hanno fatta, non può sparire del tutto o dalle prime pagine dei nostri Tg. 

Dopo i massicci bombardamenti di ieri, questa mattina due milioni di persone, mentre piangevano altre decine di morti, facevano i conti con l'acqua che manca e che chissà per quanto mancherà. 

Lo spettro della sete e delle malattie, dunque,dopo la pioggia di bombe al fosforo, con interi quartieri rasi al suolo, morti su morti, e i bambini come bambolotti disarticolati, che con la gola piena di polvere passano alla coperta pesante della terra.

Cari Tg che lo avete fatto, l'olocausto di Aleppo non può sparire dai vostri spazi, dai vostri titoli. Lo ripeto, è la polvere che si può mettere sotto il tappeto, non l'umanità ferita a morte.
Sono costretto a sottolinearlo: una palazzina che crolla a Roma, fortunatamente senza fare vittime, è cosa grave e va denunciato un modo approssimativo, tutto italiano, di (non) governare il nostro patrimonio edilizio, che spesso è da rottamare programmaticamente, senza affidarsi agli eventi. Ma l'evento di Roma non può, come pure è accaduto, al Tg2 delle 13, prendersi l'apertura mentre a Damasco si vivono le ore più lunghe. No, l'occhio della nostra informazione, dell'informazione televisiva del servizio pubblico, appare appesantito da provincialismo, da locassimo.

Quel che accade in Siria non è una cosa lontana, che non ci appartiene. Il nostro drammatico tempo gira attorno alla vita o alla morte di Damasco, lontano da ponte Milvio.

sabato 24 settembre 2016

Brexit: impatto sull'assistenza sociale degli anziani inglesi. Non avranno 1milione di badanti a disposizione

Vita
Un'associazione inglese ha calcolato l'impatto sull'assistenza sociale di uno scenario a "Immigrazione zero" nei prossimi vent'anni. Risultato: anziani e disabili rimarrebbero senza i migliaia di lavoratori di cura che attualmente provengono da paesi europei, soprattutto dell'Est


Si parla ancora tanto di Brexit e del futuro che attende la Gran Bretagna e l’Europa. Ma un’associazione non profit inglese si è fatta un’altra domanda: quale sarà il futuro degli immigrati Ue impiegati nel settore assistenziale, che oggi si prendono cura soprattutto degli anziani? Saranno i vecchietti britannici a pagare il risultato del referendum, dovendo dire addio alle badanti dell’Est europa? Il rischio è reale, e l’associazione Independent Age ha pubblicato un report sul tema, facendo due conti.

Ecco cosa ha scoperto: negli ultimi dieci anni, si è registrato un aumento significativo della percentuale di migranti europei impiegati nel lavoro di cura. Nella prima parte del 2016, oltre l'80% di tutti i lavoratori immigrati entrati in UK per lavorare in questo settore, proveniva da un paese europeo. 

L’entrata in vigore della Brexit avrebbe conseguenze importanti sul loro status, trasformandoli di colpo in “extracomunitari al contrario”, e portando probabilmente a una riduzione del numero complessivo di lavoratori nel settore dell'assistenza sociale. 

La ong si spinge a immaginare alcuni scenari possibili. Il primo: circa il 6% dei social workers attivi nel Regno Uniti provengono da paesi europei, e di questi il 90% non ha ancora ottenuto la cittadinanza britannica. Con gli attuali ritmi di invecchiamento della popolazione, e la promessa del governo di arrivare a una “Immigrazione zero” dopo l’uscita dalla Ue, calcola l’associazione, la mancanza di forza lavoro nl settore dell’assistenza sociale sarebbe pari a oltre 1,1 milione di persone entro il 2037; in uno scenario di bassa immigrazione, comunque, il gap oscillerebbe tra 750 e 350mila persone, con immaginabili ricadute sociali e relativi costi, a meno che tutti i britannici non si vogliano trasformare di colpo in badanti. Sicuri che Brexit sia stato un affare?

Intervista a Bauman: Di fronte alle paure che attraversano il mondo «Parliamoci. È vera rivoluzione culturale»

Avvenire
«Le guerre di religione? Solo una delle offerte del mercato ». Zygmunt Bauman, il più acuto studioso della società postmoderna che ha raccontato in pagine memorabili l’angoscia dell’uomo contemporaneo – lo incontriamo ad Assisi prima del suo intervento – ci parla della sfida del dialogo.
Zygmunt  Bauman

Professore, la sua intuizione sulla postmodernità liquida continua a offrire uno sguardo lucido sul tempo presente. Ma in questa liquidità si registra un esplosione di nazionalismi, identitarismi religiosi. Come si spiegano?
Cominciamo dal problema della guerra. ll nostro mondo contemporaneo non vive una guerra organica ma frammentata. Guerre d’interessi, per denaro, per le risorse, per governare sulle nazioni. Non la chiamo guerra di religione, sono altri che vogliono sia una guerra di religione. Non appartengo a chi vuole far credere che sia una guerra tra religioni. Non la chiamo neppure così. Bisogna stare attenti a non seguire la mentalità corrente. In particolare la mentalità introdotta dal politologo di turno, dai media, da coloro che vogliono raccogliere il consenso, dicendo ciò che loro volevano ascoltare. Lei sa bene che in un mondo permeato dalla paura, questa penetra la società. La paura ha le sue radici nelle ansietà delle persone e anche se abbiamo delle situazioni di grande benessere, viviamo in una grande paura. La paura di perdere posizioni. Le persone hanno paura di avere paura, anche senza darsi una spiegazione del motivo. E questa paura così mobile, inespressa, che non spiega la sua sorgente, è un ottimo capitale per tutti coloro che la vogliono utilizzare per motivi politici o commerciali. Parlare così di guerre e di guerre di religioni è solo una delle offerte del mercato.

Al panico delle guerre di religione si unisce quello delle migrazioni. Già anni fa Umberto Eco diceva che per chi voleva capitalizzare la paura delle persone, il problema dell’emigrazione era arrivato come un dono dal cielo.…
Sì è così. Guerre di religione e immigrazione sono nomi differenti dati oggi per sfruttare questa paura vaga incerta, male espressa e mal compresa. Stiamo però qui facendo un errore esistenziale, confondendo due fenomeni differenti: uno è il fenomeno delle migrazioni e l’altro il fenomeno dell’immigrazione, come ha fatto osservare Umberto Eco. Non sono un fenomeno, sono due differenti fenomeni. L’immigrazione è un compagno della storia moderna, lo Stato moderno, la formazione dello Stato è anche una storia di immigrazione. Il capitale ha bisogno del lavoro il lavoro ha bisogno del capitale. Le migrazioni sono invece qualcosa di diverso è un processo naturale che non può essere controllato, che va per la sua strada.

Come pensa si possa trovare un equilibrio per questi fenomeni?

La soluzione offerta dai governi è quella di stringere sempre più il cordone delle possibilità di immigrazione. Ma la nostra società è ormai irreversibilmente cosmopolita, multiculturale e multireligiosa. Il sociologo Ulrich Beck dice che viviamo in una condizione cosmopolita di interdipendenza e scambio a livello planetario ma non abbiamo neppure iniziato a svilupparne la consapevolezza. E gestiamo questo momento con gli strumenti dei nostri antenati… è una trappola, una sfida da affrontare. Noi non possiamo tornare indietro e sottrarci dal vivere insieme.

Come integrarci senza aumentare l’ostilità, senza separare i popoli?
È la domanda fondamentale della nostra epoca. Non si può neppure negare che siamo in uno stato di guerra e probabilmente sarà anche lunga questa guerra. Ma il nostro futuro non è costruito da quelli che si presentano come 'uomini forti', che offrono e suggeriscono apparenti soluzioni istantanee, come costruire muri ad esempio. La sola personalità contemporanea che porta avanti queste questioni con realismo e che le fa arrivare ad ogni persona, è papa Francesco. Nel suo discorso all’Europa parla di dialogo per ricostruire la tessitura della società, dell’equa distribuzione dei frutti della terra e del lavoro che non rappresentano una pura carità, ma un obbligo morale. Passare dall’economia liquida ad una posizione che permetta l’accesso alla terra col lavoro. Di una cultura che privilegi il dialogo come parte integrante dell’educazione. Si faccia attenzione, lo ripete: dialogo-educazione.

Perché secondo lei il Papa è convinto che sia la parola che non ci dobbiamo stancare di ripetere? 
Alla fine il dialogo cos’è? Insegnare a imparare. L’opposto delle conversazioni ordinarie che dividono le persone: quelle nel giusto e quelle nell’errore. Entrare in dialogo significa superare la soglia dello specchio, insegnare a imparare ad arricchirsi della diversità dell’altro. A differenza dei seminari accademici, dei dibattiti pubblici o delle chiacchiere partigiane, nel dialogo non ci sono perdenti, ma solo vincitori. Si tratta di una rivoluzione culturale rispetto al mondo in cui si invecchia e si muore prima ancora di crescere. È la vera rivoluzione culturale rispetto a quanto siamo abituati a fare ed è ciò che permette di ripensare la nostra epoca. L’acquisizione di questa cultura non permette ricette o facili scappatoie, esige e passa attraverso l’educazione che richiede investimenti a lungo termine. Noi dobbiamo concentraci sugli obiettivi a lungo termine. E questo è il pensiero di papa Francesco, il dialogo non è un caffè istantaneo, non dà effetti immediati, perché è pazienza, perseveranza, profondità. Al percorso che lui indica aggiungerei una sola parola: così sia, amen.

Stefania Falasca

venerdì 23 settembre 2016

Ungheria - Proposta Orban: Rastrellare e deportare i migranti su un'isola del Nord Africa

Il Giornale
Il premiere ungherese Orban prepara la campagna elettorale per il referendum del 2 ottobre contro il piano europeo di ricollocamenti
Una proposta che a molti ricorda anni che nessuno vorrebbe rivivere. Il primo ministro ungherese Viktor Orban ha proposto di "rastrellare e deportare" i migranti arrivati illegalmente in Europa.



L'idea choc è stata ventilata durante un'intervista con la testata online magiara origo.hu ma ha già fatto il giro del mondo per gli oscuri precedenti storici che evoca. Il capo del governo ungherese ha proposto di raggruppare gli immigrati "in una isola o sulla costa del Nord Africa, la cui sicurezza dovrebbe essere garantita dalla Ue e da dove presentare richiesta di asilo".

Orban è poi tornato a criticare il piano di ricollocamenti dell'Unione Europea, contro cui ha anche convocato un referendum nazionale il prossimo 2 ottobre: una data che ormai è segnata in rosso sui calendari della Commissione Europea, che teme un nuovo durissimo colpo dopo il voto del Brexit.

La redistribuzione dei migranti fra gli Stati membri è in effetti già un fallimento: dall'Italia e dalla Grecia sono stati ricollocati negli altri Paesi Ue meno del 5% dei profughi che avrebbero dovuto prendere parte al programma. La solidarietà fra i Ventotto è crollata proprio per effetto della crisi dei migranti e Budapest è fra le capitali più aggressive nel criticare la politica dell'accoglienza di Bruxelles e quella di Berlino.

Non solo. Nella primavera 2015 per volere di Orban la frontiera fra Serbia e Ungheria è stata fortificata con un lungo muro anti-migranti, rafforzato quest'anno da una seconda barriera. Nel luglio dello scorso anno avevano fatto scalpore le foto di alcuni immigrati chiusi nei vagoni dei treni ungheresi che viaggiavano "con le porte chiuse": un'immagine sinistra che a molti ha evocato ricordi che nessuno vorrebbe rivivere.

All'epoca il cancelliere austriaco Werner Faymann aveva attaccato il governo ungherese provocando una crisi diplomatica: "Mettere i rifugiati sui treni suscita ricordi del periodo più buio del nostro continente", aveva chiosato.

Yemen. Un terzo dei raid sauditi è contro siti civili. Il commercio di armi con l'occidente oscura la realtà.

Il Manifesto
Degli 8.557 bombardamenti in 18 mesi 3.158 hanno colpito ospedali, scuole, moschee, mercati, ma non hanno la stessa attenzione dei convogli di aiuti in Siria. 


I parlamenti di Usa e Gran Bretagna mettono in discussione la vendita di armi.
Mentre il mondo si indigna per i convogli umanitari e le cliniche bombardate in Siria, mentre l'Onu accusa il presidente Assad di stragi e massacri, poco più a sud è in corso da un anno e mezzo una carneficina di civili e il regolare bombardamento di scuole, ospedali, moschee, fabbriche, siti archeologici.

Eppure non ci si indigna perché la carneficina in questione è guidata da uno Stato considerato alleato occidentale e meritevole dell'omertà globale, l'Arabia Saudita. E perché è realizzata con il sostegno decisivo di chi le armi le vende, Stati Uniti, Gran Bretagna e Italia in prima linea: Riyadh spende ogni anno 87,2 miliardi di dollari in armi, primo importatore di equipaggiamento militare al mondo con un +275% negli ultimi quattro anni.
A 18 mesi dal lancio dell'operazione "Tempesta decisiva" contro lo Yemen il bilancio è terrificante. In mancanza di inchieste internazionali sull'operato della coalizione sunnita a guida saudita impegnata contro il movimento ribelle Houthi, ci si affida alle denunce costanti seppur inascoltate delle organizzazioni internazionali. Che svelano una strategia ben precisa: in Yemen i siti civili non vengono colpiti per errore, ma sono parte della campagna militare. Disintegrare il paese per farlo tornare ad essere quel che era, il cortile di casa di Riyadh.

I numeri della guerra li dà l'organizzazione non governativa Yemen Data Project, associazione indipendente che dal marzo 2015 monitora il conflitto: un terzo degli attacchi sauditi ha avuto come target dei civili. Degli 8.557 raid compiuti in Yemen, 3.577 hanno colpito obiettivi militari e 3.158 siti civili. I restanti 1.822 non sono stati identificati. Tra gli altri sono stati centrati 114 mercati, 34 moschee, 147 scuole, 942 zone residenziali, 26 università e 378 mezzi di trasporto. I morti totali superano di gran lunga le 10mila vittime, oltre un terzo civili.
La risposta saudita è tanto laconica quanto imbarazzante: "Che interesse avremmo nell'uccidere i bambini yemeniti?", ha commentato ieri il ministro degli Esteri al-Jubeir, arrivando a negare certi raid definendoli impossibili per il tipo di equipaggiamento di cui gode Riyadh. La stessa Riyadh che spende buona parte del suo budget in armi, acquistandole dai migliori produttori sul mercato.
Ma non ci sono solo le vittime. A dare la misura della devastazione del paese è il bilancio degli sfollati: ieri l'organizzazione Oxfam ha pubblicato il suo ultimo rapporto che ha contato oltre tre milioni di Idp, Internally displaced people, ovvero civili costretti ad abbandonare le loro case seppur siano rimasti all'interno dello Yemen. Un quinto dei tre milioni non hanno più nemmeno una casa, distrutta dai bombardamenti, e due terzi hanno perso nel conflitto almeno un congiunto. L'80% della popolazione totale, 20 milioni di persone, non ha abbastanza cibo.
I numeri parlano da soli, tanto gravi da mettere in seria discussione il ruolo degli alleati più stretti: Amnesty pochi giorni fa ha denunciato l'utilizzo di bombe di fabbricazione Usa per colpire, il 15 agosto, l'ospedale di Medici Senza Frontiere nella provincia di Hajjah. Negli Stati Uniti una campagna bipartisan, democratica e repubblicana, ha presentato una mozione al Congresso che chiede di bloccare l'ultimo accordo di vendita a Riyadh, 1,15 miliardi di dollari in armi, mentre 60 parlamentari scrivevano direttamente alla Casa Bianca senza per ora ricevere risposta.
A Londra il clima è simile: due commissioni parlamentari (quella agli Affari e Innovazione e quella per lo Sviluppo Internazionale) hanno pubblicato insieme un rapporto nel quale si raccomanda la sospensione della vendita di armi a Riyadh a causa dei crimini commessi in Yemen. Ma a bloccare per ora il voto parlamentare è un fronte misto, laburisti e conservatori, che hanno presentato oltre 130 emendamenti, tra cui uno che elimina proprio lo stop all'export militare ai Saud.

di Chiara Cruciati

giovedì 22 settembre 2016

Egitto - Barcone affonda con 600 migranti: 42 salme, centinaia di dispersi. Si teme l'ecatombe.

Ansa Med
Il Cairo - Drammatiche rivelazioni sul naufragio di migranti avvenuto ieri davanti alle coste egiziane con un bilancio ancora provvisorio di 42 morti e 163 sopravvissuti. "La barca di legno era sovraccarica", ha raccontato un giovane egiziano, Mahmoud Aly alla Cnn, precisando di avere trascorso tutto il pomeriggio di ieri andando e venendo dai vari ospedali della zona. 


Egiziani attendono a Rosetta l'arrivo della barca della Guardia costiera con a bordo
i corpi dei migranti morti nel naufragio di ieri davanti alle coste egiziane
Su quella barca maledetta c'erano il cugino, che si è salvato, mentre il fratello di 24 anni è ancora dato per disperso. Insieme alla sua famiglia Aly ha passato la notte davanti alla costa nella speranza di ricevere notizie da parte delle varie imbarcazioni di soccorso, notizie che ancora non sono giunte. "L'ultima nave che abbiamo visto era dopo il tramonto e trasportava sette persone", ha aggiunto.

"E' una tragedia, prima d'ora non avevamo mai visto nulla di simile", ha raccontato un pescatore, Mohamed Abu Arab, precisando di avere già trovato in passato i resti di altri esseri umani, risultato di precedenti tragedie in mare. "Ognuno di noi da' una mano e tutte le agenzie della sicurezza sono coinvolte", nelle ricerche. 

Secondo quanto aggiunge la Bbc online, citando i racconti dei sopravvissuti, la barca sarebbe stata tenuta al largo della costa per cinque giorni mentre a bordo venivano portati sempre più migranti e quelli che volevano indossare giubbotti dovevano pagare un extra. 

Poi ad un certo punto la barca si sarebbe rovesciata dopo l'arrivo di un ultimo gruppo di circa 150 persone. L'imbarcazione trasportava tra le 400 e le 600 persone. Centinaia sono ancora i dispersi. Si teme un'ecatombe.